BRENNO BERTONI.
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Pagine scelte edite e inedite. 1880 - 1940.
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Parte 3.
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1941. Istituto Editoriale Ticinese,  BELLINZONA - LUGANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
              http:\\www.galiano.it
       ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da Paolo Alberti e Paolo Oliva. Associazione Culturale "Liber Liber". http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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PARTE DODICESIMA. Storia.
1. La leggenda del Tadeolo confermata.
2. I Comuni del Medioevo e in particolare i Comuni rustici.
3. Il Ducato.
4. Le Signorie degli Svizzeri.
5. La Costituzione ticinese del 1830.
6. Prolusione ad un corso di storia ticinese.
7. Blenio e gli Svizzeri.
8. L'alleanza con la Francia e il servizio mercenario.
9. La Rivoluzione francese e la Svizzera.
10. Il Cantone Ticino e l'Austria negli anni 1854-55.
11. A proposito di societ segrete nel Ticino.
12. Mazzini e Gioberti.
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PARTE TREDICESIMA. Pensieri.
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PARTE QUATTORDICESIMA. Poesia.
Vocazione e.
Vespero.
Bolle di sapone.
Alpenglhen.
Miraggio.
Alla mia bambina.
Lago di Neuchtel.
Impressioni di viaggio.
Per un album.
Per finire.
Cenando al Grand Htel.
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PARTE QUINDICESIMA. Epistole ai "giovani giovanissimi.
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Note al testo.
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FINE Indice.
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PARTE DODICESIMA. Storia.
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1.
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La leggenda del Tadeolo confermata. (108)
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Nei miei Cenni storici sulla Valle di Blenio, pubblicati nel 1901, io mi ponevo due questioni: la prima, se la leggenda fosse vera: la seconda, in quale anno potesse essere avvenuta la uccisione del tiranno.
Circa la prima avvertivo non essere confermata la uccisione di Tadeo de Pepoli in una insurrezione bleniese da alcun documento pubblicato fino allora, ma mi pronunciavo per l'affermativa con le seguenti parole:
"Ma se bisogna essere cauti nell'ammettere le tradizioni bisogna pure guardarsi da una ben nota smania di respingerle ad ogni prima apparenza di scritti in contrario. Gli atti diplomatici non sono sempre pi veridici della leggenda".
Circa la seconda osservavo che l'avvenimento non poteva essere posteriore alla battaglia di Arbedo (1422) ed all'assedio di Bellinzona, dal quale forse dipendeva.
Nuove scoperte documentarie del valente ed infaticabile Dr. Carlo Meyer, professore di storia all'Universit di Zurigo, vengono a risolvere definitivamente entrambi i problemi.
La tradizione  rigorosamente vera e la rivolta avvenne precisamente nell'anno 1402 (questa data era gi stata accertata da Eligio Pometta).
Nella recente pubblicazione: Die Pepoli-Sage im Bleniotal (nello Hist. Neujahrblatt Uri 1923), egli ci rende noto che nell'Archivio di Stato di Milano  constatata l'esistenza di una pergamena cos attergata: "Testis de castro valles Belegni, quod vocatur Saravale et fuit dirupatum per mortem domini Tadei de Pepulis de anno MCCCCII".
Fra gli atti dell'ex archivio di Blenio, ora deposti presso l'archivio di Stato a Bellinzona, si trova un secondo documento datato dell'anno appresso la battaglia di Arbedo e precisamente una petizione di causa dei Signori del Capitolo del Duomo e della famiglia Pepoli secondo il quale i bleniesi si sollevarono "non erubescentes cervices errigere contra personam domini Tadei, licet ipsem interimendo".
Ben lontani dal vergognarsi di avere eretto le superbe cervici contro la persona del tiranno e dell'arresto tolto di mezzo, i bleniesi si intesero con gli urani per la loro prima calata in val di Blenio, avvenuta due anni dopo nel 1425, contemporaneamente alla calata in val d'Ossola da parte degli svittesi. A seguito di questo avvenimento il duca di Milano Filippo Visconti, poi la Repubblica di St. Ambrogio e poi gli Sforza addivengono faticosamente all'accordo con Blenio del 1457 secondo il quale la Valle si redimeva dai diritti feudali versando 9000 fiorini, dei quali 2000 alla Fabbrica del Duomo e 7000 al Bentivoglio (successore in diritto dei de Pepoli per causa di donazione).
Questa nuova conferma delle tradizioni vallerane dopo oltre cinque secoli dagli avvenimenti viene a corroborare la verit storica delle leggende del Grtli, di Guglielmo Tell e di tanti altri fatti simili che la cos detta critica storica credeva di aver seppellite per sempre. La gente montanina ha la tradizione tenace.
Gli avvenimenti che essa ricorda hanno avuto una influenza sopra i loro diritti di pascolo e d'alpe, diritti gelosissimi e di natura costante. Il Meyer riferisce a questo proposito una comunicazione del Dr. Blotti circa un diritto di pascolo su la Bolla di Lagazio concesso dal De Pepoli a quei di Semione nel 1393 e contestato da Malvaglia nel 1572 "di poi che detti Signori sono stati discazati ed estirpati fuori" (bellissima l'immagine!).
Altra leggenda del genere raccolsi io in giovent quando si piativa la rettifica dei confini fra Ludiano e Semione: la cima della montagna spettava a Semione e si diceva che il balivo avesse cos giudicato per vendicarsi di quelli di Ludiano che gli avevano tosata la sposa prima di consegnargliela per il suo noto diritto: tosatura per tosatura egli aveva tosato loro la montagna. Favola? forse. Ma  imminente la pubblicazione di documenti che confermeranno in modo assoluto la verit della tradizione capriaschese sull'origine degli alpi della Capriasca dall'episodio leggendario dei figli della Contessa che uccisero il sacerdote di S.to Stefano (anno 1078). La contessa don tutti i suoi diritti sopra gli alpi in espiazione del sacrilegio, e questo non  pi leggenda, ma storia documentata quasi novecent'anni dopo.
Ed anche per i Waldstaetten, cos io credo, la libert dei loro alpi deve aver avuto un valore perlomeno eguale a quello del transito per i varchi alpini. E questa connessione dei fatti politici con interessi economici perpetui d alle tradizioni un valore immensamente superiore a quello delle tradizioni di natura semplicemente politica o religiosa.
 II.
I Comuni del Medioevo
e in particolare i Comuni rustici(109)
Il nostro storico Angelo Baroffio, volendo dare un titolo espressivo a quel volume che racconta gli avvenimenti anteriori alla nostra unit politica, lo intitol: "dei paesi e delle terre costituenti il Cantone Ticino". Questo titolo esprime felicemente il doppio concetto che una vera storia del Cantone Ticino non comincia prima degli avvenimenti che precorsero alla rivoluzione elvetica alla fine del XVIII secolo, ma che una certa unit di tipo fra le istituzioni politiche delle diverse parti o distretti, che si sono in esso verificate, ha pur esistito sotto le precedenti dominazioni.
Tutte le parti costitutive della nostra piccola repubblica attuale, procedono infatti dai comuni medioevali, formatisi dopo il mille per una lenta evoluzione nel quadro della Chiesa d'occidente e del Santo impero, che a quell'epoca e precedentemente, risalendo fino a Carlo Magno, avevano plasmato la vita e le istituzioni di tutta la Cristianit occidentale.
Ma il concetto della Chiesa come unit di governo spirituale e del "Sacro romano impero" come freno ai governi civili, caro al divino Alighieri, non pot mai, per infinite ragioni, raggiungere il suo coronamento.
Al gran disegno di Carlo Magno di ricostituire l'Impero romano con la forza politica e militare dei popoli nuovi, fu ostacolo insormontabile il feudalismo, piccolo e grande(110).
Gli imperatori, teoricamente elettivi, non erano essi medesimi che dei grandi feudatari, chiamati alla dignit imperiale dagli elettori, grandi feudatari alla loro volta. Prima degli interessi dell'impero, dovevano difendere i propri contro le rivalit dei vicini. La vastit del territorio imperiale, la infinita variet dei suoi climi, dei suoi costumi, delle sue lingue, dei suoi traffici, impedivano quella unit vera che la chiesa riusciva invece a conseguire nel suo campo spirituale. Le guerre interne erano tanto il risultato delle ambizioni dei principi quanto della naturale antitesi degli interessi materiali dei singoli stati e staterelli. Tutti i popoli, tutti i principi, tutti i castelli riconoscevano l'impero come una istituzione quasi divina, ma ben pochi lo potevano obbedire, anche volendolo.
Il generale impoverimento, la scomparsa del capitale nummario accumulato dalle generazioni antiche, davano un valore preponderante, anzi esclusivo, al patrimonio terriero, alla terra arativa, al pascolo ed ai boschi. Era la terra buona quella che, insieme con le borgate e le citt, aveva pi tentato l'appetito dei conquistatori. Questi, annidati nelle loro rocche, le avevano accaparrate: l'agricoltore era diventato servo della gleba.
Ma in questa Europa caotica. era sorto quasi per generazione spontanea il comune cittadino, costituito dalle corporazioni degli artieri e dei commercianti. Nelle valli remote, l dove le terre magre avevano fatto meno gola agli invasori(111), erano sorti i comuni rustici, forse gi da tradizioni romane e preromane, i quali cercavano di togliere o ritogliere di mano ai piccoli feudatari i pascoli ed i boschi che per la loro stessa natura meglio si prestano all'economia in comune(112).
Contemporaneo al movimento popolare dei comuni (oggi diremmo democratico ed anche democratico-sociale), si era andato disegnando gi nell'epoca francescana un movimento spirituale nella Chiesa in senso anti-feudale. La collazione dei grandi benefici ecclesiastici e dei priorati di conventi ai grandi della terra, per diritto quasi patrimoniale, era sembrata ed era una simonia.
Donde una salutare reazione che non manc di essere favorevole al movimento democratico dei comuni i quali, in campagna come nelle citt, ma pi nelle campagne montane, ossia nelle vallate, ebbero dapprima un carattere economico e corporativo e si costituirono come associazioni di liberi allodiali (arodari) e come proprietari dei pascoli e delle foreste(113). Sovente il diritto feudale spettava a qualche fondazione ecclesiastica e si stimavano fortunati i popoli che si trovassero in tali condizioni, come le Tre Valli, la Pieve Capriasca e Campione, poich la Chiesa soleva favorire l'emancipazione dei servi(114).
I varchi alpini ebbero d'altra parte un'importanza decisiva nella formazione economica, amministrativa e quindi politica delle nostre valli. Gi dal X secolo si hanno notizie di strade militari fatte riattare dagli imperatori di Germania, come transito militare verso l'Italia, sulla traccia delle antiche strade romane. La manutenzione delle strade lombarde  espressamente menzionata nella pace di Costanza fra il Barbarossa e la Lega. Queste strade avevano un'importanza commerciale, ma non potevano essere costrutte n mantenute come vi provvedono gli stati moderni: nulla potevasi fare e nulla conservare senza l'aiuto delle popolazioni.
Volta a volta gli imperatori, i duchi, i conti ebbero dunque interesse a conquistare il favore dei comuni contro gli stessi signorotti locali per averne aiuto nel trasporto dei loro eserciti od altrimenti. Le quali popolazioni ne traevano poi anche un largo vantaggio economico, tutti i trasporti avvenendo a dorso d'uomini o d'animali. E l'arricchimento era allora pi che adesso una possibilit di vita locale o come modernamente si direbbe "di emancipazione".
Da ultimo nelle lotte fra la Chiesa e l'Impero il possesso dei valichi alpini era appetito dalle due parti. Gli arcivescovi di Milano che allora erano una potenza ebbero interesse non solo a favorire i comuni delle valli meridionali, ma anche quelli del versante boreale delle alpi(115).
In queste condizioni nacquero e si svolsero le comunit cisalpine delle quali abbiamo pi lontane notizie: quella di Blenio, di Leventina, della Mesolcina...
Quella di Leventina specialmente con l'apertura della strada del Gottardo nel XIII secolo, destinata poi ad essere nei secoli l'asse delle comunicazioni, delle influenze e delle ingerenze italo-svizzere.
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La vita economica di quel periodo ha dovuto essere essenzialmente agricolo-pastorizia, basata sull'auto-sostentamento. La terra allodiale, cio di piena propriet privata ha dovuto essere poca. Pascoli e boschi erano propriet comune, come di massima ancora oggi, ma i boschi non potevano avere valore alcuno perch troppo lontani dal mare: anzi essi erano di ostacolo alla ricchezza. Dai documenti pi antichi risulta che tutte quelle attuali propriet che ora sono i monti maggesi provengono da graziose concessioni fatte dalle vicinanze ai loro vicini ricchi o benemeriti, col diritto di cintarle fermo stante il diritto di pascolo generale prima e dopo l'unica fienagione. Ci non imped un considerevole incremento della popolazione perch allora la frugalit ha dovuto raggiungere un punto che riterremmo miracoloso date le abitudini d'oggi.
Ci conformiamo del resto alle tesi dei Meyer, del Pometta e del Bont che la servit della gleba deve essere stata limitata e quasi nulla. Sarebbe partito preso il voler negare l'azione della Chiesa, almeno dopo il 1000, per la sua abolizione. Ebbero certamente servi ed huomini de masnada (costretti a fornir soldati) le poche castellanze che furono tutte effimere come sappiamo, cos come vi furono presumibilmente degli schiavi all'epoca romana.
Abbondiamo in ogni caso nella tesi da altri gi enunciata che le signorie feudali furono di breve durata. Tutte le compere di alpi sul principio del dugento che il Meyer ci ha rivelato hanno di lontano un miglio l'odore di riscatti. Gli alpi erano delle vicinanze ab immemorabile, i feudali le avevano usurpate dopo Roncaglia, i comuni li hanno ricomperati a buon prezzo quando i feudali furono quasi costretti a cederli. Cos in Blenio, cos nella Capriasca.
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Molto fu scritto, con spirito polemico, su queste nostre comunit antiche. Da una parte gli studiosi del germanesimo le vollero assimilare alla Thalmarken ed alla Dorfmarken allemanniche e magari farle procedere da esse. Dall'altra se ne vuol fare un'istituzione caratteristica dell'italianit delle nostre origini. L'ultima parola non  detta, ma sar probabilmente nel senso che le istituzioni dei paesi di montagna si spiegano con le condizioni locali e permanenti della vita montanara. L'influenza allemannica non si vede in che modo n quando possa mai essersi esercitata. Delle istituzioni franche, sappiamo pressoch nulla, ( lo stesso Andreas Heusler che l'attesta) se non questo, che parecchie consuetudini nostrane a riguardo di pascoli, la trasa per es., trovano il loro riscontro nei Vosgi e nelle Cevenne.
D'altra parte troviamo che il Comune rustico  nettamente italiano e il Carducci lo canta con un'ode che dovrebbe essere letta e commentata in tutte le nostre scuole maggiori.
Ci non risolve per il fondo della questione.
A noi sembra che i popoli montani dovessero, per necessit di cose, avere istituzioni autoctone di diritto pubblico e privato radicalmente diverse e talvolta opposte a quelle della pianura ed analoghe invece sui diversi versanti della stessa catena di monti. N il carattere degli uomini di montagna n i loro interessi si confacevano con quelli delle grandi unit economiche che la pianura sola pu determinare.
 cos che i Baschi dei Pirenei, divisi da secoli politicamente, e spogliati delle loro autonomie, conservano tradizioni comuni n cessano di rivendicare i loro fueros (statuti e giurisdizioni locali) come avvenne ancora in questo anno 1930 al congresso basco di Vergara in Guipuzcoa. La pi violenta antitesi  quella della propriet terriera, la quale tende inevitabilmente al latifondo nelle grandi pianure ubertose e quindi alla formazione di classi e quasi di caste antitetiche, mentre nelle vallate alpine tende alla eliminazione della lotta di classe.
Vedremo nel seguito di questo libro affermarsi in ogni epoca, come fattore costante della nostra storia politica, l'antitesi delle due tendenze: affinit di lingua e di gerarchia ecclesiastica verso il piano: affinit di sentimenti politici e sociali verso il monte. Giusta  invece la tesi pomettiana, basata anche sull'autorit del Meyer che nelle Alpi il movimento comunale in senso politico  liberale: le vallate meridionali ebbero la precedenza e la superiorit colturale su quelle settentrionali.
Un'ultima avvertenza per quanto concerne il Medio evo. Avvenne di esso ci che suole avvenire di tutti i sistemi politici e sociali ed anche di quelli artistici e letterari. Ogni nuova scuola si adopera a svalorizzare la precedente. Cos l'umanesimo affett un eccessivo disprezzo per il periodo precedente, onde meglio affermare il valore dell'antichit; i teorici dello Stato moderno, a cominciare da Machiavelli, esagerarono gli inconvenienti del decentramento comunale; i giacobini e i loro seguaci fecero dell'aggettivo "moyengeux" quasi un sinonimo di barbarie; i nazionalisti moderni acconciano il Medio evo in tutte le salse secondo il loro gusto. Una salutare reazione si va per affermando contro questi giudizi.
Nessun periodo storico  in tutto biasimevole n in tutto lodevole. Anche le cose del passato che ci paiono pi strane ebbero pur qualche ragione d'essere: le cose pi inique ebbero perlopi qualche temperamento, che ignoriamo, oppure furono di breve durata.
La storia ricorda pi facilmente le mostruosit, ma queste non possono mai essere la regola. Invece la storia dimentica i fatti pacifici e normali, per cui fu detto che "les peuples heureux n'ont pas d'histoire".
 III.
Il Ducato(116)
I Comuni, formatisi precedentemente, rafforzatisi diventando parrocchie, amministratori di un demanio pubblico talvolta cospicuo, rimasero, anche a traverso le epoche successive, le cellule della vita pubblica e praticamente lo sono ancora.
Occorre qui avvertire che gli attuali circoli e distretti corrispondono su per gi al primitivo "comune grande" che comprendeva tutte le terre di una vallata, ed alle fagie che del comune grande erano talvolta la suddivisione. Nell'Onsernone il Patriziato generale corrisponde ancora al comune primitivo. Nella Melezza riscontriamo patrizialmente le tracce d'altro comun grande: cos nel Gambarogno e forse altrove. Verso il principio del duecento cominciarono i comuni grandi a suddividere il possesso, poscia la propriet dei loro pascoli fra comuni piccoli mano mano che si erigevano a parrocchie. Nel Sottoceneri la corrispondenza fra gli antichi comuni e gli attuali  meno chiara, tuttavia riconoscibile(117).
Prima di appartenere intieramente al ducato di Milano, le nostre terre erano state aspramente disputate fra le famiglie feudali che tenevano Milano, Como, Seprio e Locarno cio i Torriani, i Visconti, i Rusca, i Sanseverino, i de Sax, gli Orelli, gli Sforza, ed altri.
Esse furono travolte nelle guerre di supremazia fra Milano e Como e furono spaventosamente devastate. Vuolsi che in un secolo la Citt di Lugano abbia cambiato 14 volte la signoria. Di regola Locarno e Bellinzona con le valli superiori sono con Milano, il Sottoceneri con Como.
Di tutte queste cose non resta che un'oscura e infausta memoria, malgrado le dotte monografie che ne trattarono.
Quando finalmente Como e le diverse signorie feudali della Lombardia caddero in potere dei Visconti duchi di Milano, anche le terre ticinesi diventarono totalmente ducali.
Questa dominazione fu rotta la prima volta col passaggio della Leventina in potere di Uri, (anno 1403), poi con la caduta di Bellinzona, Blenio e Riviera in potere dei tre cantoni montani (1500).
Nel 1512 finisce la dominazione ducale(118).
Di questo periodo eziandio poco rimane nelle istituzioni attuali che gi non fosse prima, in germe od in potenza. Fu detto che esso sia stato un regime paterno. Pura frase rettorica! Fu piuttosto un periodo di assetto e di consolidamento, per quanto interrotto dalle due battaglie di Arbedo e di Giornico. Le piccole giurisdizioni furono alquanto ridotte di numero, scomparendo alcune castellanze del Luganese e del Locarnese. Gli usi locali furono consolidati in statuti ad immagine di quelli delle citt lombarde. Le arti edilizie vi ebbero memorabile incremento per il fatto stesso della crescente fortuna della metropoli lombarda e dalle due dinastie dei Visconti e degli Sforza. La lunga pace susseguita alle continue procelle dei secoli precedenti favor la prosperit economica del paese.
Una notevole rete stradale fu costruita e regolata mediante consorzi di manutenzione. Le strade regine sembrano risalire a quell'epoca e forse  dall'ultimo degli Sforza il nome ancora vivo di Strada francesca.
Tuttavia il dominio lombardo non mise profonde radici, particolarmente nelle vallate, ci che si deve ascrivere particolarmente ad interessi economici contrastanti.
A quei tempi l'unit degli Stati dipendeva in primo luogo dalle dinastie, poi dal gioco degli interessi. I sentimenti di affinit etniche e colturali quasi erano inavvertiti. La comunit di lingua e di stirpe non aveva mai impedito il ferore della faide di comune n l'ostinata inimicizia delle citt vicine. Esisteva maggior antipatia fra le citt e il contado, fra la pianura e la montagna, che non oggi fra l'unghero e lo slavo. Per contro l'analogia di certi interessi economici soleva rendere solidali gli abitanti dei due versanti di una catena, ancorch di diversa lingua come si vide anche nei Pirenei. Le moderne carrettiere e le ferrovie permettono oggi anche ai villaggi di montagna di rifornirsi di tutto dalle soggiacenti pianure, citt e porti marittimi: allora erano ancora intensi i traffici dall'una all'altra valle a traverso le giogaie.
Le forme dell'economia terriera che andavano prendendo piede nelle vallate alpine del resto del Ducato minacciavano seriamente gli interessi comunali. In Italia i pascoli alpini hanno acceduto ai latifondi di privata propriet.
Ai contadini rimasero solo i cosiddetti usi che sono una specie di servit a favore di una certa popolazione. Questo non poteva essere ammesso dai nostri vallerani. Continuo argomento di risse le fiere ed i dazi. Gi ab antico una fiera era un privilegio concesso dal principe ad una citt o borgata. Per il bestiame proveniente da oltre Gottardo, e per quello che vi si univa strada facendo lungo le nostre valli, le fiere principali erano quelle di Varese, di Pavia e di Milano.
I nostri esportatori avrebbero voluto qualche cosa di simile ai moderni draw-back per le mandrie invendute, ma non era come a dirlo.
Non minor causa di dissensi erano le giurisdizioni. Il Ducato andava assorbendo i feudi. La giurisdizione vi era esercitata secondo i titoli feudali, cio senza alcuna vera regola di diritto pubblico. Il dramma di Serravalle in Blenio (1402) concernente l'esercizio del jus primae noctis, ne  la pagina pi marcata. A poco a poco le giurisdizioni si normalizzarono in una certa disciplina locale, ma con concetti diametralmente opposti a quelli dell'epoca comunale. Nel mille e duecento i placiti si radunavano in Val di Blenio, composti dagli scabini della valle quali testimoni della consuetudine locale, presieduti da giudice mandato dai conti, (gli Ordinari del Duomo di Milano). Era una giustizia demotica, se non democratica. Con la consolidazione del Ducato, la giustizia evolve ad una organizzazione statale e jeratica, ma come sempre avviene, a scapito dei montanari e delle usanze montane. L'ultima istanza  alla capitale, composta di giudici cittadini, dottorati in ambo i diritti, ma incapacissimi di comprendere una causa di diritti reali secondo le costumanze e i bisogni di una regione alpina(119).
Nei vari conflitti dei leventinesi e dei bleniesi col duca, (anche nella Lavizzara?) la nota che torna pi frequentemente  la volont, dei vallerani di avere giudici propri e che rispettassero le antiche consuetudini. E ci non era un fenomeno locale, nei Pirenei successe qualche cosa di simile con la formazione dei grandi stati di Francia e di Spagna. I baschi rimpiangono ancora oggi i loro fueros (fori). La centralizzazione pu condurre ad una "forma pi evoluta di istituzioni", ma ad una condizione, che quello stato lasci sussistere quel tanto di economia regionale che permetta di provvedere con legge e regolamenti a quelle necessit di polizia forestale e rurale che allora erano inglobate nel diritto di propriet.
La promessa dei signori svizzeri fu appunto quella di ricondurre le valli ticinesi verso le forme comunali e comunitative rispondenti ai bisogni della popolazione - n avrebbero potuto trovarne una pi seducente, n di pi credibile perch essi erano pure, per la pi parte, cantoni di montagna.
...
Il manoscritto del Bertoni su Il Ducato contiene le seguenti note dettate da Emilio Bont:
"...Il prototipo "marca" dev'essere un po' una fissazione tedesca. Il Meyer vi dette credito adottando il termine, penso, in mancanza di una designazione sicura. Ma se una forma rizomatica (per dirla coi linguisti) esiste, non pu trattarsi che del pagus romano, e pi tardi del "contado rurale" ridotto ai minimi termini mediante spezzettamenti successivi.
- Il dominio comasco cessa gi nel 1335, infranto dai Visconti. Quell'anno dunque le terre ticinesi passarono buona parte ai Visconti (Sotto Ceneri); nel 1340-41 il resto (Bellinzona e Locarno). Le Tre Valli si possono considerare viscontee verso la met del Trecento.
- La strada francesca non  in relazione con Francesco Sforza. La si diceva cos gi nei secoli antecedenti.
- Il jus primae noctis dei Pepoli non mi sembra provato neppure come pretesa. Se ne son dette tante su questo particolare! Ma storicamente non risultano che cose vaghe.
- La "lunga pace" quattrocentesca non mi pare sia esistita. Il Luganese specialmente fu tormentatissimo, col dominio dei guelfi Sanseverino. E anche le Valli superiori si trovarono tra il martello e l'incudine (Arbedo, Giornico, ecc.)..."
 IV.
Le Signorie degli Svizzeri(120)
Molto fu scritto su questo periodo la cui letteratura  ormai abbondante. Citiamo in primo luogo la "Svizzera Italiana" del Franscini, gli studi di Eligio Pometta e particolarmente la sua opera principale "Come il Ticino venne in potere degli Svizzeri" e la dotta monografia di Luigi Aureglia Evolution du droit public dans le Canton du Tessin (Paris Giard et Brire, 1916) e tutti i maggiori storici della Confederazione Svizzera, in prima il Weiss, autore del volume "Die Tessinischen Landvogteien". Sono inoltre da consultarsi come fonti l'Helvetisches Lexicon del Leu (1756) e molti altri lavori di minore importanza.
I minuti particolari di questa parte della nostra storia non riguardano il fine di questo libro. Importa invece rilevarne alcuni caratteri in relazione coi problemi attuali della nostra vita politica.
La prima constatazione che pu ormai dirsi acquisita  che nessuna delle terre ticinesi pass al regime svizzero come terra di conquista. Qui ci varr, oltre l'autorit del Pometta, la testimonianza dell'Aureglia, per essere egli straniero e perch la sua opera, passata al crogiuolo di tre illustri professori della Universit di Parigi, ottenne da questa la distinzione di un premio speciale.
La Leventina, le valli di Blenio e della Riviera, la citt di Bellinzona, non si risolsero a cambiare di signorie senza lunghe pratiche ed esitazioni, n lo fecero senza mercanteggiare il loro consenso. Ottennero perci condizioni migliori di quelle delle quattro prefetture di Lugano, Mendrisio, Locarno e Valle Maggia venute dopo, ma una prova dello spirito che le inform tutte  che posero generalmente la condizione che si distruggessero le preesistenti fortezze ducali e aiutarono a demolirle. Altro prezioso documento della loro dedizione contrattuale  che quasi in tutti i casi le popolazioni furono invitate a riformare i loro statuti prima di sottoporli alla sanzione dei nuovi sovrani. Ma soprattutto vale la reciprocit dei giuramenti previsti dagli statuti. Il popolo giura comizialmente fedelt ed obbedienza ai cantoni sovrani: il balivo giura di procurare il vantaggio e l'onore della valle, di evitare il danno, di punire lo scandalo, di essere il giudice di tutti, del povero come del ricco, di non lasciarsi sedurre da doni o ricompense, n da amicizie o parentele, ma di procedere secondo ragione e giudicare secondo giustizia. (Statuto di Blenio)
Si pu essere scettici sul valore di questi giuramenti, ma non bisogna esserlo di partito preso.
Avrebbero osato i Lombardi chiedere simili giuramenti alle signorie spagnuole e li avrebbero queste accettati?
Ritorniamo pi sotto sulla questione dei doni e ricompense, cio sulla corruttibilit della giustizia. Intanto giovi osservare, sulla scorta dell'Aureglia, come il potere legislativo fosse rimasto di fatto alle popolazioni. I cantoni sovrani accordavano la loro sanzione ai provvedimenti votati dai sudditi e non facevano mai leggi obbligatorie per essi. Se questa sanzione era talvolta negata, ne vedremo tosto il motivo. Il potere esecutivo era rimasto quasi intieramente alle comunit protette, salvo il comando militare ch'era attributo del fogto. (Per le 4 prefetture era il balivo di Lugano che aveva qualit di comandante; quello di Locarno era capo dello Stato Maggiore. In Blenio e credo in Leventina, prima dell'infausta sollevazione del 1755, era la valle che nominava anche il Capitano(121)). Del resto il baliaggio come tale aveva poco da amministrare: amministrativo per eccellenza era invece il potere esercitato dalle vicinanze comunali. La manutenzione delle strade era onere contrattualmente diviso fra i comuni.
Il potere giudiziario costituiva la pi importante attribuzione del balivo. Esso variava molto da un baliaggio all'altro, ma sembra che in nessun baliaggio la sua giurisdizione fosse esclusiva, n per il civile n per il penale. I Giudici eletti dal popolo prendevano parte al giudizio, dove con voto consultivo, dove con voto deliberativo.
 noto che i magistrati che compravano l'ufficio se ne rifacevano sui litiganti. Erano questi che pagavano les pices (eufemismo per dire la mancia) ai magistrati, e s'intende che il vincitore dovesse essere pi generoso. Questo nella nobile e ricca Francia del secolo d'oro.
Nei cantoni confederati si pu presumere che vi fosse maggior dignit durante tutto il cinquecento. Colla met del seicento cominci la degenerazione dei costumi politici che precipitarono nel settecento(122) e (123).
Fu quello il secolo della ragion di stato la quale ebbe verso la fine la bella reazione dei sovrani riformatori. Ma la corruttela ch'era cominciata in alto, faceva strazio nelle classi inferiori. Le democrazia svizzera non esisteva pi che di nome, e il cinismo aveva preso il posto dell'antica fierezza la quale soleva compensare un certo grado di rozzezza con un maggior grado di austerit. Nel settecento la giustizia era mal formata anche presso i cantoni sovrani e non si ha che a leggere la letteratura di allora, da Geremia Gotthelf a Pestalozzi per convincersene.
Ma questa corruttela (alquanto esagerata dai giacobini e dai riformatori post-rivoluzionari) non era in realt il peggiore dei mali. Anche con una magistratura onestissima la giustizia pu essere un cattivo scherzo per chi non ha denaro da spendere. (Non  necessario risalire nei secoli per dimostrarlo!)
Il peggio era che quelle stesse misure che in principio del cinquecento erano state prese a garanzia dell'autonomia locale, si volsero con l'andare del tempo a suo danno. La formula nihil innovetur era sembrata la migliore delle garanzie dopo i turbini di mutazioni avveratisi a capriccio durante il periodo preducale e con disegno accentratore durante il ducato. Ma nella vita organica tutto si rinnova. L'immobilit delle istituzioni pu essere feconda per un certo periodo, ma poi diventa sinonimo di morte. Il principio "nihil immutetur in ecclesia" non  estensibile alla vita civile
Nei giudizi di banca, giudicavano solo i giudici locali (sembra si trattasse delle cause di piccolo valore). Questa materia per non  sufficientemente chiarita, scarseggiando i documenti(124).
La procedura civile era semplice e sbrigativa: sotto certi riguardi preferibile alle attuali. Quella penale era la solita di tutti i paesi a quell'epoca, basata sul principio inquisitorio. Le pene erano massimamente corporali e pecuniarie. Sarebbe stato impossibile a cos piccoli stati (poich i baliaggi erano in sostanza degli stati sotto protettorato), provvedere a sistemi penitenziari, non dico di tipo moderno, ma quali potevano avere solo i grandi principati: e si sa che razza di sistemi fossero.
Notevole invece che i ticinesi beneficiavano fin d'allora della franchigia inglese dell'habeas corpus. Nessuno poteva essere arrestato senza ordine del giudice. (Aureglia)
Fin qui dunque il potere democratico aveva una costituzione popolare e peccava pi per eccesso che per difetto di democrazia. Il grande inconveniente consisteva nelle istanze d'appello civile (le sentenze penali erano inappellabili).
L'appello avveniva agli ambasciatori o sindacatori che una volta all'anno varcavano le alpi per quest'ufficio e per altre incombenze amministrative. Ci aveva gravi inconvenienti per le quattro prefetture dipendenti da 12 cantoni. Troppi giudici e pratica impossibilit che tutti fossero cogniti dell'italiano bench questa lingua fosse allora assai diffusa nei cantoni confederati a causa del servizio militare presso le corti italiane. Se e fino a qual punto si fosse diffusa la pratica di discutere le cause in tedesco,  un punto che rimane da chiarire(125).
Pi disastrosa l'istituzione della terza istanza alle corti dei cantoni sovrani. Bench sia stata limitata nel 1678 non si capisce come una simile aberrazione possa essere stata proposta ed accettata. Di fatto sembra che non la si praticasse.
Arriviamo ora alla vessata questione della corruttibilit della giustizia. A questo riguardo osserviamo anzitutto che la pratica dei cantoni di vendere la carica di balivo, ripugnante in se stessa, era conforme alle istituzioni di quei tempi. Il re di Francia, fino alla Rivoluzione, ha sempre venduto le cariche di bailli e ci era ritenuto per giusto e normale.
Avvenne che i baliaggi, troppo piccoli per adempiere alle funzioni dello stato quale si andavano designando in Europa, si trovarono incatenati nei limiti troppo stretti delle loro autonomie. La prima conseguenza tangibile fu quella di non poter provvedere allo sviluppo delle reti stradali secondo i nuovi bisogni.
Pochi anni dopo il passaggio di Locarno agli svizzeri si ruppe il ponte della Torretta a Bellinzona in conseguenza della frana di Biasca. Se Bellinzona e Locarno fossero stati baliaggi di un solo stato come tutto il paese di Vaud era signoreggiato dal sagace regime di Berna, il ponte sarebbe stato rifatto. Occorse invece la costituzione di tutti i baliaggi in uno stato solo perch ci avvenisse. La viabilit, interrotta dopo i provvedimenti di Francesco Sforza, sub un arresto di tre secoli. Costituitosi lo Stato della Repubblica e Cantone Ticino, bast una generazione per fare le arterie stradali da Chiasso al Gottardo con le diramazioni su Locarno e Ponte Tresa.
Questo richiamo storico  necessario perch ai tempi nostri si presentano questioni analoghe nei rapporti fra i Cantoni e la Confederazione. Troppo empirica  la formula: "basta con gli accentramenti: fin qui e non un passo pi oltre". Non si d un fermo al secolo per decreto di popolo n per volont di principe.
Pi saggio, pi conforme alle leggi della vita e della storia sarebbe un federalismo che dicesse: se ai bisogni nuovi determinati da evoluzioni mondiali occorrono nuovi sacrifici della nostra autonomia essi possono e devono essere compensati dalla restituzione di autonomie che abbiamo sacrificato quando il sacrificio pareva necessario ed ora non lo  pi.
La politica del nihil innovetur fu aggravata da diversi fattori abbastanza noti: il non appartenere tutto il Ticino alla stessa signoria. Il dominio di un popolo sopra l'altro popolo fu un concetto delle Repubbliche italiane. La Sardegna appartenne a Pisa. Con l'apostrofe di Balduccio di Buonconte ai pisani "voi che re siete in Sardegna ed in Pisa cittadini" il Carducci esprime da par suo un prodigio della storia. Ma dodici cantoni che esercitano per turno questa sovranit volgevano il prodigio a sortilegio. Se poi si considera che di questi sovrani sette erano cattolici e cinque protestanti, che intanto ardeva in Isvizzera l'epico conflitto della Riforma e della Controriforma, che le diocesi di Milano e di Como, ai quali i baliaggi ticinesi erano soggetti per lo spirituale, temevano nei balivi protestanti "una breccia aperta alla Riforma" si comprender facilmente come le diete dei cantoni sovrani, per poco che vi fosse stato opposizione a qualche mutamento domandato dai baliaggi, risolvessero "che si stesse all'antico praticato".
Per servirmi di un pensiero di Gonzaga de Reynold, il persistere di una pace di tre secoli sotto questo regime attesta non gi la barbarie, non gi la tirannia dei dominatori, ma un loro altissimo senso politico.
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La vita economica sotto il regime degli svizzeri non fu certo peggiore di quella delle altre vallate subalpine soggette alla serenissima Repubblica di Venezia, alla Spagna ed ai Principi del Piemonte.
L'emigrazione delle nostre maestranze sembra essere stata favorita, di contro alle corporazioni chiuse degli stati stranieri, dal fatto stesso che questi avevano bisogno dei reggimenti svizzeri i quali fornivano le loro truppe di prima scelta. I ticinesi ebbero infatti gran parte nella costruzione delle opere d'arte militare di quell'epoca.
Altra ragione necessaria per comprendere gli avvenimenti politici posteriori  quella delle frequenti alleanze stipulate dai Cantoni cattolici con la Santa sede a fini militari gi da quando Sisto IV tent conquistare il ducato di Ferrara per il suo nipote Riario; continuarono le alleanze con Innocenzo VIII, Giulio II e Leone X. Gli Svizzeri fornivano al Pontefice reggimenti di soldati e ne avevano in cambio un diritto civile-ecclesiastico singolare che precedette di secoli le teorie moderne a favore della sovranit statale. Che ci avesse qualche parentela con la cosidetta libert della chiesa gallicana, non oseremmo affermarlo. Vigeva in ogni caso, dal lato della Chiesa, una certa formola diplomatica che giova richiamare: "doversi lasciare agli Svizzeri i loro usi ed abusi". Fra questi usi ed abusi era la decisa avversione dei confederati, gi nella cos detta Carta dei preti, alla giurisdizione ecclesiastica fuorch in materia matrimoniale e di usura ed una certa pretesa di sorveglianza sopra l'amministrazione dei conventi ed altre opere pie, venuta senza dubbio da ci, che gli enti pubblici avevano fortemente contribuito alla loro fondazione. Ci che si manifest anche nei baliaggi ticinesi.
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...Non si pu lasciare inosservata, per quest'epoca, la parte che vi ebbero le autorit ecclesiastiche, in conseguenza del Concilio tridentino e ad opera particolarmente di San Carlo Borromeo. La Svizzera, trattata come grande potenza, fu onorata di una Nunziatura particolare, mentre appena due ne aveva la Germania, da Vienna a Colonia.
La scuola protestante indica fra altri scopi della nunziatura quello di affievolire la dipendenza dei vescovi svizzeri dagli arcivescovadi stranieri, ci che sarebbe stato a vantaggio del principio nazionale. Comunque la nunziatura ebbe in Isvizzera non poca ingerenza gi per il fatto di poter servire da legame spirituale fra i cantoni cattolici, tenuto calcolo delle non poche cause che il diritto canonico attribuiva al foro ecclesiastico.
Carlo Borromeo, quale arcivescovo di Milano si preoccup del pericolo che i baliaggi ticinesi in potere degli svizzeri diventassero una breccia nelle alpi aperta al protestantesimo. Volle quindi diventare il protettore dei cantoni cattolici contro i loro potenti confederati di Zurigo, Berna e Basilea. Visit personalmente quei cantoni, fu a Lucerna (1570), a Svitto, ad Einsiedeln, a Zugo, e Glarona. Visit anche Disentis, poich la signoria di Coira sulla Mesolcina e la Valtellina rappresentava una minaccia anche maggiore. Fond a Milano un Collegio elvetico, che potesse competere con le facolt di teologia protestanti nella formazione del clero svizzero.
 attribuita ad opera sua la fondazione della Nunziatura sopra menzionata e la introduzione dell'ordine dei Gesuiti.
Come azione religiosa queste imprese stanno nel quadro della Controriforma, inaugurata dal Concilio di Trento e corrispondono alla fondazione di un Collegium germanicum. La riforma conseguiva una forza indiscutibile dal fatto che esigendo dai fedeli la lettura della Bibbia in volgare, implicitamente istituiva l'obbligatoriet della scuola popolare. Occorreva dunque provvedere ad una scuola popolare anche nei Cantoni cattolici. Ad essa il Borromeo dedic almeno in parte i beni del soppresso ordine degli Umiliati. In quasi ogni parrocchia del Ticino furono istituite delle modeste scuole cappellaniche. Alla caduta dei Baliaggi il Ticino contava, due seminari inferiori (Pollegio e Ascona) e quattro Ginnasi a Mendrisio, Lugano, Locarno e Bellinzona. Non  probabile che alcuna provincia della Penisola avesse altrettanto in proporzione.
Questa premessa storica  necessaria a rettamente comprendere e giudicare diversi avvenimenti del XIX secolo. Fra altro questo, che a torto od a ragione, i novatori pretendessero che la Nunziatura ed i Gesuiti fossero due elementi di dominazione straniera in Isvizzera, specialmente dacch l'Austria, diventata padrona del Lombardo Veneto e arbitra dell'Italia, aveva serbato dalle leggi di Giuseppe II un certa manomissione dello Stato sulla Chiesa.
Da Carlo Borromeo ha il nome anche la lega stipulata nel 1586 fra i sette cantoni cattolici di Lucerna, Uri, Svitto, Unterwalden, Zug, Friborgo e Soletta, (il santo era gi morto da due anni), detta anche Bolla d'oro. I Cantoni protestanti, che da parte loro patteggiavano con Enrico IV di Francia, ne fecero tosto un titolo d'accusa contro i cattolici. La lega fu pi volte rinnovata e conserv il suo carattere fino al Sonderbund (1847).
Ci che nel 16 secolo era conforme al diritto pubblico d'allora pot nel 19, per il mutato spirito d'Europa, apparire incompatibile(126).
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La Costituzione ticinese del 1830. (127) (128)
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Udite gi sotterra ci che dicono i morti.
Carducci (Certosa di Bologna).
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Ricorrendo il centenario della Costituzione cantonale del 1830 il governo del paese ha creduto conveniente di richiamare quella data e quell'evento alla raccolta attenzione dell'adolescenza e dei cittadini mediante un libro che di quella costituzione dicesse il significato, tutto il significato, nel quadro delle sue precedenze e delle sue conseguenze.
Dissero invero i nostri avi ed i nostri padri che la Costituzione del 1830 era stata il "primo amore del popolo ticinese". E fu veramente cos. Delle precedenti costituzioni, quella unitaria della Repubblica Elvetica una ed indivisibile (1798) era stata quasi un dettato del Direttorio rivoluzionario di Parigi. L'Atto di mediazione (1803) era stato il frutto di una intelligente intesa fra Napoleone Buonaparte e i fiduciari delle varie correnti politiche svizzere, cosicch la costituzione cantonale di quell'anno fu accettata, non votata n discussa dal popolo nostro. La Costituzione del 1814 era stata la conseguenza di un rivolgimento europeo al quale i ticinesi avevano assistito senza parteciparvi: essa fu accettata dopo diversi torbidi, imposta da volont e da interessi stranieri.
La Costituzione del 1830 invece fu l'opera spontanea e voluta dalla grande maggioranza dei nostri padri, accolta con giubilo dalla popolazione. Opera tanto pi importante ch non significava la vittoria di un partito, nel senso odierno della parola, ma d'una tendenza.
I partiti cosiddetti storici non la precedettero ma piuttosto nacquero dalla sua applicazione e dalla sua interpretazione. Certo vi ebbero parte le correnti di pensiero che allora si andavano affermando in tutta la Svizzera, in tutta l'Europa, ma non oltre quanto la natura delle cose concedeva e consigliava.
Perci se anche le sue disposizioni siano oggi quasi tutte variate nella forma e nella sostanza, essa conserva la sua fisionomia cos come l'albero secolare le cui cellule tutte sono cambiate ma rimane nondimeno quell'albero.
Le riforme costituzionali posteriori si sono svolte tutte come riforme parziali seguendo la diversa indole dei tempi. Fare la storia anche di queste vuol dire compiere il racconto delle mutazioni costituzionali dello Stato e quindi delle sue vicissitudini essenziali. E ci risponde ad una necessit del presente e dell'avvenire.
Non  bene che un popolo conosca la storia delle sue politiche mutazioni attraverso le sole informazioni della stampa politica contemporanea. Esse sono necessariamente unilaterali e quindi tendenziose. Uomini ed eventi di indiscutibile valore morale si svalorizzano nel racconto dei contemporanei perch esagerati nel biasimo come nella lode.
Le violenze di queste polemiche hanno nociuto al prestigio del nostro Cantone nella lega confederata ed al buon ricordo che della patria sogliono conservare i cittadini emigrati. Perch questo malanno scompaia, bisogna poter guardare il nostro passato col necessario arretramento. Solo allora la storia  formativa e, spogliata dalle sue scorie, rivela l'intima sostanza delle cose, ci che vi  in esse di duraturo, ci che nell'umanit vi pu essere d'eterno.
Nelle azioni degli uomini come nelle rivoluzioni dei popoli, i motivi di agire non sono mai cos semplici che non si possa attribuire a qualche rea passione anche le scintille dell'anima pi nobile ed immortale. Avviene poi che nelle loro polemiche i partiti, come le nazioni, si attribuiscano rettoricamente vizi, trame, finzioni e nequizie che a nessun corpo collettivo si possono realmente attribuire, se non forse per brevissimo tempo.
Si creano cos delle responsabilit collettive puramente verbali e immaginarie le quali, alimentando le passioni, tolgono ogni capacit di giudizio.
C' di peggio. Gli scrittori di cose storiche sogliono cadere alla loro volta nei pi strani errori giudicando i fatti di un'epoca con le passioni e le prevenzioni d'un'altra, i fatti di una regione singola coi criteri dominanti nelle nazioni maggiori.
Se lo storico non ha quel tanto di senso critico necessario per mettere le cose del medioevo o dei secoli successivi nel quadro e nella luce della loro epoca, di sceverare quello che  particolare da quanto  generale, rischia di capovolgere i valori, di giudicare a torto, di diseducare.
Bisogna quindi che il narratore possieda quel tanto di ottimismo da persuadere s medesimo anzitutto, che i fenomeni storici duraturi ed universali furono cos perch v'erano delle ragioni per cui cos fossero.
Occorre che si convinca che le guerre fra i popoli, non sono mai guerre di angeli bianchi contro i diavoli neri, ma guerre di uomini pieni di difetti anche se capaci di cose magnanime ed eroiche: che le fazioni politiche non sono mai fra servitori di Dio e figli di Satanasso, ma fra gente che  persuasa, il pi delle volte, di fare il bene pubblico, pur pensando un poco al vantaggio proprio: che le dottrine politiche ed i sistemi che possono convenire alle grandi nazioni possono disconvenire alle piccole.
Solo a questa condizione la storia potr essere educativa perch solo a questa condizione pu almeno tentare di essere imparziale e quindi giusta secondo la sentenza di Spinoza: non flere, non indignare sed intelligere.
Raddrizzata che sia, la nostra storia politica, storia di un secolo solo, ma d'un secolo grande per le sue costruzioni non meno che per le sue mutazioni,  invero degna di essere conosciuta. Storia ricca di esperienza in ogni caso. Storia capace di temperare dei cittadini consci dei loro diritti e dei loro doveri. Storia di un popolo minuscolo che non teme di paragonare le sue istituzioni con quelle di repubbliche e monarchie assai maggiori.
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Ma la nostra storia costituzionale non sarebbe rettamente comprensibile se non la si collegasse alla conoscenza delle vicende politiche e costituzionali che la precedettero ed alla storia delle democrazie svizzere che percorsero lo stesso cammino, cos come gi fece Luigi Aureglia nel suo dotto volume Evolution du droit public du Canton du Tessin (Parigi 1916). La sentenza che Cicerone pone a fondamento del suo libro "La nostra repubblica non fu l'opera di un giorno n d'un uomo" (de Rep. Lib. II cap. 21)  vera anche per noi. Anche ai nostri tempi, e forse pi oggi che allora, vale l'appunto ch'egli muove al divino Platone di aver voluto tirar fuori la sua repubblica ideale dalla propria fantasia allorch le norme della vita civile non altrimenti si possono dedurre che da una logica illustrazione della storia del proprio stato. Vero , riconosce Cicerone, che anche gli eventi storici sono in gran parte il portato del caso e tale pu sembrare tutta la storia a chi si perde nei particolari; ma a chi ne sappia afferrare l'intima connessione appariranno le ragioni costanti di ogni costituzione politica. (Ib. cap. II).
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Il diritto pubblico svizzero  d'altronde, come bene osserva Andrea Heusler, una parte integrante anche della nostra cultura nazionale. Si pu sostenere, letterariamente parlando, che il patrimonio morale di una nazione consista principalmente in una sua particolare letteratura. Roma ebbe tuttavia una sua storia grandiosa nel mondo antico prima ancora che la sua letteratura nascesse e quando appena era adolescente. Il diritto pubblico di un paese, quando  liberamente sviluppato, fa parte della sua cultura nazionale in quanto  un fattore della vita nazionale, in quanto  un prodotto dello spirito popolare nel passato, nel presente e nelle sue aspirazioni.
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6.
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Prolusione ad un corso di storia ticinese(129)
1.
"Dov' il Cantone Ticino?" scrivevami da Roma un amico il quale fuggendo per la piana lombarda aveva veduto dileguarsi e confondersi nella catena delle Alpi le montagne ticinesi, non rimanendo altra cosa a settentrione che la gran cerchia che chiude l'Italia.
Eppure questo minuscolo settore delle Alpi ha una storia, non solo, ma una storia ricchissima di eventi e di ammaestramenti.
L'importanza storica di un paese non si misura dalla sua mole. Cos' la storia dell'immensa Russia in confronto a quella della piccola Grecia? Bens la storia d'un paese  in massima parte determinata dalla sua posizione geografica ed  appunto l'essere una breccia aperta nella muraglia delle Alpi che d alla valle del Ticino una importanza eccezionale nella storia d'Europa in corrispondenza com' con una delle principali vallate d'Europa, ch' quella del Reno. Via delle genti chiam Carlo Cattaneo, con felice sintesi, quella che conduce dalla Lombardia alle Fiandre e noi siamo al punto critico di questa via.
Gi le tracce dell'epoca preistorica mostrano le antiche popolazioni mediterranee infiltrate a traverso le Alpi verso tramontana: liguri ed etruschi trassero per Bellinzona verso le regioni lacustri dell'Altipiano svizzero e vi lasciarono numerose tracce del loro passato. L'archeologia ticinese  una parte importantissima dell'archeologia svizzera.
Roma mosse per le Alpi verso la Germania e da qui pass una delle principali vie per cui un primo albore di civilt penetr le regioni del nord.
Nel medio-evo videro le nostre valli passare gli eserciti della Germania che prendeva la sua rivincita sulla romanit, scendendo con orgoglio non disgiunto da rispetto alle incoronazioni di Roma.  sui nostri laghi che si combattono le prime battaglie della guerra del papato e dell'impero. Tutti i grandi eserciti della successiva storia d'Italia e di Germania hanno la pi larga ripercussione in Isvizzera, e gi prima che le terre ticinesi diventino svizzere i loro destini segnano le sorti di tutte le vallate che dalla Svizzera conducono in Italia. La riforma religiosa e la contro riforma si disputano la breccia che da Basilea mette a Milano. Gli ultimi grandi episodi, quelli delle guerre del periodo napoleonico, coinvolgono la nostra storia con quella del mondo.
Vero  che nell'attuale guerra d'Europa la Svizzera rimane immune, ed inviolata  la via delle Alpi; ma ci avvenne per l'eccellenza delle istituzioni svizzere, frutto di una secolare esperienza delle vicende d'Europa, istituzioni nelle quali i ticinesi nostri padri hanno avuto grandissima collaborazione.
La nostra storia  in una parola inseparabilmente collegata con quella di tutta l'Europa centrale e trae da quella la sua importanza. Nel che non  dissimile dalla storia svizzera in generale, la quale, malgrado l'andazzo che corre nelle scuole, non si pu disgiungere dalla storia della civilt d'Europa e delle rivendicazioni europee, senza totalmente sfigurarla e diminuirla.
2.
Ma anche considerata nel suo intrinseco la nostra storia  nobile e bella. Essa si ammanta di tutto lo splendore della storia delle Corporazioni e delle Arti nel medio-evo. Essa scaturisce con montanina freschezza dalle origini del Comune libero.
Il Comune rustico italiano da secoli  spento e vive invece di inesausto vigore nelle nostre valli; il Comune libero del Medio Evo, sorto di contro al feudalismo che tramontava ed al principato che sorgeva, in nessuna parte del mondo ha sopravvissuto tranne che in Isvizzera nella forma dei Cantoni federati. La dominazione svizzera nelle prefetture ticinesi, con tutti i suoi difetti, ha avuto il prezioso vantaggio di conservare gelosamente intatte le autonomie e le forme democratiche del Comune medioevale, e questa antica democrazia si  incastrata sul nostro suolo con la nuova democrazia portata dalla Rivoluzione francese, con la quale si  fusa in un bronzo imperituro.
Dopo la rivoluzione cominci la nostra attiva partecipazione alla vita politica svizzera. In questa nuova vita i nostri padri ticinesi hanno portato l'impronta del genio della loro stirpe, tutto chiarezza e semplicit. Gi nel 1810 il Cantone Ticino, che ha sette anni di esperienza politica, dimostra di fronte al Gran Crso, al potente reggitore della politica svizzera, al sommo reggitore degli ordinamenti d'Europa un ardimento ed una coscienza che gli fanno onore. Nel 1814 quando la reazione imperversa sull'Europa sotto gli auspici di Metternich, un solo Cantone nella Svizzera osa elevare una parola di fiera protesta ed  il Ticino. Nel 1830 prima che le giornate del luglio vedessero il tramonto della Ristaurazione, il piccolo Cantone Ticino l'ha rovesciata con una rivoluzione pacifica e questo piccolo e ignorato staterello  il primo d'Europa ad infrangere le catene di cui il Congresso di Vienna credeva aver avvinto la democrazia.
Seguono paralleli il movimento per la Rigenerazione della Svizzera, che mette capo alla costituzione del 1848 e quello per il Risorgimento d'Italia che mette capo alla sua politica unit. Il giovane Cantone Ticino prende parte all'una ed all'altra con pari interessamento. Esso sa essere un fattore dell'unit italiana senza giammai mancare alle leggi dell'onore verso la Svizzera e al decoro verso s medesimo. Altrove le influenze estere sono secondate dall'oro: qui non sono determinate che da un ardente amore della Giustizia e della Libert. Sopra entrambe le vie il governo ticinese incontra la potenza austriaca. L'Austria si oppone alle rivendicazioni della giovine Svizzera come a quelle della giovine Italia, ma incontra nel popolo ticinese un inaspettato fautore di tutte le libert. L'Austria minaccia: il Ticino la guarda imperterrito in viso: l'Austria ha delle armi potenti, l'espulsione e l'affamamento: il popolo ticinese si lascia espellere ed affamare ma non cede, ma invoca il ricordo del cappello di Gessler.
E notate signori che l'Austria aveva dalla sua l'apparenza della questione religiosa. Ma il popolo ticinese rimaneva religioso senza abdicare alla sua fierezza civile.
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Se poi scendiamo ad esaminare le questioni che divisero i ticinesi nella loro vita politica, noi troviamo che a malgrado della vivacit delle loro lotte, a malgrado della persistente violenza delle antiche ire guelfe e ghibelline, a malgrado di tutte le superficiali apparenze e di diversi deplorevoli traviamenti, la vita politica ticinese del primo secolo ha in s qualche cosa di simpatico e di leale.
I nostri padri e noi abbiamo molto conteso, ma raramente per cause futili, mai per cause ignobili.
Le lotte di parte furono quelle che dovevano essere.
La lotta eterna dell'individuo contro lo stato dapprima. Il ticinese , per eredit storica di governi deboli e per adattamento naturale alla vita montana, eminentemente particolarista e individualista. L'autorit dello Stato vi si afferma lentamente. Ma questo suo "liberalismo" pu essere considerato meno un vizio che una virt.
Il suo individualismo , del resto, contemperato da una robusta vita comunale che va fino alla propriet collettiva di un grande patrimonio...
Grandissima parte ebbero nella vita ticinese moderna i rapporti fra la Chiesa e lo Stato. E poich il nostro paese aveva conservato, a traverso i secoli, molte delle antiche forme di reggimento ecclesiastico, queste lotte assunsero da noi un carattere di particolare lotta per la democrazia religiosa. E poich la giurisdizione civile venne separandosi da quella ecclesiastica, ed i cattolici ticinesi rimasero soggetti a vescovi stranieri, questa lotta per la democrazia assunse carattere anche di lotta per le libert politiche; le quali cose tutte concorrono a rendere la nostra storia interessantissima.
La scuola  il fondamento di ogni democrazia. Ora, la lotta per la scuola, allora appena incominciata, assunse carattere politico fin dai tempi della controriforma, perdurando vivissima oggid, ricca di episodi e di esperienze non indegni di un pi grande Stato.
La rappresentanza popolare, rimasta in altre democrazie, ed eziandio in repubblica, una mera forma, od un effimero esercizio di teorica sovranit, diede luogo, dagli inizi del nostro Stato, alle pi caratteristiche manifestazioni di vita nelle lotte costituzionali del 1814, del 1830, 1853-55, 1865, 1870, 1876, 1881 e nella memorabile riforma del 1892, in cui il Ticino, primo Stato in Europei, faceva esperimento del voto proporzionale.
In tutte queste manifestazioni di vita i caratteri degli uomini rappresentativi meravigliosamente svariati e per lo pi simpatici: Vincenzo D'Alberti, Giov. Batt. Maggi, il Quadri, il Franscini, il Luvini, il Somazzi, Carlo Battaglini e Giov. Jauch, Bernardino Lurati e Gioachimo Respini, Alfredo Pioda, Rinaldo Simen e Romeo Manzoni, una pleiade di uomini esuberanti di vita e tipicamente ticinesi...
La storia , dicono, maestra della vita.
Nei tempi procellosi e, come speriamo, fertilissimi di avvenire, che traversiamo, la Svizzera, rimasta incolume, ed esempio di armonia fra i popoli, senza dubbio va incontro a compiti nuovi, tutti per conformi alla sua origine ed alle sue tradizioni. A ben adempiere i quali compiti le  necessario un profondo esame di coscienza. L'esame di coscienza per una nazione  un ripiegamento sulla storia del suo passato, sulle cause della sua prosperit o della sua decadenza. Questo esame, se noi lo facciamo, ci porta a questa conclusione: che la Svizzera fu sempre grande al cospetto del giusto, quando fu fedele ai principi dond'era sorta. e quando pose il sentimento dell'onore al di sopra dell'interesse materiale. Ci porta a quest'altra conclusione, che la Svizzera  una via delle nazioni,  una porta aperta a tutte le idee generose,  un campo aperto a tutte le esperienze. In questa sua natura sta tutta la sua ragione d'essere e tutto il suo pericolo. Il nostro compito  straordinariamente difficile, perch dobbiamo aprir l'uscio a tutte le idee e chiuderlo a tutte le ingerenze. Solo la esatta ed amorosa ricerca della nostra storia ci pu sorreggere in quest'opera. Accingiamoci a questa ricerca con animo sereno e lieto, poich la nostra storia  degna ed  bella.
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Blenio e gli Svizzeri. (130)
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... grandissimo, per quanto comune errore, il considerare l'unione delle valli ticinesi alla Svizzera una semplice mutazione di signoria senza immediato vantaggio per la popolazione. L'ignoranza corrente sulle condizioni politiche e sociali sotto l'uno o l'altro regime  sgraziatamente in ci suffragata dalla poco imparziale testimonianza del Franscini e di tutti coloro che l'hanno copiato senza darsi pensiero di risalire alle sorgenti...  vizio comune a tutti gli storici della scuola giacobina quello di giudicare le istituzioni dei secoli precedenti, magari del medio-evo, coi criteri del diritto pubblico moderno e coi sentimenti della rivoluzione francese... Noi paragoniamo le istituzioni patrie del tempo dei Landfogti con quelle dateci da Napoleone e dalle successive costituzioni e sorpresi del contrasto gridiamo che il regime degli Svizzeri era pura tirannia, senza accorgerci che il solo paragone possibile  quello con le istituzioni di altri paesi, ma della stessa epoca. Ma se noi istituiamo un confronto tra il regime che ebbero i nostri avi nel XVI e nel XVII secolo con quello che ebbero gli altri paesi d'Italia e del Ducato, noi troviamo senz'altro che la conquista degli Svizzeri fu per loro una benedizione, cos come suon la fine di un Iliade di mali. Se noi lo paragoniamo con quello che ebbero in pari tempo gli altri Svizzeri, noi troviamo che i nostri maggiori erano a noverarsi tra i pi liberi e felici.
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Brevi parole a dimostrazione di questi due assunti.
La valle di Blenio, per essere posta in luogo cos remoto da Milano, ebbe meno che le altre a soffrire delle infinite e crudeli tirannidi che passarono sopra le altre terre pi esposte, ma quale penna pu descrivere i patimenti, le devastazioni del Sottoceneri, di Locarno e Bellinzona, durante le furiose lotte feudali che condussero alla definitiva costituzione del Ducato?(131). E sotto il regime dei Visconti e degli Sforza, quale speranza avrebbero potuto avere Blenio, Leventina, Riviera e Bellinzona di ottenere un qualsiasi affrancamento, se non fosse stato il pericolo degli Svizzeri che sovrastava ai Duchi e li intimoriva? Pur lasciamo i secoli anteriori e veniamo al sedicesimo. Qual paese fu pi straziato in quel tempo che la misera Italia? Qual parte d'Italia pi che la Lombardia? Solo a chi ignori i primi rudimenti della storia d'Europa, od a chi l'abbia letta senza neppure accorgersi che la signoria dal Ducato fu la preda su cui si avventarono, dopo tutti i signorotti lombardi, tutti gli avvoltoi di Francia, d'Austria, di Roma, di Spagna e di Venezia portandovi il campo delle loro feroci guerre; solo chi non rifletta che cosa sia una pace di tre secoli, quale nessun popolo d'Europa os sperarne, ma che il dominio svizzero assicur ai Ticinesi - solo a costoro, dico, pu sembrare indifferente che i nostri paesi sieno stati presi ed occupati. Non fossero discesi gli svizzeri nei castelli di Bellinzona vi sarebbero venuti nell'egual giro di tempo: 1 i francesi, 2 di nuovo gli Sforza, 3 di ricapo i francesi, 4 dopo i francesi gli spagnuoli, 5 dopo gli spagnuoli gli austriaci, 6 ancora una volta i francesi con Napoleone, 7 di nuovo gli austriaci, 8 di nuovo i francesi, 9 la Repubblica cisalpina, poi il regno d'Italia, 10 daccapo gli austriaci fino al 1859 (salto via il '48), e 11 da ultimo la casa di Savoia. E mi pare abbastanza!
Venuti gli Svizzeri, la prima cosa che i luganesi ed i locarnesi ottennero, fu che fossero smantellati i castelli, strumenti di ogni tirannia. Rimasti i Duchi sarebbe risorto, se non a cura dei Francesi, certo a cura degli Spagnuoli anche il castello di Serevalle, o qualche altro peggiore(132).
Ed eccomi alla seconda tesi. I nostri maggiori poterono riputarsi nel novero degli Svizzeri tra i meglio trattati. Ci sorprender certamente gli incolti, soliti a bere grosso le puerilit e gli spropositi che sotto il nome di Storia svizzera corrono per tante scuole. Per essi  Vangelo che i Ticinesi fossero servi e i Bernesi sovrani; essi disegnano magari la lega degli otto o dei dodici cantoni coi confini che ottennero nel 1814 (!): essi s'immaginano che Berna era un cantone sovrano, col suo bravo Giura; che i bernesi dell'Emmenthal e del Simmenthal, i friborghesi della Gruyera, i lucernesi dell'Entlebuch, gli zurigani della Tss fossero nostri signori e padroni e noi gli umilissimi loro sudditi. Quando si albergano spropositi simili nella mente, anzi si insegnano nelle scuole, ben si pu credere che i popoli dei baliaggi ticinesi fossero da compiangere. La verit  per che di cantoni sovrani non c'erano che i Waldsttten, con Zugo e con Glarona(133), mentre degli altri non ne era sovrana se non la nobilt ed in parte la borghesia cittadina (a Berna erano 72 famiglie alla fine del secolo XVIII) e che tutti gli altri Svizzeri erano soggetti al pari di noi e la maggior parte assai pi di noi. Sarebbero stati ben lieti i contadini dei cantoni sovrani, che vanamente versarono il loro sangue ad Herzogenbuchsee, se avessero potuto ottenere delle costituzioni liberali come quelle di cui godevano Blenio, Riviera e la Leventina!
Or ecco come era la costituzione politica di Blenio durante il dominio dei tre cantoni.
I tre cantoni sovrani, cio Uri, Svitto ed il Sottoselva, eleggevano a turno il Landvogt, come prima il Duca eleggeva il podest. Erano invece di nomina del parlamento, o sia Landsgemeinde della valle, il luogotenente del Landvogt, il capitano, l'alfiere, il caneparo (tesoriere), e persino l'interprete. Il magnifico consiglio era pure nominato dal Parlamento: non cos i tre giurati che venivano eletti dagli Ambasciatori. Le risoluzioni di carattere legislativo, le domande di nuovi privilegi e simili venivano portate in parlamento il quale, se adottavale, mandava ambasciatori ai tre cantoni per ottenerne la sanzione. Talvolta analoghe risoluzioni sono prese, anzich dal parlamento, dalle singole vicinanze, a pluralit di comuni, dimodoch il comune grande, ossia la valle, assume il carattere di una Confederazione delle 17 vicinanze, le quali corrispondevano agli attuali comuni, meno Ghirone, nel cui luogo figurava Buttino, mentre gli altri Ghironesi partecipavano alla vicinanza di Aquila, e meno Prugiasco che spettava alla Leventina(134).
La giustizia, sul conto della quale tante cose inesatte ci furono raccontate, era in minima parte esercitata dal Landvogt. Le cause cos dette di maleficio, quelle cio che importavano sentenza di morte, bando o galera (sic!) erano conosciute dal Landfogt coi tre giurati, i quali erano della valle. In caso di parit di voti decideva quello del Vogt. Le altre cause civili e criminali erano conosciute dal Landvogt e dal Magnifico Consiglio o parte di esso. Nessuno poteva essere arrestato senza il permesso dei tre giurati: solo in caso di pericolo di fuga poteva ordinare l'arresto il Landvogt, ma solo fino al giudizio di accusa il quale spettava ai tre giurati ed all'intero Consiglio. L'arresto personale per debiti era vietato. L'istruttoria delle cause civili facevasi talora davanti il Landvogt, i giurati e parte dal magnifico Consiglio, tal'altra col Consiglio intiero, che era composto di 9 membri, e la relativa procedura era essenzialmente orale, bench protocollata. Ognuna delle parti replicava e controreplicava a piacimento, finch la causa non fosse sviscerata: sovente cause importanti erano decise il giorno stesso della prima comparsa. Le sentenze erano appellabili agli Ambasciatori, i quali ogni anno venivano, uno per cantone ad esercitare il Sindacato. Anche qui la procedura era di un'estrema semplicit. Il vero inconveniente dell'amministrazione della giustizia consisteva in ci che le sentenze degli Ambasciatori erano alla lor volta appellabili ai Senati dei rispettivi tre Cantoni, per molti anni successivamente a tutti tre, poi il primo cantone dava la sentenza a causa conosciuta e gli altri si accontentavano di aggiungervi una specie di exequatur. Erano queste appellazioni che recavano delle spese eccessive alle parti. Il loro numero era anche limitato.
Si vede da ci che se la corruttela esisteva, e se sentenze si davano per denaro, ci doveva essere in primo luogo per il fatto dei giudici del paese. Certo nei secoli di questa sudditanza, gli Svizzeri ebbero fama di gente corruttibile, specialmente se si consultano gli scrittori italiani, ma non bisogna dimenticare che quando i medesimi autori parlano dei principi d'Italia e del loro governo, altro non noverano che corruzione, tradimenti, pugnale e veleno, cos da farci parer buoni al confronto anche i rozzi reggitori d'Urania. Altra accusa che vien fatta ai Cantoni sovrani  che essi vendessero le cariche giudiziarie. Il fatto  possibile, ma notisi che altrettanto avveniva in pieno secolo decimottavo in piena Francia, la prima nazione che si organizzasse alla moderna, ci che era di diritto comune in tutta Europa. Qui se avveniva, (ed avvenne di certo poich si presero dei provvedimenti), era limitato dalla legge, essendo statuito "che nessuna persona della valle di Blenio debba dare n promettere... per riescire tregiurato se non 10 scudi agli Ambasciatori ed uno scudo ai servitori come gi  conosciuto". Supposto che questo ordine poco valesse, com' probabile, almeno nella forma era fissato un principio di eguaglianza avanti la legge.
Molta maggior autonomia aveva la valle, come le altre prefetture, in materia di amministrazione. Le singole vicinanze godevano di una libert eccessiva e sterminata. Le finanze della valle, o Comune, erano gerite dagli officiali, il Landvogt, col suo luogotenente ed il caneparo, i tre giurati(135), il magnifico Consiglio ed i consoli delle 17 vicinanze, tutti riuniti. (Sembra che Aquila ed Olivone mandassero ciascuno due consoli). Essi ricevevano i conti dal caneparo, le cui entrate consistevano in tre soli cespiti, una rendita fissa per il Dazio (di Leventina), ed il maleficio, il criminale e la taglia comunale.
Questi conti non erano di grande importanza ed erano lungi da una sufficiente precisione.
La quota della rendita del dazio, variava da periodo a periodo, rimanendo fissa per vari anni, il che dinota che il dazio fosse appaltato. Il criminale ed il maleficio rendevano pi o meno secondo i delitti e la solvibilit dei delinquenti. Del loro reddito un terzo spettava alla comunit, un terzo al Landvogt e l'ultimo ai tre cantoni sovrani. Al resto del fabbisogno veniva provveduto colla taglia generale, la quale veniva ripartita secondo gli estimi, e stava nella ragione inversa del criminale. Ecco a cagion d'esempio le entrate di tre anni, prese a caso.

1929
1765
1766
Avanzo dell'esercizio precedente
l. 1509
l.         -
l.   135.06
Dazio
"   140
"   100.16
"   100.16
Criminale e Maleficio.
" 1306
"   162,8  
"     40.-
Taglia
-
" 1816.17
" 2076.-

l. 2945
l. 2080.1
l. 2353.2  
Le spese fisse sono anzitutto costituite dal censo pagato alla fabbrica del Duomo, fino ad una certa epoca, poi dagli interessi di alcuni debiti, fatti forse per redimere il censo. Seguono le competenze del Landvogt, sempre esposte in un modo cos oscuro e sommario da non ci si raccapezzare. L'onorario doveva essere una bazzecola, ma figura sempre commisto con altre partite, cos che non lo potei verificare. Un anno espone L. 464 per cibarie e L. 122 per fatica dell' Illma Signora; un altr'anno L. 1064 come a suo libro. Frequenti sono poi le spese, assai considerevoli, per mandare il Landvogt e qualche altro officiale oltr'alpi a patrocinare un diritto, perci troviamo in un anno questa laconica partita: "speso nelli cantoni 1.618". Sovente si mandavano regali, specialmente di selvaggina, al M Potentissimo Landamano, ed un anno figura la spesa di 1.588 per regalo di una tazza di argento e di una sottocoppa all'Ill.mo Signore.
Verso il 1760 appare una nuova spesa per il dottore, e nel 1768 un dr. Molo di Bellinzona assume una vera condotta medica per 8 anni a ragione di Scudi 50 terzuoli e di 5 soldi per visita. Sopra questa amministrazione c'era quasi nessun controllo. Secondo diversi Abschiede gli Ambasciatori dovevano invigilarla, ma in realt poco o nulla recano i protocolli che accenni ad una loro seria immissione. Trovo solo nel 1765 che gli ambasciatori pubblicano una grida "a ciascuno che abbia a dichiarare qualche doglianza circa li conti".
C'era un altro organo nel Consiglio segreto o di Provvisione, composto di due delegati per ogni faccia(136), ed un terzo delegato per il pane. Il Consiglio segreto aveva mano nelle tratte di grano, per le quali esistevano speciali convenzioni tra i Confederati per i loro baliaggi ed i padroni della Lombardia, e facevano ogni anno la mta o tariffa del pane, del vino, del burro e delle altre vivande.
I nostri autori in genere additano come un segno manifesto dell'ignoranza e dell'arbitrio di quel regime le proibizioni di vendere farine o grano fuori del baliaggio senza il permesso del Fogto. Siamo sempre alla solita, di giudicare le istituzioni di un secolo secondo le condizioni di un altro! Ora colle nostre ferrovie, colla navigazione, colle colonie, colla libert generale di commercio e colla fitta rete di strade la mta del pane e la proibizione di esportar grano non abbisognano pi, e non ricorrono pi le carestie. Per le condizioni d'allora erano cose semplicemente necessarie!
Un fatto dei pi notevoli e caratteristici, emergente dai documenti di ben tre secoli, era la continua lotta per le indebite intromissioni degli Ambasciatori nelle cause soggette alla prima istanza e non ancora appellate. Una quantit di decisioni dimostra che sempre si dava ragione ai ricorrenti, sconfessando gli abusi, ma che questi nondimeno si riproducevano. Ci fa pensare da una parte che non fossero troppe sincere le autorit superiori e non curassero di far eseguire i loro decreti, dall'altra che la gente del paese, la quale in questi conflitti spendeva assai in delegazioni e sollecitazioni, considerava il proprio tribunale ed i propri giudici tutt'altro che come semplici strumenti del Landvogt.
Altra acerba critica fu mossa dagli scrittori al regime dei baliaggi, e questa con miglior ragione. Durante quel periodo nessuno vi fu che si occupasse dello sviluppo delle istituzioni pubbliche n del progresso materiale del paese.
Quando il Cantone Ticino cominci nel 1803 la sua vita di Stato confederato, in tutto il suo territorio non esisteva altra strada carrozzabile che il lieve tratto da Mendrisio a Capolago. Qui in Blenio le singole vicinanze mantenevano la strada francesca, dal confine grigione fino a Biasca, ciascuna il proprio tronco, secondo un'antica convenzione, ma non si trova menzione di alcuna opera intrapresa dalla Comunit. Quanto a scuole non  neppure il caso di discorrerne: le sole che esistevano erano dovute all'iniziativa delle autorit ecclesiastiche. Lo spirito pubblico si pu dire non esistesse. I cittadini non avevano neppur l'idea che si potesse reclamare un ordine di cose diverso dall'esistente. I Bleniesi si erano ribellati fieramente al dominio feudale nel XII e nel XV secolo, ma non si ribellarono mai ai Confederati, n rimase memoria che si sieno mai lagnati di gravi abusi(137): i loro reclami ai Cantoni sovrani non riguardano nessun atto di tirannia o spogliazione, ma solo cose di secondaria importanza, e l'esito era pressapoco sempre lo stesso: si dava loro ragione colla formola: si dovesse rimanere all'antico praticato. I cittadini avevano garantita la pace, fin troppa pace, sicch diventarono poi quasi inetti alla disciplina delle armi ed alla difesa del patrio suolo quando vennero i giorni procellosi; avevano una giustizia relativamente buona; avevano assicurati i loro antichi privilegi; altro non domandavano allo Stato. Le carestie assai frequenti, la mancanza di vie di comunicazione, l'ignoranza del popolo, se anche erano sentite come mali, erano riputate cose estranee alla pubblica amministrazione.
Ma tale era il concetto dei tempi, specialmente in Isvizzera.
Tutta la Svizzera versava in condizioni identiche. L'idea del progresso, l'idea del bene pubblico, nate solo nel secolo scorso e snaturate in questo, non esistevano allora se non sotto la forma di questo semplice concetto: la maggior possibile libert ed autonomia amministrativa, concetto eminentemente conservatore nel senso tecnico della parola. Quando i feudi ticinesi divennero baliaggi, in tutta Europa rantolava il feudalismo e si costituivano i regni e principati, per bisogno di unit e di accentramento. La Svizzera tent di fare lo stesso movimento, ma le fu impossibile: la Dieta federale non riesc mai, nemmeno nel XVIII secolo quando il bisogno diventava imperioso a riformare la costituzione, a dare alla Lega la forza di poter reggere almeno i principali interessi collettivi. I Cantoni nel loro interno non riescivano n a spogliare la nobilt dei privilegi che aveva usurpato, n ad emancipare le campagne, n a vincere la reticenza immane delle autonomie comunali. Ancora nell'epoca attuale in tutta la Svizzera si sente il bisogno di diminuire il numero stragrande di giurisdizioni locali, e nessun cantone vi riesce. L'unificazione del diritto e l'unit dei pesi e delle misure furono per i Cantoni uno sforzo immane nel loro interno di fronte agli statuti ed alle misure locali, e non sono ancora un'opera compiuta da parte della Confederazione verso i Cantoni(138). L'immenso decentramento amministrativo fu quello che salv la Svizzera all'epoca delle usurpazioni feudali e delle conquiste regie, ma fu pure, nei secoli di pace, il pi grande ostacolo al suo sviluppo interno.
I baliaggi ticinesi appartenevano: Leventina ad Uri, Blenio, Riviera e Bellinzona ad Uri, Svitto ed all'Untervaldo s/S.; gli altri ai dodici Cantoni: erano essi medesimi divisi in giurisdizioni con statuti, pesi, misure, fra di loro in opposizione. In tali condizioni il progresso era impossibile, ma era anche impossibile mutare le condizioni. Una riforma del regime dei baliaggi non era cosa fattibile: dipendevano da troppi padroni, gelosi gli uni dagli altri(139). Arrogi che la nobilt troppi privilegi aveva usurpato nelle citt sovrane e che nei Cantoni di campagna troppi erano i ricchi avidi di dominio, perch lo spirito democratico si potesse mantenere. Nel XVII e nel XVIII secolo esso venne meno in quasi tutta la Svizzera e la nuova aristocrazia formava un altro inciampo ad ogni provvedimento per il benessere del popolo, anzi questo nuovo spirito si manifest ferocemente contro i contadini d'oltr'Alpi quando questi osarono reclamare qualche libert.
...
Le idee avanzatissime del XVII secolo, le riforme che andavano dappertutto effettuandosi nei vicini regni e che solo rimanevano impossibili tra gli Svizzeri, fecero sorgere un generale malcontento ed una generale sfiducia nelle istituzioni. L'antico patto di alleanza non poteva pi corrispondere ai bisogni dei tempi. Nessuna riforma era mai riescita nella Dieta. Mancava un organo centrale che rappresentasse gli interessi generali al disopra di quelli dei singoli cantoni in opposizione fra di loro. Mancava un'autorit che rappresentasse anche il popolo soggetto e lo proteggesse contro gli abusi o le negligenze dei suoi reggitori. Ma cos ostinata era l'opposizione dei Cantoni primitivi ad ogni novit, cos gretta l'ostinazione delle aristocrazie cittadine, che un nuovo ordine non poteva procedere che da un generale disordine. E questo venne.
...
La rivoluzione francese accese nell'entrare del 1798 la rivoluzione in varie parti della Svizzera, e la rivoluzione chiam l'intervento e l'invasione della Francia. Gli avvenimenti relativi, festeggiati pochi anni or sono, hanno appena bisogno di essere richiamati. I landvogti lasciarono i baliaggi; Basilea dapprima, poi altri Cantoni, a seguito delle rivoluzioni democratiche, ne proclamarono l'indipendenza: fu costituita sotto la tutela delle armi francesi una Repubblica Elvetica una ed indivisibile, con un solo governo centrale; la valle di Blenio venne ascritta al Cantone di Bellinzona, e per cinque anni, che furono cinque anni di continuo disordine, la Repubblica unitaria si resse, finch, vicina a peggiori guai, ebbe da Napoleone I l'Atto di Mediazione, che ridiede alla Svizzera la forma federativa, ma con un organo cantonale permanente.
L'Atto di mediazione era composto delle costituzioni dei XIX cantoni e di quella federale. Il Cantone Ticino vi era formato dai confini attuali, e coll'attuale divisione dei distretti corrispondenti, salve poche correzioni, agli antichi baliaggi. Nel 1814, caduto Napoleone, la Svizzera ebbe dalle potenze alleate un'altra costituzione: scomparve il potere centrale permanente e si ritorn al sistema della Dieta antica, riconoscendo per i nuovi Cantoni a parit di diritto. Nel 1830, caduta la Santa Alleanza, il Cantone si diede di nuovo una costituzione, e questa fu la prima che fosse di sua libera scelta. Essa  ancora nominalmente in vigore: in realt il diritto pubblico ticinese  ora composto da un informe ammasso di disposizioni staccate di successive riforme e riformette.
Tra il regime dei baliaggi e la costituzione della Repubblica Elvetica, Blenio rimane per due o tre mesi autonoma e si d una costituzione propria, in nome della Libert e dell'Eguaglianza.
 dunque assolutamente contrario ad ogni verit storica il dare il 1803 come data della nostra entrata tra gli Svizzeri. Le nostre valli sono svizzere dal 1500 n pi n meno che la gran maggioranza degli altri Svizzeri d'allora. L'eguaglianza di diritto tra gli Svizzeri data dal 1798. Il 1803  invece la data della costituzione politica del Cantone Ticino in uno Stato(140).
...
La dominazione svizzera ci diede la pace; la libert ci diede il progresso. La breve storia del Cantone Ticino come Stato,  una storia di lotte non sempre incruente per il predominio di partito, ed in queste si  certamente ecceduto, ma nel breve volgere di un secolo il Cantone Ticino ha compiuto una tale opera di progresso quale nessuno avrebbe osato sperare. A forza di politiche competizioni noi ci siamo fatalmente abituati a parlare male del nostro paese, ma se lo si giudica spassionatamente questo Cantone nostro  degno del nostro amore e del nostro orgoglio. Si consideri che all'inizio della sua vita politica esso non era nulla: non aveva per cos dire n un corpo n un'anima. Non un corpo perch gli mancava completamente l'unit, gli mancava una citt atta a fornire una capitale, un centro della coltura, dei funzionari colti ed indipendenti; non un'anima perch gli mancava qualsiasi spirito pubblico, qualsiasi memoria storica comune, e direi quasi qualsiasi comune interesse. Non aveva n strade n scuole pubbliche, non aveva tradizioni, non coltura e soprattutto nessuna ricchezza n agricola, n commerciale, n industriale. In queste condizioni uno Stato ticinese avrebbe potuto sembrare un assurdo, un capriccio di despota. Eppure, sotto l'egida delle istituzioni di libert, la democrazia, la cui scuola si era mantenuta nella vita delle nostre antiche vicinanze, si svolse fino all'attuale Stato, fino alla riforma del 1892, raggiungendo forse il massimo della sua possibile espansione. E nel frattempo comp opere degne del nostro secolo glorioso. Il Ticino possiede ora una tale rete stradale da renderne invidiosa qualsiasi nazione al confronto,  percorso dalla principale linea ferroviaria d'Europa, ha condotto a buon punto l'opera della correzione dei propri fiumi, ha cominciato quella di consolidazione delle sue montagne, ha quasi estirpato la piaga dell'analfabetismo, si , se non arricchito, tolto dalla miseria, e se come speriamo ha superato anche l'epoca delle convulsioni politiche violente, esso  vicino assai ad aver compito, nel breve giro di cent'anni, tutto quel progresso che altri Cantoni, pi ricchi e meglio costituiti hanno messo pi secoli a conseguire. In quest'opera magnifica la nostra generazione  stata la pi attiva e valente. Noi lasceremo ai nostri figli la memoria di padri che hanno concordemente amata la patria, malgrado i civili dissensi, e per essa non hanno badato a sacrifici. Volgeranno i secoli della storia della nostra valle, ma le tracce delle opere compite nel nostro tempo non spariranno mai. I nostri pronipoti ci ricorderanno, e quando, fra cent'anni celebreranno ancora la data storica cui oggi propiniamo, essi ci richiameranno con orgoglio ad esempio dei figli loro.
 VIII.
L'alleanza con la Francia
e il servizio mercenario(141)
...Le cause che pi contribuirono al rassodarsi della potenza aristocratica ed a far decadere l'antica Confederazione devono ricercarsi in parte nelle alleanze con l'estero, con la Francia in prima linea, e nella pratica delle milizie mercenarie.
I trattati di alleanza con la Francia furono una parte integrante del diritto pubblico svizzero, poich i vincoli divennero tanto stretti che la Svizzera fu quasi ridotta a vassalla della potente monarchia vicina.
In parte, questa intima alleanza con la Francia fu una conseguenza necessaria della conquista della indipendenza rispetto all'Impero. Per il nuovo stato di cose, non solo i confederati avevano perduto un appoggio, per quanto teorico, contro il quale avevan bisogno di trovare un nuovo presidio. La corte di Parigi aveva, del resto, con abile politica, attirato a s le simpatie degli Svizzeri, e con lusinghiere offerte di ogni genere e con favorevoli clausole commerciali, disegnando servirsi dei fieri montanari per fiaccare la potenza del ducato di Borgogna. Si pu asserire con verosimiglianza che il dissidio scoppiato terribile fra gli Svizzeri e Carlo il Temerario, che fin con la dirotta di quest'ultimo, fosse preparato sapientemente dalla diplomazia francese. Se gli Svizzeri ne crebbero di prestigio e si arricchirono di un immenso bottino, la Francia ritrov la sua unit per questo avvenimento ed il Re si liber per sempre di un terribile rivale. La gratitudine del monarca francese fu tradotta in proposte vantaggiose che i confederati accettarono. Nel 1484 si conchiudeva fra i due Stati un'alleanza, nella quale per la prima volta troviamo la clausola caratteristica dei trattati posteriormente conchiusi dalla Confederazione con l'estero, cio la stipulazione di pensioni da corrispondersi ai Cantoni per compenso dei contingenti di truppe che essi obbligavansi a conferire allo straniero contraente. Una volta iniziata, la pratica indecorosa divenne generale e frequente. Tutti i potentati ed i principi andarono a gara a richiedere milizie svizzere alle citt ed ai Cantoni, tanto era cresciuto per le ultime lotte il nome militare dei confederati. Per tal modo nacquero, nel seno di ogni Stato svizzero, partiti extranazionali, e la corruzione dilag per ogni dove: ormai non solo i Cantoni, ma i singoli capi di ogni partito accettavano pensioni e doni dalla Francia, da Venezia, da Milano, dalla Spagna. Cos ebbe origine quel servizio mercenario che tanto nocque alla dignit ed alla fama della Nazione, contro il quale elevaronsi le invettive dei pensatori di tutti i tempi, dal Guicciardini al Machiavelli, al Porzio, a Victor Hugo. Se certo  deplorevole che gli uomini liberi vendessero la loro spada al miglior offerente, sfruttando la rinomanza acquistata nelle lotte per la libert e la indipendenza della terra nata, bisogna per non incorrere in esagerazioni che derivano dal giudicare il fatto con criteri anacronistici, e fa d'uopo eziandio riconoscere alcune giustificazioni.
La Svizzera, paese povero, disadatto all'agricoltura, irto di montagne e ricoperto di foreste, si trov a non poter mantenere i suoi figli, che, di seme vigoroso, crebbero tosto di numero oltre la potenza produttiva della patria. Oggi ancora, dopo che un mirabile sforzo capitalistico ha creato sul suolo elvetico industrie fiorenti, la Svizzera  paese di grande emigrazione. Questa  attualmente operaia o tecnica; nei tempi pi antichi doveva essere militare: le forme delle industrie primitive e poco sviluppate, la esclusivit delle corporazioni, facevano s che da una parte la offerta della mano d'opera, dall'altra la ricerca di essa, si dirigessero unicamente a quel genere di occupazione nella quale per lo appunto gli Svizzeri erano rinomatissimi, la militare cio, che allora non comprendeva che mercenari e compagnie assoldate.
Se gli Svizzeri fossero stati sudditi del re o dell'imperatore, sarebbe stato attribuito loro ad onore, militare sotto le bandiere del sovrano; liberi cittadini di un paese povero trovavansi nell'alternativa di soffrire la miseria e condurre la vita di stenti dei loro padri, oppure di accettare le offerte allettatrici dei potenti; non ebbero la virt di appigliarsi al primo partito ed abbracciarono il meno degno, con la scusa del bisogno per un lato, e per l'altro della ristrettezza nelle idee del tempo, per le quali lo stesso concetto di libert era solo civile, non umano.
Ed a conferma di questo,  da osservare che i primi Cantoni ad accettare il servizio mercenario, furono precisamente quelli montani, ossia gli Stati che avevano iniziato la lotta nazionale e che reggevansi con le forme della democrazia pura; solo pi tardi le citt si misero per questa via, salvo Zurigo dai fiorenti traffici e dalle opime campagne, che non permise sul suo territorio l'indecoroso mercato delle leve mercenarie. Il male per che poteron per avventura fare gli Svizzeri altrui, guerreggiando all'estero, non pu certo essere ragguagliato a quello ch'essi fecero a s medesimi. La corruzione dei costumi, lo spirito cortigianesco, l'amore del denaro e dei godimenti, le abitudini del lusso, il dispregio della prisca semplicit rusticale dei loro avi trassero essi ed appresero alle corti dorate di Parigi, di Milano e delle altre capitali. Ne deriv lo scadere d'ogni sentimento solidale fra le citt e le campagne, il venir meno d'ogni senso patriottico, la decadenza morale della nazione dalla fierezza virtuosa antica.
E nel campo del diritto pubblico dobbiamo datare l'arresto di ogni sviluppo delle istituzioni federali, appunto dal secolo XVI, che assist allo incremento della rea pratica.... La Svizzera si trov meno unita e per di pi sprovveduta di un ideale politico e di un civismo superiore, proprio quando grandi lotte: politiche, religiose e sociali, agitarono tutti i popoli; e giunse a tanto che la Rivoluzione francese la colse imprevidente e divisa, e fu gran ventura se nel rimaneggiamento della carta d'Europa, portato dalla Restaurazione, pot sottrarsi ad uno smembramento ed alla perdita della sua individualit nazionale; non s per che dalla dura prova non sortissero le pi amare umiliazioni.
Per tornare all'amicizia francese, diremo che ancor essa sub delle oscillazioni, anzi talora si mut in furiosa inimicizia come quando gli Svizzeri aderirono alla Lega Santa indetta da papa Giulio II e si schierarono con lui e col duca di Milano. Ma fu rottura di breve durata: gi nel 1516 ristabilivasi l'accordo con la pace perpetua, e nel 1521 conchiusero gli Svizzeri con la Francia un'alleanza perpetua (la cos detta Vereinigung), rinnovata poi sempre, fin con la Repubblica nel 1798 e con l'Impero nel 1803, e rimasta in vigore fino alla Restaurazione.
I Cantoni, merc le capitolazioni, si obbligavano di fornire al Re contingenti determinati di soldati: il corrispettivo da parte della Francia, oltre alle pensioni, vari, nel riguardo politico, a pi riprese, e fin con l'assumer figura di un vero protettorato. Il Re era fatto mediatore in ogni dissenso che fosse scoppiato fra i Cantoni, e questi dovevano lasciar libero passo alle sue milizie: un patto segreto fra il Re ed i Cantoni cattolici stabiliva ch'egli avrebbe favorito il ripristino della vera fede nei Cantoni riformati. Gli Svizzeri domiciliati in Francia godevano di diritti pari ai sudditi francesi, e da ci si vede come la emigrazione militare prestasse la ragion di giuridica sicurezza a quella civile. Oltre all'alleanza con la Francia, gli Svizzeri ne conchiusero altre svariatissime, ma nessuna s durevole e come immanente. Furono spesso in stretta relazione coi papi, a cominciare da quando Sisto IV tent conquistare il ducato di Ferrara pel suo nipote Riario; continu l'alleanza con Innocenzo VIII, Giulio II, Leone X. Gli Svizzeri fornivano, come al solito, ai pontefici, reggimenti di soldati, e ne avevan fra gli altri privilegi, in cambio, un diritto civile ecclesiastico assai liberale, secondo la formula di un principio diplomatico costantemente seguito: "Bisogna lasciare gli Svizzeri nei loro usi ed abusi".
Perch, quelle democrazie, per quanto cattoliche, avevan sempre addimostrata la intenzione ferma di non voler riconoscere giurisdizione ecclesiastica alcuna, fuorch in materia matrimoniale e di usura, di non ammettere facilmente il sistema delle immunit ecclesiastiche, soprattutto di voler in ogni caso esercitare una stretta sorveglianza sulla amministrazione dei conventi e delle altre pie fondazioni.
Dalla Riforma in poi, questi trattati coi Cantoni cattolici furono meno larghi e di natura quasi esclusivamente pecuniaria. L'ultimo avanzo del sistema delle milizie mercenarie fu rappresentato dalla guardia pontificia svizzera che perdur, composta quasi esclusivamente di svizzeri, dal 1505, anno in etti fu fondata, fino al 1870, quando venne comminata la perdita della cittadinanza svizzera a chi ne facesse parte...
 IX.
La Rivoluzione francese e la Svizzera(142)
...Il breve periodo del quale dobbiamo far parola, vide gli avvenimenti svolgersi con vertiginosa rapidit ed in un complicatissimo intreccio; fu testimone di rivoluzioni e di controrivoluzioni numerose in breve volger di tempo, della occupazione di eserciti stranieri vari sul territorio della Confederazione. A tutta prima si ha l'impressione che, dopo la bufera, tornate le cose nel pristino assetto, troppo brevi siano stati e troppo labili i mutamenti, perch da essi possa esser derivato qualche effetto profondo e decisivo sulla moderna vita politica svizzera. Invece, il periodo del quale discorriamo ha un'importanza storica ed ideale grandissima, perch in esso e nel crogiuolo della rivoluzione andarono costituendosi i componenti l'anima moderna; da esso prendono origine le grandi correnti della opinione pubblica, prendon figura i partiti e s'impostano i grandi problemi della costituzione politica attuale;  da questo periodo che comincian le lotte fra centralisti e federalisti, reazionari e radicali, autoritari e democratici.
Il prevalere dell'aristocrazia, sempre pi chiusa e ristretta, il servizio militare all'estero, e le altre cause accennate nel precedente capitolo, avevano con lo scadere della idea di patria, apportato il disinteressamento delle popolazioni dalla pubblica cosa. Alcuni tentativi di resistenza al movimento travolgente sortirono esito infelice; la difesa dei pochi diritti assicurati con carte e privilegi alle popolazioni campagnole, se portata innanzi alla Dieta, rimase inefficace, se affermata con l'armi, fu brutalmente repressa.
Nel 1653 aveva osato scendere, mano armata, in campo una lega dei baliaggi soggetti alle citt di Berna, Lucerna, Soletta, e Basilea, ma era stata vinta: nei secoli successivi qua e l, in Cantoni diversi, simili tentativi subirono uguale sorte. Pi frequenti furono le ribellioni nel secolo XVIII, ma tutte debellate con crudele persecuzione dei vinti. Pierre Fatio e Lemaitre a Ginevra (1707), Davel a Losanna, Henzi a Berna (1749), Chenaux a Friburgo scontarono con la vita il loro patriottismo; i duci dei contadini sollevati della Leventina e di Porrentruy erano stati decapitati. La reazione aveva sempre trionfato, e la Dieta, composta di elementi aristocratici, non s'era mai d'altro preoccupata che di "ridurre i sudditi all'ubbidienza". In s fatta prostrazione degli animi, non  difficile comprendere quali speranze pi tardi si rivolgessero alla Francia, l'alleata secolare, divenuta focolaio di rivoluzione, ed ancora si comprender come la rivoluzione stessa in tanto germinar di torti e d'ingiustizie, lievitar di rancori e di ricordi, dovesse investire la Svizzera come una fiammata.
La riforma religiosa aveva dato vita, oltre all'universit di Basilea, alle accademie di Ginevra e Losanna; questi istituti eran diventati altrettanti centri della coltura protestante, e ne uscivan contini dotti e severi, con l'animo disposto ad un rinnovamento nazionale: cos un'aristocrazia intellettuale, antesignana di democratiche istituzioni, cresceva e vigoreggiava accanto alla dominante aristocrazia del blasone e del denaro.
All'accesso delle idee nuove, della Enciclopedia dapprima, della Rivoluzione di poi, la Svizzera romanda era come una porta aperta, La fraternit intellettuale con gli uomini che operarono la grande trasformazione vi era intima ed intensa. Rousseau era "le citoyen de Genve": Voltaire trascorse a Ferney, a due passi da Ginevra, gli anni pi operosi della vita, ed a Losanna convenivano abitualmente Voltaire, Gibbon, Benjamin Constant, M. Carrire, M.me Necker de Stal, ed altri illustri; pure nella Svizzera francese si stampavano libri ch'eran introdotti in Francia di nascosto. Fra la gente del paese, si levavano a notoriet per sapienza e carattere e facevan scuola, uomini insigni come De Saussure, Tschiffeli, Giov. Mller, Alberto Haller.
Le stesse relazioni politiche, tanto strette, con la Francia, facilitarono la propaganda della nuova cultura francese. Quando la rivoluzione trionfante proclam il suo carattere internazionale ed umano, chiamando alla libert tutti i popoli, ed offrendo soccorso a tutti i ribelli, quando Bonaparte penetrato in Italia vi aveva infranto le vecchie dominazioni e proclamato repubbliche indipendenti, fu un sol fremito di speranza che scosse quanti erano in Svizzera asserviti al lontano od al vicino padrone. Scoppiaron tosto qua e l, piccole rivoluzioni, varie di esito, uguali di carattere e d'origine. A Staefa, in quel di Zurigo, la sollevazione fu oppressa (1795), ma nella terra dell'abate di San Gallo riusc a migliori risultamenti. Questi piccoli moti interni per furon travolti e scomparvero nella imponenza degli avvenimenti di carattere internazionale che succedettero tosto. Bonaparte e il Direttorio avevan gi messo gli occhi sulla Svizzera, posizione strategica di primo ordine, onde potevano ferir da tergo la Germania, colpire nel cuore l'Austria e dominare l'Alta Italia. Cos avevan presto formato il disegno di liberare la Svizzera dalla "tirannia" che la opprimeva, ma insieme di occuparla. Un sollevamento di Porrentruy forn la desiderata occasione alla Francia per occupare ed annettersi parte delle terre del Vescovo di Basilea (1797). Il trionfo del partito democratico a Ginevra, e le sanguinose giornate che ne seguirono, offersero il pretesto per ridurre quella citt in signoria francese.
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Intanto, da Parigi, un club degli Svizzeri lavora a tutto uomo a preparare l'invasione francese, promuove la sollevazione dei baliaggi con scritti incendiari: alla testa di questo nucleo di patrioti sta quel F. C. Laharpe, gi precettore dello czar Alessandro di Russia, che doveva diventare in breve dittatore della svizzera. Pietro Ochs di Basilea, membro di quel Consiglio e giovane dottissimo, concerta con Bonaparte una Costituzione elvetica, sul modello di quella del Direttorio; un progetto in questo senso, tirato nelle tre lingue nazionali, vien diffuso in ogni parte della Svizzera.
I frutti di questa agitazione non tardano a maturare. La Dieta, radunatasi infrattanto,  come paralizzata; organismo invecchiato ed esangue, si trova come smarrita fra lo incalzar degli avvenimenti, e dopo miserevole vaniloquio si scioglie senza nulla aver fatto, proprio quando pi grave ed impellente si mostrava il bisogno di fermezza, di energia, di virili propositi.
Ecco a Basilea scoppiare una insurrezione di contadini, e proclamare la uguaglianza di diritto e la libert dei baliaggi. Fu la scintilla che provoc il vasto incendio. A Lucerna la cittadinanza liberale insorge, si impadronisce del governo e libera, loro malgrado, i contadini infeudati al clero (gennaio 1798). Avvenimenti simili hanno a teatro Soletta, Sciaffusa (6 febbraio 1798) e Zurigo, dietro pressioni ed incoraggiamento del rappresentante francese. Persino i Baliaggi italiani, al ricever lettere accordanti la libert, si ridestano dal lungo letargo, e proclamano dei governi provvisori. Il paese di Vaud si leva in armi contro la citt feudataria di Berna, e proclama la Repubblica del Lemano (gennaio 1798). Berna e Friborgo sono costrette a scendere a patti coi contadini; ma il nuovo governo vodese non riesce ad assicurarsi fortemente nel paese; tosto scoppia una controrivoluzione provocata dai fautori dell'antico regime: indi il pretesto dell'intervento francese.
Nemmeno in simile frangente la vecchia Confederazione seppe riscuotere l'antica virt. Le armi straniere avevan violato il territorio bernese ed i confederati lasciaron Berna nelle peste, a districarsi da sola, contro un nemico onnipotente; tutto l'aiuto della Confederazione si ridusse allo invio di pochi contingenti di truppe. Ma la vecchia Repubblica aristocratica di Berna seppe provvedere da s al suo onore, e cadere con gloria dignitosa.
Da sola ebbe l'audacia di resistere alla invasione francese, con una lotta della quale bisogna riconoscere la splendida grandezza, pur dissentendo dallo spirito che l'aveva inspirata. Le tragiche giornate di Neueneck, di Grauholz e di Fraubrunnen videro prodigi di valore dei soldati bernesi, ma alla virt non rispose la vittoria, ed il 5 marzo i Francesi entravano in Berna, segnando, con la conquista della citt predominante, la fine della vecchia Svizzera, scomparsa nel turbine rivoluzionario che rinnov l'Europa dalle fondamenta. Con la presa di Berna la rivoluzione penetrava per quelle mura, che, dalla loro fondazione, suona un verbale di chiusura degli atti della fiera Repubblica, non erano mai state salite da piede nemico.
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Poich i Francesi ebbero fatto man bassa del tesoro e dell'arsenale, asportando un bottino di ben 41 milioni di franchi, convocarono in Aarau una assemblea nazionale, che adott senza discussione come costituzione elvetica, il progetto Ochs (28 marzo 1798). A questa strana Costituente avevano per partecipato solo 11 Cantoni sopra 22 e 110 rappresentanti su 264.
La nuova costituzione non era altro che una pedissequa imitazione di quella francese; l'Elvezia vi era chiamata una e indivisibile, e la si partiva in prefetture e sottoprefetture. Il governo era costituito da un Senato, una Camera di Deputati ed un Direttorio, assistito da un ministero. Questo ordinamento dur solo cinque anni e la costituzione unitaria fu subito oggetto di tentativi molteplici di rimaneggiamenti e riforme.
Questo lavoro critico ebbe la pi grande influenza sul diritto pubblico posteriore, e per pi oltre parleremo con maggiore larghezza della Costituzione del 1798, per ora volgendo il discorso agli eventi militari che formano il sostrato delle mutazioni successive.
Il nuovo Direttorio elvetico ebbe tosto chiara coscienza di due fatti concordanti ad unico risultato: da un lato i Francesi non avevano nessuna intenzione di sgomberare il territorio svizzero; dall'altro lato era impossibile far accettare ai Cantoni montani il nuovo regime senza l'appoggio delle armi francesi. Senonch, questi amici pericolosi, si comportavano da veri padroni, e, valendosi del diritto di guerra, della legge del pi forte, dettavan al governo svizzero ordini a diritto e rovescio, ne annullavano i decreti, soverchiando in mille guise. Le soldatesche sfrenate mettevano a sacco il paese, imponevano taglie, commettevano nefandit d'ogni specie, e pi corrotti e rapaci e venali si mostravano i capi.
In mezzo a tali contingenze, Bonaparte impose il rinnovamento dell'antica alleanza, con la novit ch'essa acquistava il carattere di difensiva ed offensiva, riservato alla Francia l'uso delle vie militari svizzere ed in specie di quella del Sempione che dovevasi costruire(143). In forza di quest'alleanza, la Svizzera dov fornire a Napoleone 18.000 uomini.
I Cantoni montani di Uri, Svitto, Untervaldo, Zugo, Appenzello, e dei Grigioni, quest'ultimo per la prima volta compreso nel territorio svizzero, da alleato che era avanti, rifiutarono di riconoscere il "libretto infernale", come veniva chiamata la compilazione di Pietro Ochs.
Ma anche questi paesi democratici e patriarcali furon costretti a cedere sotto l'impeto della invasione francese: alcuni resisterono e furon fiaccati; particolarmente eroica fu la resistenza del Nidwald (basso Untervaldo) e di Svitto, esasperati per l'inconsulta ed impolitica risoluzione della Dieta giacobina, di costringerli al giuramento civico. Orribile fu la repressione, con macello nefando di donne e di fanciulli, tra la fiamma degli incendi ed inverecondi saccheggi. Rimasero soli sulla breccia i Grigionesi, fortemente soccorsi dall'Austria.
 X.
Il Cantone Ticino e l'Austria
negli anni 1854-55
(Prefazione a un libro di E. Pometta(144)).
Alla giovent ticinese.
Ho accettato di scrivere questa prefazione per amor vostro, o giovani.
Voi siete chiamati a vivere un'epoca di trasformazione e di ricostruzione. La Guerra delle Nazioni ha scosso una compagine politica secolare ed un assetto sociale che pareva incrollabile. La nostra Svizzera  chiamata, nella sua piccolezza territoriale, a dire la parola cui l'autorizza una grande esperienza democratica. Il nostro Ticino ha la possibilit ed il dovere di dire la sua parola nelle cose svizzere. La vostra generazione, fiorita in un periodo tragico, snaturer i suoi frutti forse in un periodo di ravvicinamento di molte forze contrastanti che il passato aveva diviso. Vedrete forse una pace confessionale sconosciuta al secolo XIX, una intesa fra le Nazioni che lo spirito dell'epoca aveva fanatizzate e rese feroci le une contro le altre. Avrete invece a risolvere compiti nuovi, ancora pi ponderosi. Nell'opera che vi aspetta occorre che vi formiate una migliore coscienza del passato per avere un miglior intuito dell'avvenire.
La vostra sorte sar, come per le altre generazioni, gravida di dolori e di disinganni, ma  degna d'essere affrontata con quella fermezza e con quel proposito che sogliono inspirare le opere grandi.
Alla formazione della vostra coscienza politica occorre una miglior conoscenza della storia del vostro paese che  bella ed  nobile. Voi non la conoscete se non a traverso le molteplici deformazioni delle polemiche di partito. Gli avvenimenti di cui s'intesse hanno sempre due versioni: versioni discordi in quanto la passione di parte ne colora e ne altera i contorni anche senza volerlo e senza saperlo; versioni concordanti in quanto lasciano nell'animo di chi le ascolta un senso di sgomento e di sfiducia nella capacit politica della propria stirpe.
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Eligio Pometta, l'infaticabile ricercatore della nostra documentazione storica, ha fornito, con le pagine di questo volumetto, un poderoso contributo di fatti e di prove che permette la revisione dei giudizi sommari dei quali la stampa di partito ci aveva nutriti. Questo giudizio di revisione  doveroso perch la storia dell'agitato periodo dal 1851 al 1855 ne esce nobilitata ed aggrandita. Lo stesso lavoro egli ha compiuto per il periodo della rivoluzione elvetica e della mediazione, per quello del 1814 e per il 1848. Il risultato  il medesimo. I fatti che noi conoscevamo frammentariamente, le interpretazioni che noi accettavamo passionalmente, o passionalmente respingevamo, escono illuminati dalle relazioni degli agenti stranieri che nelle epoche corrispondenti lavoravano, a profitto delle loro Potenze, a piegare la politica ticinese dalla loro parte.
Il Ticino  sempre stato, dalla fine dei baliaggi in poi, e forse prima, pieno di spie e di agenti provocatori. La Svizzera fu sempre, gi prima che fosse costituita come tale, gi alla fine del Medio evo, un campo di ingerenze internazionali, perch cos vuole, cos comporta la sua situazione strategica militare (gi avvertita da Giulio Cesare) e forse pi ancora per la sua situazione culturale di mediatrice fra diverse credenze, diverse lingue e diverse nazionalit rivali. Ancora nell'ultima guerra del 1914-1918, i belligeranti fecero armi d'ogni metallo per accaparrarsi le simpatie della stampa svizzera, il consenso del popolo svizzero, avendo l'opinione svizzera un grande peso sull'opinione pubblica mondiale.
Ci potrebbe esserci cagione di grande inquietudine e di sospetti. Basta che ci sia cagione di prudenza. Ma pi dev'esserci cagione di fierezza, perch dimostra quanto e quale sia stato l'errore di molti ticinesi che non compresero da bel principio la importanza dello Stato del quale erano chiamati a far parte e che loro pareva vile solo perch era piccolo.
N di minor fierezza dev'essere cagione l'essere svizzeri, se il mondo considera la Svizzera come una forza morale, a malgrado di coloro che in pieno XX secolo persistono a volerla considerare come un casuale nucleo di potenza militare - vuoto di civilt e di significato culturale.
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Vista nelle sue grandi linee fondamentali, la storia politica del Ticino, dalle origini in poi,  conseguente, nobile e sana.
Da noi il feudalismo aveva trovato una resistenza nel Comune nostro il quale, malgrado le contradditorie opinioni dominanti, risaliva forse al municipium romano. Il comune resistette anche all'Impero ed al Ducato, sostenuto in ci dalla Chiesa per motivi di politica guelfa, ci ch' particolarmente visibile nelle Tre Valli e nella Capriasca.
I duchi di Milano governarono s, ma tenendo conto, per amore o per forza, della libert e della propriet delle Vicinanze(145). Quando poi l'autorit ducale cerc imporsi maggiormente, i comuni volsero la loro attenzione agli Svizzeri che dall'altra parte cercavano di guadagnarli garantendo loro le autonomie.
Il regime dei baliaggi fu ben diverso dalle descrizioni che ne fecero i giacobini per bisogno di causa, fra altro per scusarsi d'aver provocato l'invasione francese. Non fu un regime di tirannia, ma piuttosto di anarchia, avendo i confederati garantita delle autonomie esagerate, un particolarismo possibile e desiderabile nel quattrocento, diventato eccessivo nel seicento e calamitoso nel settecento(146).
L'amministrazione della giustizia vi era francamente cattiva, ma non peggiore che in tutta l'Europa. Le funzioni di giudice si comperavano,  vero: ma non era altrimenti nell'illustre Francia di Luigi XIV e di Luigi XVI. Voltaire critic per il primo la vendita della funzione di balivo: Montesquieu la difese, (proprio lui l'autore dell'Esprit des Lois!). Quale fosse la giustizia in Lombardia nel seicento,  noto per il racconto dei Promessi Sposi! La giustizia penale era cosa che a noi mette orrore. Pene corporali e pene pecuniarie soprattutto, le quali ultime formavano la dote del Balivo. Ma  assurdo supporre che staterelli di 4000 a 30.000 abitanti potessero avere nel XVIII secolo un sistema carcerario moderno!
La giustizia civile, quale risulta dai superstiti protocolli delle fogtie, era resa dai giudici del paese pi che dal balivo. La procedura ne era facile e piana. Essa non lasci cattivi ricordi.
La vera disgrazia dei baliaggi fu di avere accettato la giurisdizione di appello alle Corti dei Cantoni sovrani(147).  in questo errore di costituzione che il Bonstetten ravvisava la maggior necessit delle riforme.
Gli otto baliaggi formavano otto staterelli senza rapporti fra di loro, quindi senza strade. I Cantoni cos detti sovrani non avevano tanta sovranit da poter imporre la ricostruzione del ponte della Torretta e della strada fra Locarno e Bellinzona!
Questo passato di eccessivo particolarismo fu quello che pi rese difficile i primi passi al governo autonomo ticinese. Il popolo si era abituato a non essere governato affatto, e qualche cosa di questa tendenza gli  sempre rimasta.
Al tempo della Rivoluzione francese la Svizzera era gi in piena evoluzione di idee. La Riforma religiosa vi aveva preparato la via all'Illuminismo. Senonch quell'Illuminismo ch'era monarchico ed aristocratico in Austria, in Italia e in Germania, era stato tradotto in senso democratico, anzi, democratico-sociale da Pestalozzi e dai suoi compagni. La rivoluzione vi si annunciava dall'alto al basso, nel senso che era l'aristocrazia finanziaria e culturale che voleva la redenzione delle masse con l'istruzione, col lavoro industriale, con la libert politica.
Le idee avrebbero fatto il loro cammino anche senza i francesi - ma molto pi lentamente. Le conquiste del Bonaparte in Italia, la Cisalpina, precipitarono gli eventi. La invasione francese in Isvizzera divent inevitabile, fomentata com'era da rivoluzionari svizzeri. Nacque la questione se le terre ticinesi dovessero essere aggregate all'Elvetica o alla Cisalpina, due repubbliche di tipo francese e d'influenza francese. I documenti raccolti dal Pometta dimostrano che la cosa fu discussa a Parigi prima che in casa nostra. Per un momento fu anzi questione di una Repubblica Rodanica che raccogliesse tutta la parte francese ed italiana della Svizzera, con tutto l'Oberland Bernese, onde fornir soldati alla Cisalpina.
Nel Ticino le famiglie aristocratiche si sarebbero meglio accontentate della Cisalpina, cio di uno Stato lombardo che alla lunga sarebbe tornato alle sue tradizioni di nobilt latifondiaria. Ci era naturale. Altrettanto naturale che i campagnuoli tenessero per la Svizzera dove la vera nobilt era la prima a insorgere contro i privilegi nobiliari.
Non appare che il Clero abbia avuto molta parte nelle tendenze politiche di questo primo periodo. Il suo caloroso intervento a favore della politica austriaca si manifester pi tardi, come vedremo.
Per intanto i famosi Patrioti amici della Cisalpina sono tutt'altro che liberali e rivoluzionari. Sono fondamentalmente conservatori e lo saranno ancora nel 1810 quando favoriranno le manovre del Prina per l'unione del Ticino al Regno d'Italia e pi tardi nel 1814 quando si daranno all'Austria, anima e corpo.
Giudicando gli avvenimenti d'allora coi criteri del diritto pubblico moderno si  tentati di gridare al tradimento! Bisogna per giudicare le cose passate coi criteri del passato. Oggi possiamo dire soltanto che essi non avevano nulla compreso e probabilmente nulla sentito di ci che in Isvizzera maturava: poco di ci che maturava in Europa.
La reazione del 1799 ha lo stesso carattere. L'Austria riprende fiato e prestigio. Bonaparte  in Egitto. L'Elvetica anzich portare i frutti di libert che se ne aspettavano Ochs e Laharpe aveva portato un indescrivibile disordine di cose e di idee. La famosa costituzione era diventata una beffa, specialmente per i campagnuoli. Un giacobinismo gallico, furibondo e irragionevole quale lo accusava Vittorio Alfieri, aveva intiepidito i liberali svizzeri e spaventato i conservatori.
In ogni caso i francesi avevano passato ogni limite nella repressione dell'azione cattolica. La Chiesa spogliata di tutti i suoi beni, il Papa privato del suo Stato, l'urbe di Roma diventata Dpartement du Tibre della Repubblica francese, determinarono nel clero cattolico di tutto il mondo uno stato d'animo che bisogna sapersi spiegare indipendentemente dall'esperienza moderna. N doveva questo stato d'animo acquetarsi pi tardi quando l'Imperatore volle riconciliarsi con la Chiesa, dopo aver tratto due papi prigionieri a Parigi.
Ormai si delineava per la cattolicit questa inaudita minaccia, di un papato spoglio del suo potere temporale, di una Roma capitale d'Italia, di un governo italiano che potesse tener prigioniero il sommo pontefice dell'Orbe cattolico. Questa preoccupazione fondamentale spiega (bench non giustifichi) l'atteggiamento preso dal clero contro le nuove idee, contro lo stato laicale, contro il liberalismo, contro il costituzionalismo. Esso ravvisava nel liberalismo politico (e non del tutto a torto) una proiezione della Riforma. Ci spiega perch nel suo sbigottimento non vedesse in esso che l'Eresia, nella democrazia politica nient'altro che il trionfo del protestantismo.
Questo sbigottimento doveva essere in Italia maggiore che altrove, appunto perch la questione romana era essenzialmente una questione italiana. Negli altri paesi un'intesa fra un governo demo-liberale ed il clero rimaneva possibile: in Italia il conflitto si presentava sempre pi insolubile dacch si affermava l'idea nazionale di una Italia una, con Roma capitale.
Lo sapeva l'Austria e se ne avvantaggiava. E dicendo l'Austria, qui dico la fortunosa dinastia degli Absburgo.
Questa era stata, pi o meno, la salvatrice della Chiesa ai tempi della Riforma. E le aveva mandato gi da un pezzo il conto del salvataggio. Non  il caso di dilungarci qui sopra questo soggetto, ma all'epoca rivoluzionaria e napoleonica l'Austria mandava il conto gi prima di fare il lavoro. Voleva un conveniente anticipo e delle garanzie. La Chiesa non aveva il coraggio di rifiutare e dava tutto(148).
La chiave del dissidio politico ticinese  tutta in questo stato di cose. I ticinesi, come membri della famiglia culturale italiana, non potevano rimanere estranei al sentimento nazionale italiano, che gettava le sue prime radici. Come cattolici erano attirati dalla parte dell'Austria, la gran nemica d'ogni politica libert. Non c' mai dramma umano nel conflitto fra il Bene e il Male. La loro lotta non  interessante: la lode e il biasimo sono alla portata d'ognuno. Il dramma comincia quando si trovano in conflitto due sentimenti rispettabili, due passioni sincere, due idee nobili. Ed  il dramma di tutta la nostra storia.
La prima scena avviene sulla piazza di Lugano con gli orrori del 1799. Viste a distanza, le ragioni della ragione e del torto sono chiare. Ma viste da chi ci si trovava in mezzo, in quel terremoto che allora scuoteva l'Europa? Il torto maggiore non  di chi commise gli eccessi;  di coloro che l'indomani, un anno dopo, cent'anni dopo vogliano giustificarli o nasconderli.
E cos fu degli avvenimenti del 1814 e dei successivi.
La rivoluzione francese, malgrado i suoi errori e i suoi orrori, aveva creato un novo ordo ch'era venuto consolidandosi negli ordinamenti napoleonici e per noi con l'Atto di Mediazione, col nuovo stato della Svizzera italiana. Il nuovo Stato non era in condizioni normali di esistenza. Non una citt propria capace di bastare ai bisogni della campagna; non un'economia propria, non una tradizione uniforme, non una propria nobilt gentilizia (che a quei tempi sarebbe pur stata qualche cosa se fosse stata autentica); non una ferma fiducia nel proprio avvenire.
Eppure visse; perch doveva vivere! Doveva vivere perch aveva una missione da compiere.
E visse la Svizzera nuova, malgrado il tentativo di strangolamento nel 1814. Visse e vide la Rigenerazione, la Costituzione cantonale ticinese del 1830 e quella federale del 1848, che segna la vittoria, definitiva del liberalismo svizzero, della democrazia svizzera.
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Anche in questo periodo le situazioni sono chiare. L'Europa nuova  acquisita ad una idea nuova, sana, feconda. L'idea nuova  il principio democratico rappresentativo. Il potere non risiede in un sovrano dei gratia, ossia per diritto divino, ma nella Nazione che lo delega ad un sovrano o ad un governo repubblicano. Lo stato  legittimo in quanto  un atto della volont umana, dell'umana coscienza. Ai difensori della monarchia dei gratia, i quali si appoggiano sopra la sentenza di San Paolo, ogni autorit procedere da Dio, i novatori rispondono con lo stesso San Paolo, collo stesso principio del Cristianesimo: se gli uomini sono eguali davanti il Dio Padre, se lo schiavo si danna al paro di Cesare e se Cesare si danna al paro di un servo, a maggior ragione i cittadini debbono essere eguali davanti la legge.
- Questo  protestantesimo bello e buono! - esclamavano i sacerdoti d'allora (e non senza apparenza di ragione). Ma il diavolo, che si burla volontieri dei sacerdoti, fece s che alla fine di quel periodo politico, cio al cominciare della grande guerra, nessun stato protestante in Europa fosse repubblicano ed uno solo in America, mentre era sorto un nugolo di repubbliche cattoliche, fra le quali la pi incredula, la sola ufficialmente atea, fosse proprio la Francia, la fille ane de l'Eglise!
Errare humanum est! La Chiesa si proclama infallibile in materia di fede ma non ha mai pensato a dirsi infallibile in politica. Oggi  tramontata, con la monarchia di diritto divino, anche la dinastia degli Absburgo, mentre l'Unit d'Italia  un fatto compiuto ed accettato. Il conto corrente fra la Chiesa e gli Absburgo si  chiuso con un deficit formidabile della fallita dinastia. La Chiesa cattolica non pu far altro che prendere atto della situazione. Non per nulla il Papa Pio XI, uno dei pi dotti umanisti del secolo, ha condannato coll'Action Franaise quella politica dei falsi cattolici che della Chiesa vorrebbero farsi sgabello alle loro mire politiche.
San Pietro arde e sfavilla per isdegno, ancora una volta, contro chi vorra farne figura di sigillo.
Perch no? Roma  da 56 anni capitale d'Italia. La Chiesa non ne  morta, come forse si attendevano alcuni giacobini, ma neppure  asservita come temevano i buoni cattolici d'una volta.
Io sono largo di indulgenza ai cattolici ticinesi che nel 1814, nel '39 e nel '53 credettero pi all'Austria che all'Italia, pi a Radetzky che alla Svizzera ed al Ticino. Erano per la pi parte in buona fede e non avevano capito n la nuova Europa, n la nuova Svizzera. In politica, si sa, l'esperienza  lunga. Essi avevano anche l'attenuante di essere troppo lontani e troppo isolati dal resto della Svizzera per comprenderla facilmente.
Ci che invoco invece dai cattolici moderni  che si soffermino a considerare le cose del passato come i loro antenati stessi le avrebbero considerate, se avessero avuto la mente sgombra dalle influenze straniere.
Forse che Alberto Franzoni sarebbe rimasto con l'Austria se avesse saputo ci che Radetzky tramava?
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Nel 1853 il Ticino avrebbe potuto celebrare il giubileo del suo primo mezzo secolo di esistenza politica. Lo poteva fare di tutto cuore. Cinquant'anni di attivit esemplare in tutti i domini della vita pubblica. Gli elementi della sua popolazione, cos diversi di indole e di bisogni, si erano gi fusi; i contatti erano presi; la coscienza politica era sorta inaspettatamente robusta gi dal 1810 al 1812 quando si tratt dell'annessione al Regno d'Italia e nel 1814 quando la volont straniera tentava imporre un reggimento aristocratico. La Costituzione del 1830 era stata "il primo amore del popolo ticinese", il primo atto di vera concordia dei cittadini. Superate oramai le crisi del '39 e del '41, risolto, almeno in principio, il grande problema della istruzione primaria obbligatoria; la rete stradale ormai robustamente costituita nelle sue linee principali; l'agricoltura rinascente con la abolizione delle antiche gravezze feudali, dei diritti di trasa o pascolo generale(149) e delle decime, con la redimibilit dei livelli. Le sole questioni interne gravi erano quelle delle finanze, dei conventi e della istruzione secondaria.
Le finanze si erano trascinate fra incredibili difficolt(150). Non c'era imposta cantonale. Il primo atto di sovranit del Gran Consiglio nel 1803 era stato l'abolizione di quelle fondate dall'Elvetica. Bisognava provvedere a tutto col provento delle imposte indirette, col lotto, coi diritti di bollo. Ci non bastando si era provveduto ai prestiti forzosi a carico dei ricchi e dei comuni e con l'incamerazione dei conventi.  falso che questa sia cominciata solo col periodo liberale. Vi avevano ricorso l'Elvetica prima, poi allegramente il regime quadriano. Ma nel 1848 era diventata una fatale necessit.
Gli ordini religiosi avevano provveduto durante i secoli precedenti a molti dei bisogni spirituali e materiali cui ora provvede lo Stato. Vi furono degli abusi. La citt di Locarno, che nel 1798 aveva tredici conventi, ne aveva certamente di troppo. Cos era in tutta l'Europa cattolica e dovunque gli economisti si lagnavano che quelle medesime istituzioni che la piet dei fedeli aveva creato per i bisogni del popolo, erano diventate cagione di impoverimento. Le accuse di oziosit, di parassitismo e peggio a carico dei conventi risuonarono in tutto l'orbe cattolico, e non erano del tutto infondate.
Si andava diffondendo il concetto che l'assistenza dovesse diventare un dovere dello Stato e che la carit fornita dai conventi fosse pi di danno che di utile; ma sovratutto si era generalizzata l'idea che toccasse allo Stato il grande compito dell'istruzione. La Chiesa, naturalmente, reagiva, e fu per tutta l'Europa un succedersi di assalti e di difese; anche nella cattolicissima Spagna; con particolare intensit nel vicino Piemonte. L'Austria stessa non faceva complimenti: manometteva ben peggio che i beni della Santa Chiesa! Le imponeva i vescovi e gli arcivescovi ed insediava sfacciatamente sulla Cattedra di S. Ambrogio il principe di Gaisruck. Ma gli Absburgo, come vedemmo, avevano imparato a farsi pagare in anticipazione i servizi resi alla Santa Sede!
La questione dei conventi poteva mettere il fuoco nella pacifica casa dei ticinesi e fu l'Austria che l'appicc, per un suo ingiusto interesse politico.
La casa d'Austria aveva ricuperato dal 1814 il possesso della Lombardia, esteso all'antica Repubblica di San Marco. Quando i tedeschi tornarono a Milano erano stati accolti quasi con un sospiro di sollievo, tanta era stata altezzosa la protezione francese, tanto onesto era stato il dominio austriaco nel settecento, dopo gli spagnuoli. Ma l'Austria nuova era quella di Metternich. Per costui gli italiani erano da trattarsi a parit di merito come tutti gli slavi sudditi della monarchia: col bastone, mezzo rapido, economico e persuasivo. C'era bens una nobilt lombarda che si doveva trattare coi riguardi dovuti al blasone. Egli la conobbe come la descrisse il Giorno del Parini. A tenerla ligia dovevano bastare tenori, soprani e ballerine...
Lo spirito di Metternich era improvvido. Gi il 1821 lo doveva avvertire che in Italia era nata l'idea della Redenzione, ossia l'idea nazionale; ma egli non la poteva capire, e con lui migliaia di consiglieri aulici, che avevano mano nelle cose d'Italia. Non era la corona d'Austria l'erede del sacro impero, per giunta anche romano? E che pretendevano i giovani, che volevano i letterati con le loro evocazioni classiche, col Petrarca e coi Guicciardini? Essi non erano che l'eco della rivoluzione di Parigi, del protestantesimo e dell'ateismo, che sono tutt'uno.
E poi, dove andava a finire l'Impero se ammetteva il principio nazionale, coi suoi ungheresi, coi suoi boemi, coi suoi croati, sloveni, slavoni e slovacchi?
Dunque il primum vivere per l'Austria era dare addosso all'idea nazionale italiana. E poich l'Austria era diventata il sostegno della Chiesa, le fu facile persuadere il clero che l'idea nazionale italiana era una canagliata, e che Roma capitale d'Italia sarebbe stata la seconda schiavit di Babilonia.
Queste aberrazioni dominarono tutta la politica italiana dell'Ottocento. E poich il nostro clero era educato in Italia, soggetto a Vescovi italiani che alla loro volta erano assoggettati al governo di Vienna, la politica ticinese divent una parte essenziale di quella della Penisola. Col Quarantotto si era arrivati alla guerra guerreggiata, cui diversi ticinesi presero parte: nel cinquantatr vi fu un nuovo tentativo mazziniano di insurrezione a Milano: l'Austria incolpava la Svizzera e il Governo ticinese di esserne responsabili. La questione dei Conventi le diede il pretesto del Blocco, per una dozzina di fraticelli ch'erano lombardi, dunque sudditi austriaci.
Ne nacque la grande crisi della nostra piccola Repubblica. La febbre che spinse al parossismo la lotta delle passioni, fin, per quanto ne concerne, col Pronunciamento del 1855 (per l'Austria e per l'Italia fin poi nel 1859). Gli animi, eccitati per molti decenni, gridarono da ciascuna parte al tradimento della patria. Il Blocco fu addebitato ai liberali come un giusto castigo dell'Austria irritata per l'attivit dei rifugiati politici italiani, il Pronunciamento fu glorificato come un atto eroico o aborrito come un delitto. Sorte comune a tutti gli eventi storici che risolvono un impaccio. Visti coll'arretramento di oltre settant'anni, quei fatti acquistano un carattere drammatico, elevatamente umano, appaiono non argomento di vergogna ma d'orgoglio, al popolo ticinese.
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Quella grave questione dei rifugiati politici italiani, che diede argomento ad una mia polemica con la Libera Stampa, organo socialista, ed occasione di pubblicarne i documenti che seguono, non era che un lato di una vasta questione, quella del diritto d'asilo in Isvizzera, il quale alla sua volta si collegava a quello della neutralit svizzera riconosciuta e garantita dal Trattato di Vienna.
La neutralit svizzera non  un fatto della volont unilaterale. Essa ebbe a Vienna un carattere contrattuale che fu confermato nella recente pace di Versaglia. - Un certo quale partito preso di ignorare questa circostanza fu causa di gravi errori di uomini politici ticinesi, sia nel partito conservatore cattolico, sia nei ranghi dell'estrema sinistra.
Ogni neutralit convenzionale importa l'obbligo della propria difesa e quindi della capacit di difesa militare. Dai primi anni della nostra repubblica, l'obbligo di fornire un contingente militare alla Confederazione parve a molti essere gravoso ed inutile. Gravoso lo era per la gi cennata mancanza d'un'imposta cantonale, inutile pareva a un popolo che per vari secoli non aveva mai combattuto ed ignorava non solo la gloria ma persino la fierezza delle armi.
Comunque, la neutralit del territorio comportava come suo corollario il diritto d'asilo verso gli stranieri. Di questo principio la Svizzera aveva fatto largo uso al tempo delle guerre religiose e della guerra dei trent'anni. Ne aveva fatto uso in confronto alla rivoluzione francese.
Lugano aveva avuto tutta una colonia di migrs. La Cisalpina e il Vice-Regno avevano fatto fuoco e fiamme perch i soldati austriaci fatti prigionieri riuscivano ad evadere, traversare il Ticino ed i Grigioni ed a ricongiungersi ai loro eserciti.
Dopo il quarantotto e fino al cinquantanove fu una vera invasione. Lo stesso avveniva agli altri confini. Il quarantotto spavent tutte le Monarchie, che si diedero alla reazione, specialmente quelle cattoliche. La seconda repubblica francese era caduta e Napoleone III aveva con la reazione inaugurato il suo regno. Da ogni paese i patrioti perseguitati si rifugiavano in territorio svizzero. Per questo motivo, il governo federale si trova in conflitto nel 1852 con l'Austria, col Granducato di Baden, con la Prussia, col Wrtenberg, con la Sassonia, con la Francia e con la Russia!... (V. Rapporto di Gestione del Consiglio Federale e Democrazia anno 1852, pag. 1487).
I rifugiati, Mazzini alla testa, pretendono interpretare il diritto di asilo come una servit passiva del territorio svizzero (!); le Potenze pretendono che la garanzia da loro data alla neutralit, dia loro il diritto di esigere dai governi svizzeri l'espulsione di quei rifugiati che mettono in pericolo la pace europea.
La Svizzera interpretava, come oggi, il diritto di asilo quale un suo proprio diritto soggettivo della cui misura  giudice esclusiva. Se l'Austria era minacciosa nelle sue proteste, la Francia non lo era meno. L'Univers, organo cattolico francese, richiamava il precedente dell'Atto di Mediazione e reclamava l'intervento francese in Isvizzera per annullare la Costituzione del 1848. Egual tesi sosteneva il Journal des Dbats, organo governativo.
L'eguale minaccia facevano Francia ed Austria (per un momento alleate) contro il Piemonte ed il Belgio, che formicolavano di rifugiati ancora pi che la Svizzera. Solo l'Inghilterra sosteneva, come di solito, i piccoli Stati. (V. Democrazia, anno 1852, pag. 242, 251, 256).
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E qui torniamo un passo indietro!
La Costituzione federale del 1848 era stata il frutto di una lunga elaborazione interna, nella quale avevano influito pi correnti: la corrente illuminista della fine del settecento, facente capo alla Societ Elvetica; la corrente giacobina, di carattere nettamente francese; la corrente reazionaria, capitanata dall'ordine dei Gesuiti all'interno, e ispirata all'estero dalla Monarchia austriaca(151).
Quando la Francia nelle sue solite oscillazioni sobbalzava alla reazione, passava dalla parte dell'Austria senza cessare di esserle nemica, e l'una e l'altra diventavano solidali nell'avversare quella politica svizzera che tendeva alla parit religiosa.
Esse, appoggiato il "Sonderbund", senza l'opposizione dell'Inghilterra, avrebbero impedito la Costituzione federale del 1848, se non avessero avuto nello stesso anno in casa propria la rivoluzione. Ma, prima e durante la crisi, la loro tesi era desunta dalla neutralit svizzera, ed era questa: non avere la Svizzera il diritto di avere una politica estera propria, n un esercito federale; dovere essa invece mantenersi nello stato quale l'avevano costituita e garantita le potenze nel 1814-15 con la libert assoluta dei Cantoni di avere una politica estera propria e di fare capitolazioni militari coll'estero.
Accettare questa tesi sarebbe stato per la Svizzera accettare un protettorato delle Potenze sui propri affari interni. La Svizzera doveva a se medesima di avere una politica estera sua propria ed un proprio esercito federale, precisamente per impedire che nella politica internazionale potessero trovarsi Cantoni contro Cantoni, e nelle guerre altrui svizzeri contro svizzeri. Era questo stesso concetto che esprimeva Mazzini, gi nel 1835, scrivendo a Carlo Battaglini studente a Ginevra! Era il concetto, oggigiorno, pi indiscutibile di ogni politica statale.
Chi  quel conservatore cattolico svizzero che vorrebbe oggi tornare alle capitolazioni militari, che vorrebbe oggi invocare l'intervento delle Potenze nelle nostre cose interne? Non uno; poich oggi  maturo quel concetto della sovranit statale che allora era solo in formazione. Non uno, perch la parit confessionale, lungi dall'aver indebolita l'azione cattolica in Isvizzera, l'ha favorita!
L'Universit cattolica che Lucerna non ha osato nel 1817 esiste e funziona oggi brillantemente a Friborgo!
Ma, ripeto, gli uomini d'allora devono essere spiegati colle idee di allora. I capiparte del 1847 erano stati educati in media trent'anni prima, cio verso il 1814, nel periodo intenso della Restaurazione, quando fiorivano concetti politici che oggi sono morti. Morti, notisi bene, pi che mai negli Stati cattolici d'Europa e d'America.
Angelo Somazzi, contro il quale  tuonata (anche da parte mia) l'accusa di tradimento, era un ticinese nato in Dalmazia, educato dai Gesuiti italiani. Negli Stati balcanici e danubiani, l'Austria rappresentava allora la civilt europea contro la barbarie turca. Che egli vedesse nella nuova Svizzera un'assurdit politica, non  impossibile da spiegare; ch'egli vedesse nell'Austria la protettrice naturale dei ticinesi, non ha nulla di mostruoso. Mostruoso sarebbe sposare oggi le sue tesi, ed  mostruoso che degli uomini i quali si dicono svizzeri, liberali, ed amici dell'Italia, imprechino oggi a quella Costituzione federale senza di cui n la guerra del '59, n quella del '66 non sarebbero state possibili poich, trionfando il Sonderbund, i reggimenti della Lega cattolica sarebbero discesi, per il Sempione e per il Gottardo, verso Milano, e il Ticino cattolico avrebbe mandato i suoi soldati a Magenta e Solferino, ma dalla parte dei Croati(152).
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La giovent ticinese legger e mediter con suo profitto i documenti raccolti da Eligio Pometta e li potr confrontare con gli atti ufficiali d'allora: Processi verbali del Gran Consiglio, Contoresi e Bilanci, e coi giornali dell'epoca, particolarmente la Democrazia, di parte liberale, edita a Bellinzona, l'Indipendente, di parte conservatrice, il Popolo, dal cui nome venne l'epiteto di Popolino alla frazione d'estrema sinistra alleatasi ai conservatori (per disgrazia dell'una e degli altri) e la Bilancia edita a Milano dall'ingegnere Angelo Somazzi, rifugiato ticinese in terra austriaca(153).
In ispecie meritano studio gli atti relativi alla secolarizzazione delle scuole ecclesiastiche, cio quelle dei Serviti a Mendrisio, dei Somaschi a Lugano, dei Benedettini a Bellinzona, dei Francescani a Locarno, nonch del Collegio d'Ascona e di quello di Pollegio aventi l'uno e l'altro carattere di Seminari ecclesiastici, romano il primo, ambrosiano il secondo.
Gli studi pi recenti hanno dimostrato che, di queste istituzioni scolastiche, le principali avevano avuto una origine civile. Erano stati i Consigli di Lugano e di Bellinzona a chiamare i Gesuiti (che non vennero), poi i Somaschi e i Benedettini di Einsiedeln, offrendo loro i necessari mezzi iniziali; parimente erano state le Comunit di Blenio e Leventina a costituire la dote del Seminario di Pollegio. Per quest'ultimo soprattutto la questione giuridica era abbastanza seria: si trattava di sapere a chi appartenesse, secondo il giure pubblico e privato. Come al solito, ciascuna parte afferm la propria tesi come dogmaticamente indiscutibile, ma il caso era perlomeno dubbio(154).
Secolarizzato il Seminario e fattone un Ginnasio, l'Arcivescovo ambrosiano non riconobbe quella che gli pareva una usurpazione, ci che era naturale; ma, come di solito, il governo austriaco fece propria la questione e inciprign la ferita. Dopo breve tratto, parve che la questione fosse fra il Ticino e il governo austriaco, cosicch il clero nostrano si trov dalla parte del Governo estero. Donde l'ira funesta!
Caratteristica era stata la questione dei cadetti. Gli allievi dei Ginnasi e delle Scuole Maggiori venivano iniziati agli esercizi militari, cosa ormai indispensabile per la formazione dei quadri della milizia cantonale. Allora si scaten nella opposizione l'antimilitarismo clericale, durato fino a Martino Pedrazzini che abol i cadetti(155). L'arcivescovo pose la questione di massima, non potersi istruire negli esercizi militareschi i futuri sacerdoti (in realt non un quarto dei seminaristi riceveva gli ordini!) e finalmente chiuse il Seminario. Il governo liberale lo riapr nel 1852 con docenti ticinesi, civili ed ecclesiastici.
L'arcivescovo si inalber, proibendo l'accesso degli allievi di Pollegio ai Seminari maggiori diocesani. La Gazzetta Ufficiale di Milano ne fece una questione di Stato, ci che irritava il sentimento di molti cattolici ticinesi i quali, fra altre ragioni, non avevano dimenticato come l'Austria stessa avesse poc'anzi, nel 1843, soppresso e incamerato il famoso Collegio Elvetico di fondazione borromea. Dal che si vede ancora una volta che la Chiesa ha sovente pi da temere dai governi che le offrono protezione che da quelli che apertamente le chiedono certe rinunce. (V. Democrazia, 1852, pag. 13, 37, 73 et passim).
Il governo austriaco interviene con una nota diplomatica a Berna e minaccia di non pi ammettere i ticinesi neppure nei Licei di Stato!
Un congresso delle Tre Valli decise di iniziare una causa civile contro lo Stato per la rivendicazione dei beni del Seminario. Il governo, con suo decreto, proib ai tribunali ticinesi di occuparsi di questa causa. Su questo decreto si fece un gran baccano in nome della separazione dei poteri. Esso era per il ricalco di un decreto analogo del Conseil d'Etat francese reso in nome di luigi Filippo, protettore dei cattolici svizzeri.
Gi negli anni antecedenti e fin dal 1830, il Rettorato del Seminario di Pollegio era apparso come un organo di ingerenza politica austriaca. (Vedasi in proposito: Cinque anni di sacerdozio di Ambrogio Bertoni, presso Libreria Patria).
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Altro motivo di legittimo conflitto fra l'Austria e il Ticino, e pi generalmente fra il principio secolare e quello chiesastico era apparso dalla situazione fatta ai sacerdoti consiglieri. Ai primordi della repubblica il loro numero era considerevole, n si avrebbe potuto farne a meno. Ma la questione dei Conventi rivel il pericolo. Diversi preti consiglieri avevano votato la soppressione di certi conventi. I vescovi di Como e di Milano proposero la questione di massima che i sacerdoti fossero legati anche in Gran Consiglio alla disciplina diocesana ch'era straniera.
Non posso che accennare questo vasto argomento, come un episodio di quello vastissimo della questione diocesana svizzera e ticinese che ho trattato nel mio volume Le Istituzioni Svizzere, Un. tip. Ed. Torino (parte di diritto pubblico), e lo faccio per invitare la giovent ticinese a riflettere anche solo un istante alla enormit di certe tesi che le si vengono sussurrando nelle orecchie, essere stato un delitto contro la italianit culturale del Cantone Ticino il distacco dalle sue diocesi naturali italiane(156).
Chiedo alla giovent conservatrice se possa approvare che il voto di un deputato ticinese possa essere censurato da un vescovo soggetto egli stesso a giurisdizione politica straniera, come avveniva allora e come potrebbe ancora verificarsi in futuro. Chiedo alla giovent liberale come si possa conciliare la separazione della Chiesa dallo Stato territoriale, con la sua dipendenza dallo Stato straniero!
L'assetto diocesano attuale corrisponde ai postulati dei liberali ticinesi e svizzeri della Rigenerazione(157).
Esso  l'opera di un governo federale liberale che poneva fine al Kulturkampf. Quale demonio malvagio agita dunque i petti dei ticinesi, che una questione politica non possa mai dirsi definitivamente risolta? Quale bisogno c', che eternamente si ritorni a discutere ci che avrebbe dovuto essere in luogo di pensare a ci che rimane da farsi?
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Altro aspetto prese la questione diocesana a proposito dei beni delle parrocchie. L'antica controversia se le parrocchie ticinesi fossero da considerarsi come juspatronati di collazione comunale (che  la tesi ecclesiastica) o se i beni affetti al culto fossero puramente e semplicemente comunali, non ha pi l'importanza che le si  dato in altre circostanze.
Il culto pu difficilmente essere considerato come un atto dell'amministrazione politica. Pi razionale  la soluzione presentata dal diritto civile svizzero, quale  codificata nel Codice nuovo. Il Comune politico pu invero essere considerato come l'amministratore, ossia l'organo, di una fondazione giuridica imperfetta, cio senza organi propri, a scopo di culto. Questa soluzione avrebbe potuto essere affacciata allora e non differisce gran che da quella sanzionata poi nel 1886 col passaggio dei beni ope legis dal Comune politico alla Comunit parrocchiale.
Ci che avvelen la questione e condusse alla legge civile-ecclesiastica del 1855, fu sempre il malanno della ingerenza estera, in ispecie austriaca. Nel 1852 si era tastato gi il terreno, da Berna, per la conclusione di un concordato con la Santa Sede per la sistemazione diocesana. Il disegno fu abbandonato non per colpa della Confederazione.
Gi nei Capitoli di Baden (Bertoni e Olivetti, Le Istituzioni Svizzere, vol. I.) i liberali svizzeri avevano posto il principio della giurisdizione episcopale svizzera con un primate nazionale. Il principio era stato facilmente ammesso per i Cantoni primitivi passati dalla diocesi di Costanza a quella di Coira. Emanata la legge federale del 22 luglio 1859 che sanzionava il principio, Roma si era facilmente intesa con Berna circa le parrocchie del Giura bernese e quelle delle valli italiane dei Grigioni. Se l'accordo non fu possibile per il Ticino, fu solo perch l'Austria non voleva. Ancora una volta l'ingerenza estera, nefasta sempre a chi la chiede e a chi l'accetta, sotto qualsiasi pretesto!
Donde la tentazione dei liberali ticinesi di sottoporre al Placet governativo le Pastorali dei vescovi diocesani le quali invadevano il campo della legislazione cantonale ed eccitavano il clero alla resistenza contro le leggi. (Democrazia, 1852, pag. 641).
La legge del 1855 era fatta su modello austriaco dell'epoca giuseppiniana, tenendo conto dei Capitoli di Baden. Consulente del governo ticinese era stato il dottor Hungerbhler di San Gallo, specialista della materia. Essa si ispirava alle idee allora dominanti nei paesi liberali sui rapporti fra la Chiesa e lo Stato conformemente (e non contrariamente) al principio della religione di Stato, sanzionato dalla nostra Costituzione. Era del resto una legge di combattimento(158) cui sarebbe stato preferibile un Concordato.
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In quell'anno, 1852, partivano adunque i padri Serviti da Mendrisio (Democrazia, pag. 755) ed i padri Somaschi da Lugano (id. 691) nonch i Benedettini da Bellinzona (id. passim). La loro partenza non fece n caldo n freddo: il pubblico non se la pigli a cuore. Del loro insegnamento si pu dire che non meritasse n i panegirici n i vituperi della stampa del tempo. Il loro prestigio era gi molto in ribasso; a Lugano forse per l'impoverimento dell'Ordine e del Collegio, gi verificatosi ai tempi della Rivoluzione; a Bellinzona perch i Benedettini, con molti loro meriti, avevano avuto il difetto di essere ostinatamente tedeschi.
 necessario in ogni modo notare come quegli insegnanti, tranne il grande Padre Soave, non abbiano lasciato alcuna traccia di letteratura svizzera italiana. Neppure han lasciato traccia di un qualsiasi loro interessamento al paese, con una eccezione sola e tardiva, quella del Padre Ghiringhelli (da non confondersi con l'Abate omonimo).
Dell'epoca dei baliaggi, noi possediamo una considerevole letteratura informativa di scrittori svizzeri (Vedasi il mio articolo dell'Educatore, 1925: Un libro rivelatore, recensione della vasta monografia della Dr. Margherita Gerber).
Questi insegnanti, quasi tutti stranieri e tutti soggetti ad una estranea obbedienza, si erano tenuti come stranieri all'anima ticinese. Furono stranieri,  verissimo, anche moltissimi fra gli insegnanti laici che li sostituirono nei nuovi ginnasi cantonali. Ma quanta ondata di spirito patriottico vi portarono essi, da Carlo Cattaneo in gi! Anche la Scuola Normale maschile fu fornita da Martino Pedrazzini, dopo il 1877, di direttori italiani, e si rinnovarono le critiche. Mi sia permesso notare a questo riguardo che non  l'atto di origine quello che fa lo straniero o il cittadino in una docenza. Contano i fattori morali. Chi non capisce, chi non sente la Svizzera, rimane un cattivo educatore per le nostre scuole, anche se patrizio di vecchia stirpe.
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Le difficolt pi gravi coll'Austria vennero dalla espulsione di pochi Cappuccini dei conventi soppressi, di nazionalit lombarda. Essa forn al governo austriaco l'arma diplomatica agognata per l'imposizione del Blocco.
I documenti pomettiani si riferiscono in gran parte a questa faccenda. Dalla stampa ticinese del tempo, e particolarmente dalle ammissioni della Bilancia, risulta chiaramente che i Cappuccini servivano di pretesto. Il vero intento austriaco era quello di costringere il popolo ticinese, mediante la pressione del Blocco, a cambiare di regime politico. L'Austria lo voleva, in odio ai rifugiati. I documenti lo comprovano.
A tanti anni di distanza, possiam bene riconoscere che per l'Austria in Lombardia ci era questione di vita o di morte. La difesa della propria vita  un diritto naturale. Non saria per questa una ragione perch un partito conservatore d'oggi si facesse solidale di tutte le azioni, di tutti i metodi ed i mezzi di un partito conservatore di settant'anni or sono.
Io ho tentato di dimostrare alla giovent ticinese la meccanica dei partiti, nella mia Prolusione di Berna, nel 1921. Non parve che la Costituente, cui era destinata, ne abbia tenuto gran conto, ma la mia ragione mi sembra incrollabile. Nei partiti storici, conservatore o progressista, si manifesta la legge fondamentale della forza dinastica e della statica, dell'attrazione centripeta e della rivoluzione centrifuga. Un paese senza partito progressista, o senza partito conservatore, dicevo,  come un'automobile cui mancassero il motore od i freni.
La funzione frenatrice non sta a impedire il progresso, ma a moderarlo.  questa la ragione per cui altri gi osserv l'apparente contraddizione del partito conservatore francese che nel 1830 sostiene le idee che aveva combattuto nel '14, nel '48 le idee che aveva combattuto nel '30, e cos di seguito. Nessunissima contraddizione neppure nel fatto che i progressisti della Svizzera attuale hanno idee e metodi diversi da quelli del Kulturkampf.
L'evoluzione ha semplicemente compiuto l'opera sua. Ecco tutto.
La funzione conservatrice o moderatrice ha un senso attuale, null'altro che attuale. Non si pu agire per la conservazione di ci che  stato e che non  pi!
Ci che del passato pu e deve vivere  la memoria. La commemorazione  un concetto profondamente religioso. Di tutte le religioni!
Quella generazione politica che oper dal 1848 al 1855, nel Ticino come nella Confederazione, in Isvizzera come in Europa, fu una generazione nobile ed energica, fu grande anche nei difetti, nelle sue illusioni, nelle sue passioni.
Ed  decoroso che la si onori!
Il Pronunciamento fu uno di quei reati politici che cessano d'essere tali e diventano costitutivi di un diritto nuovo, quando riescono.
Vi sono momenti in cui le funzioni morali di uno Stato non bastano pi a conservarne la vita. Allora la natura suscita le febbri e le crisi.
Esso ha spazzato via una ingerenza straniera nella nostra vita politica, che tendeva all'asservimento della repubblica. In questo senso  stato un bene o, se volete, un male necessario. Felice quel Paese in cui non fossero successe rivoluzioni interne, altro che per la salvaguardia della propria libert e dignit!
Basta la Indipendenza italiana verificatasi quattro anni dopo, per giustificare l'opera e i suoi autori.
Sull'omicidio e processo Degiorgi non voglio soffermarmi. Gli accusati furono assolti e politicamente l'assoluzione fu saggia. Gli atti del processo, conservati da mio padre che funzionava da avvocato fiscale (pubblico ministero), furono da me deposti alla Libreria Patria. Formano un importante materiale storico.
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Gli anni fortunosi dal 1852 al '56 furono grandi anche per altri fatti che non sono di natura politica.
Fu nel 1815 che il Cantone pot finalmente creare un'Imposta cantonale. L'angelo custode delle finanze, come lo chiam G. B. Pioda. La cattiveria e l'imbecillit settaria irrisero ancora per venti o trent'anni a quell'epiteto. Ma se il Ticino avesse avuto una sana finanza fin dal 1803, esso avrebbe avuto maggior credito pubblico, avrebbe evitato di consumare tutto quanto il patrimonio dei conventi soppressi, e potuto dedicarlo ad opere di bene pubblico, come fece l'Argovia, o sarebbe stato meno tentato di incamerarlo. L'opposizione mossa per mezzo secolo all'imposta  frutto di quella mentalit deplorevole per la quale, dopo il citato opuscolo del Franscini, noi non abbiamo mai pi avuto n una storia delle nostre finanze, ne una guida, n un metodo. Quella mentalit compenetra tuttavia ogni discussione in materia di finanze, specialmente nei grandi periodi elettorali. Si direbbe che chi parla o scrive consideri il pubblico come una mandra bovina alla quale si pu dar da bere qualsiasi beverone(159).
Quel giovane che, pigliando le mosse dall'opera del Franscini, ora introvabile, rifacesse e completasse la storia delle nostre finanze con proposito oggettivo e costruttivo, renderebbe un immenso servizio al paese.
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L'agricoltura ticinese vide in quel periodo lo sforzo del popolo e del governo per la bonifica delle terre patriziali suscettibili di coltivazione a prato ed a campo. Era la conseguenza del Blocco granario austriaco! Vide il principio degli sforzi per il raggruppamento, con la legge sulla permuta obbligatoria (Democrazia, 1852, pag. 210, 321, 469, 473, 477, 489, 717, 795).  da quell'epoca feconda che datano i primi studi sulla Bonifica del Piano del Ticino con un Memoriale alla Societ di Utilit Pubblica, di Antonio Chicherio. (Democrazia, 1852, pag. 687, 690, 696).
L'anno seguente, 1853, il governo presenta un messaggio ed un progetto. Chicherio fa un secondo Memoriale (Democrazia, 1853, pag. 1229 a 1235; 1400 a 1416, 1571, 1581, 1791, 1602, 1656, 1680). Una seduta straordinaria del Gran Consiglio  consacrata a questo oggetto. (Democrazia, 1819, 1823).
Si tratt anche di una banca agricola (ivi, 906, 909).
L'arginatura dei fiumi  argomento di un primo messaggio del Consiglio di Stato (Democrazia, 1853, pag. 1557), punto di partenza di tutta la grandiosa opera successiva.
Il problema ferroviario sorse improvvisamente fra le preoccupazioni politiche. Gi allora si imponeva una linea svizzera di accesso dall'Italia alla Germania, d'interesse europeo. Non essendo ancora conseguita l'unit italiana n quella germanica, erano il Piemonte (con Genova) e la Baviera (col Bodanico) i principali Stati interessati, donde i progetti per il Lucomagno e per la Spluga. Il Gottardo, che prevalse naturalmente dopo le due grandi unificazioni nazionali, aveva gi i suoi fautori.
Da bel principio cominciarono le ingerenze estere, prudenti e coperte da parte dell'Inghilterra, sfacciate da parte dell'Austria, la quale os far proporre nel Gran Consiglio ticinese la pregiudiziale dell'accordo politico con essa (Democrazia, 1853, pagina 1819).
Nel corso del 1858 erasi gi costituita la societ per la ferrovia dal Verbano al Bodanico attraverso il Lucomagno. Il Gran Consiglio aveva dato la concessione e il Consiglio federale l'approvazione. La guerra d'Oriente e l'annuncio dell'alleanza franco-sarda in vista della guerra ne imped il finanziamento a lavori gi cominciati(160).
Gi d'allora la questione ferroviaria mise di fronte il Sopra ed il Sottoceneri, per via del tracciato: ma pi importa rilevare, ad istruzione dei giovani, come sempre nei momenti importanti della nostra storia l'ingerenza straniera sia la nemica della nostra pace interna. Si pu ammettere come esperienza acquisita che il valore morale dei nostri uomini politici, d'ogni partito,  in ragione diretta della loro capacit di resistenza alle seduzioni ed alle pressioni del di fuori.
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 un fatto di tutti i tempi e di tutti i paesi.
Le idee possono essere generali: le applicazioni no. Lo abbiamo visto anche recentemente in Italia. Il giacobinismo gallico, il pedantismo tedesco, il misticismo moscovita, vi hanno recato ciascuno un contributo di applicazioni e di programmi eterogenei, di rivendicazioni ingerite ma non digerite. Il risultato ne fu cos disastroso come tutti sanno. E non siamo alla fine dell'esperimento!
Le applicazioni devono essere elaborate secondo l'ambiente. Ne risulta fra gli altri benefici che gli animi si incontrino e si intendano assai pi che rimanendo sulle generali.  stato detto che la metafisica ha cosparso il mondo di vittime, mentre nessuno  mai stato ammazzato a proposito d'una divergenza geometrica. Cos . Un chirurgo ateo e una suora cattolica si intendono sempre sul modo di aggiustare una gamba rotta!
Ma se bisognasse prima intendersi sulla pregiudiziale del Dio Ignoto...
...
Ora mi sia concesso, concludendo, di formulare un voto.
La documentazione diplomatica scoperta dal Dr. Eligio Pometta  dispersa in una infinita quantit di effemeridi e solo in parte  raccolta in opuscoli che facilmente scompariranno. Il Ticino deve a se stesso di curarne la ristampa in un solido e completo volume. Si trovano denari per cose di meno grave importanza.
Si deve questa riconoscenza anche alla persona del signor Pometta.
Questa alacre famiglia dei Pometta, cos varia e cos devota al suolo della piccola patria, ha dato nel Dottor Eligio una incarnazione dello spirito della nostra gente. Per la doppia linea paterna e materna (i Pometta e i Capponi) egli discende dai pi attivi e sinceri capi della parte conservatrice e della parte liberale nella belligera Vallemaggia. Egli era nato fatto per rintracciare a traverso un improbo lavoro le ragioni intime, le radici pi lontane dei fatti della nostra storia. Cos operando, egli si  isolato politicamente.
Non ignoro che molti hanno deplorato e deplorano questo suo allontanamento dal primo campo di azione. In realt egli non si  allontanato dagli uni n avvicinato agli altri; egli si  elevato al disopra delle vecchie fazioni. Il mio ultimo voto  che sia compreso e seguito.
 XI.
A proposito di societ segrete nel Ticino
Una lettera di Brenno Bertoni a Rinaldo Caddeo(161).
Lugano, 23 aprile 1936.
Pregiatissimo signor Caddeo,
Spedisco oggi stesso alla Bibl. Cant. il Manuale della Massoneria del Boos. Essa  avvertita di tenerlo a sua disposizione. Le compiego in pi la scheda di sottoscrizione all'opera "Les socits scrtes et la Dmocratie suisse" che credo gi stampata.  di tutta attualit. Costa solo fr. 2. L'opuscolo le sar mandato dal mio editore sig. Arnold a Lugano. Io credo ch'Ella debba prescindere dalla ipotesi di una o pi Logge ticinesi nel periodo indicato. Le notizie che Lei mi d circa i Ciani me lo confermano. Mio padre, Ambrogio Bertoni, cospiratore denunciato le dieci volte dallo spionaggio austriaco, era intimo di casa Ciani. I due testamenti di Giacomo e Filippo furono nei suoi rogiti. Mio padre, un altro Roberto Ardig che lasci il clero nel 1839 a seguito di una epica sua lotta col Cardinale Arcivescovo de Gaysruk fu aiutato dai Ciani a compiere i suoi studi di giurisprudenza facendone il Mentore di Antonio Gabrini ch'era allora a Parigi studente in medicina. Quando verso il '56 mio padre ebbe una crisi di nervi per stanchezza fu ospitato per tre mesi nella villa e nel Parco Ciani. Filippo Ciani, che leg allo Stato un notevole capitale per la costruzione del Penitenziario, lo incaric di un suo studio sopra il sistema cellulare, del quale il manoscritto fu rinvenuto da Romeo Manzoni presso il signor Gabrini.
Quest'ultimo era infatti un figlio di Gian., e non un nipote. Lo si fece nondimeno passare per un Gabrini grazie ad una sostituzione d'infante ed anche di puerpera! Giacomo tenne a Battesimo il mio maggior fratello Dr. Mos, il naturalista, e Filippo fu mio padrino di Battesimo. (Allo stato civile sono registrato Filippo Brenno Camillo: Brenno perch  "il fiumicel del mio paese, quel che m'ha fatto diventar poeta": Camillo per compensare il nome gallico con un eroe romano). Si figuri adesso se poteva essere restata occulta a mio padre una massoneria luganese alla quale fossero affiliati i Ciani! Me lo avrebbe detto almeno quando io stesso diventai massone!...
Alla Giovine Italia appartenne invece mio padre che per questo delitto fu espulso dal Seminario di Santa Marta a Milano; cos egli mi raccont
L'associazione di cui Ella mi parla, fondata a Lugano nel 1838 potrebbe essere quella dei Carabinieri ticinesi, divisa appunto per sezioni(162). Mio padre era presidente (dopo il 1841) dei "Carabinieri del Brenno" (val Blenio). Questa societ distribu delle armi di primissima qualit fabbricate nel Belgio (dove i Ciani avevano altre relazioni che quelle d'un cafete) ed erano certamente destinate alla rivoluzione italiana. Potrei mostrarle una di queste carabine. Anche il Generale Arcioni fu "Carabiniere del Brenno" nel 1848, nel quale anno le carabine belghe ebbero un successo considerevole. Mio padre era fra i ticinesi che presero Como previo assedio della Caserma essendo il popolo gi insorto. Mi raccont che in un certo inseguimento, avvenuto sul lago, ebbero partita vinta perch le palle del barcone austriaco cadevano morte davanti al loro legno, mentre le loro pallottole colpivano ancora a morte i nemici. Ma anche del generale Arcioni, che era intimo di casa nostra... non ho mai saputo n sospettato ch'abbia avuto parte coi trepuntini.
I documenti della famiglia Ciani di cui Ella mi parla furono certamente esaminati da Romeo Manzoni: veda il relativo Medaglione da esso pubblicato, non nel volume degli Esuli, ma sopra un giornale d'allora(163). Franc. Chiesa se ne deve ricordare. Prima di morire il Manzoni consegn questo materiale (ed altro), ad Arcangelo Ghisleri che doveva comporre con quelle carte un secondo volume degli Esuli, ma Ghisleri stesso mi disse poi che non poteva riescire perch il materiale era troppo amorfo. Il Ghisleri pu averlo passato ad un "Museo repubblicano" per il quale era gi stato comperato un terreno a Lugano, a due passi da casa mia, e che poi deve essere stato costituito a Como prima della rivoluzione fascista(164).
Vede, signor Caddeo, che di queste cose sono un po' meglio informato che gli antropoidi ai quali era stata affidata la difesa della italianit ticinese!...
Con perfetta stima
B. Bertoni.
 XII.
Mazzini e Gioberti(165)
Due mistici. Lo spirito italiano  assai pi mistico che gli stranieri non credano, se anche ci siano dei segni in contrario. Il francese medio ha "plus d'esprit que de sentiment": del medio italiano pu dirsi il contrario: si pu dire anzi che quando vuol fare dello spirito cade facilmente nel volgare, mentre preso dal lato del sentimento si fa perfetto cavaliere. Mazzini  il mistico della libert e sotto questo riguardo  assai meno artistico di Rousseau, ma assai pi robusto. Egli crede fermamente in Dio; non  solo un panteista; non  solo un Dio rettorico quello che l'ispira. Egli ammette la rivelazione: una rivelazione concepita come solo un filosofo pu concepirla. La verit non si rivela una sola volta a un solo profeta, ma all'umanit, gradualmente, in perpetuo; vi sono dei profeti. (ed egli sente di esserne uno, sebbene non lo dica), ma la rivelazione si manifesta in tutte le coscienze umane. Egli venera
La gloria di Colui che tutto muove,
Per l'universo penetra e risplende
In una parte pi e meno altrove
e in ci si collega al divino Alighieri. Crede all'umanit, alla sua elevazione, alla sua dignit e ai suoi alti destini, e per questo crede alla libert; per questo chiama gli uomini alla repubblica nel mistico binomio Dio e Popolo. In questo anche Mazzini  un moderato. Solo circa il modo di conseguire la libert si manifesta in lui il rivoluzionario: egli accetta e predica la rivoluzione, ed anche la violenza privata. Spinge la giovent all'olocausto, ed anche in questo riappare il mistico: il sangue dei martiri feconda la zolla della patria! Poich egli, nel suo umanitarismo, nella sua concezione europea della politica,  profondamente patriotta e appassionatamente italiano. Il culto della nazione in lui non  antitetico, ma tende alla sintesi. Ogni parte deve essere perfezionata perch sia possibile l'armonia del tutto.
Gioberti  il suo contrario, ma anche in questa contrariet appare l'eterna verit dell'uguaglianza degli angoli opposti al vertice. Gioberti  cristiano, cattolico, incrollabile nella fede. Gioberti  italiano, nazionalista fino al misticismo. Egli crede ad una storica e naturale superiorit degli italiani sugli altri popoli. Quanto alla realizzazione egli spera, desidera, vuole che i Sovrani d'Italia s'intendano sotto gli auspici, il consiglio e l'egida del Sommo pontefice, redimano l'Italia dallo straniero, e ne procurino l'unit nel senso dell'unit spirituale.
Entrambi questi maestri ebbero grande consenso in Italia. Nel Ticino solo il Mazzini vi abit lungamente facendovi molte relazioni: il Gioberti quasi non vi ebbe seguaci. Certo incontr pi plauso dai liberali che dai cattolici...
...Sono da noverarsi tra i neoguelfi che ebbero grande eco letteraria nel Ticino, ma scarsa influenza politica, Alessandro Manzoni e la sua scuola, Niccol Tommaseo, e Cesare Cant con la sua Storia della Diocesi di Como...".
 PARTE TREDICESIMA
 Pensieri(166)
L'uomo  un animale prudente che si guarda soprattutto dai pericoli passati. Quando sopra una linea succede uno scontro ferroviario egli la evita ed affolla piuttosto una linea concorrente. La ragione gli direbbe di passare appunto l dove  successo un disastro, perch ivi  pi sicuro che dovunque altrove, ma l'istinto lo conduce ad agire secondo le circostanze del passato come se sempre sussistessero.
In politica ci  cosa di ogni giorno.
Il pubblico ed i partiti agiscono secondo certe prevenzioni sovente inconciliabili con le condizioni dell'oggi e del domani. Saper prevedere  attributo di pochi ed isolati osservatori.
...
Dice l'antica saggezza: "Chi va piano va sano e va lontano". Al d d'oggi bisognerebbe dire: "Chi va piano va sano e perde il treno".
Dice l'antica saggezza: "Tutte le strade conducono a Roma". La saggezza odierna avverte: "S, se sai deciderti per una strada ed in quella perseverare".
...
"La parola  d'argento e il silenzio  d'oro". Vero sempre! C' molti saggi che per amor dell'oro tesoreggiano l'argento della loro parola, e quando  l'ora di gridar alto la verit si tacciono.  una forma di avarizia anche questa, ed una delle peggiori. Ma  decorosa, cos che l'avaro di questa specie gode di grande prestigio.
...
Quando il Signore ebbe creato gli animali li chiam per distribuir loro la coda. Quanto te ne occorre? chiese alla volpe - e quella: Cinque braccia a dir poco. E se n'ebbe un braccio.
- Quanto ? - domand alla lepre.
- Di una spanna mi contento! - E ne ebbe due dita.
- E tu ? - volle chiedere al ranocchio.
Ma il ranocchio, innamorato e pieno il capo di ideali, se n'era ito a spasso con la sua bella e dovette farne senza.
Da quel giorno le cose sono andate sempre allo stesso modo.
...
Io vorrei che il Libero Pensiero mi lasciasse libero di pensare ed anche di credere ci che mi sembra credibile. Cresciuto fuori di ogni Chiesa, educato al dispregio di ogni dogma ed al culto della filosofia sperimentale, mi secca che altri pretenda impormi dei nuovi dogmi pseudo-scientifici, dedotti da qualche decennio di osservazioni affrettate. Ammaestrato da Herbert Spencer a considerare i limiti della scienza, rifiuto di accettare come definitive le spiegazioni meccaniche che mi si vogliono imporre sull'origine del mondo, le spiegazioni chimiche dell'origine della vita. Domando che mi si lasci meditare in pace lo spettacolo del cielo stellato. Domando che mi si lasci meditare in pace fra le tombe dei cimiteri. Non  troppo domandarlo in nome del Libero Pensiero.
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Nulla di pi profondo che la sentenza di Amleto, essere tante cose sulla terra e nei cieli che la nostra filosofia ignora. Che sapevasi or sono 150 anni dell'elettricit? Che sapevamo 50 anni or sono delle ondulazioni, della materia radiante? Che sappiamo di positivo sulla telepatia, sulla trasmissione del pensiero?
Ora quando vedo uno scienziato sbucare dal suo laboratorio con un matraccio in mano e dire: io ho trovato che tutto quanto l'umanit ha tenuto per certo a traverso i secoli  stoltezza, subito mi domando quando verr un altro scienziato che qualifichi lui per uno stolto.
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Un vecchio scienziato libero pensatore mi scrive: quando uno studioso dice: io non sento alcun bisogno di una credenza  come se dicesse alla turba: "io ho mangiato bene, dunque voi non avete fame".
S, le turbe hanno fame di nutrimento etico ed estetico, e lo cercano in chiesa dove  offerto gratuitamente. Per consigliarle di astenersene bisogna poterne offrire uno migliore. Tanto varrebbe consigliarli di non mangiare patate e polenta perch nutriscono meglio le bistecche.
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Il fenomeno religioso  costante nel tempo, generale nello spazio, se anche la forma del culto e le astruserie dei dogmi sieno diverse e mutevoli. Scientemente ci vuol dire che il sentimento religioso  in s medesimo naturale e che una religione non pu essere sostituita che da un'altra pi evoluta. Il concetto asiatico di una religione dei dotti, che ebbe qualche seguace fra gli enciclopedisti, merita di essere nominato ed  in ogni caso pi scientifico di quello di sostituire una credenza con una negazione. Un valore puramente negativo non pu, comunque, prendere il posto di uno positivo.
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Una politica che non tenga calcolo del sentimento religioso, sia pure di una minoranza, non  riescita ad alcun despota, si chiamasse Diocleziano, Giuliano, Carlo Quinto, Filippo II, Napoleone o Bismarck.
Per figurarsi che si possa ignorarlo in una democrazia, bisogna essere superlativamente dotati di quella singolare facolt degli uomini di non vedere quello che vedere non vogliono.
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Il determinismo puro e semplice, si confessi esso materialista o si trucchi in qualsiasi veste, conduce logicamente al socialismo rivoluzionario, non al liberalismo. Preferendo quel principio filosofico, il radicalismo ha formato molti allievi, senza dubbio, ma pronti a voltargli le spalle, e se si vuole, a fare un passo pi in l, appena vi trovino il tornaconto.
Se la propaganda liberale vuole differenziarsi da quella socialista non ha che una cosa da fare pel momento: parlare meno di diritti e pi di doveri. Ma per una pi solida costruzione dei doveri bisogner tornare ad una filosofia pi umana.
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L'essenza del conflitto fra la scuola confessionale e la scuola liberale non sta nella miserrima questione se in iscuola si debba, s o no, insegnare il catechismo. Sta tutto nel poter conciliare due elementi che cozzano nella nostra civilt: la tradizione greco-romana (umanesimo) e la tradizione cristiano-cattolica.
Se un accordo non  possibile, non c' scampo, la scuola sar confessionale per i credenti e sar antireligiosa per gli altri.
 possibile qualche accordo? No, se ci poniamo sul terreno della ragion pura, dell'astrazione. S, se ci poniamo su quello della realt storica, della ragion pratica, della politica di governo.
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Dal punto di vista della ragion pratica ha ragione Pio Baroja. Teologi, socialisti, anarchici, comunisti, salutisti e massoni hanno un bel costruire teorie etiche. In fatto, le norme comuni del vivere sociale rimangono le stesse per tutti e chi se ne diparte se ne pente.
Direi che l'evoluzione morale  cos lenta che appena ogni secolo vi porta qualche elemento nuovo e che ogni tentativo di sovvertirlo ci deve essere sospetto.
Basi dell'etica moderna sono il cristianesimo, la riforma, la controriforma, la rivoluzione francese, il socialismo. La risultanza di questa forza s'impone ai preti come ai massoni.
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Regionalismo, campanilismo, particolarismo. Epiteti giacobini in odio al principio naturale della concordanza degli uomini con l'ambiente loro. Che  l'unitarismo giacobino se non la sostituzione di un concetto "logico" ed una realt vivente?
La realt  la differenziazione ambientale. Pu ben darsi che per un processo evolutivo qualsiasi, le diversit ambientali scompaiano o si attenuino, ma questo avviene solo per gradi e non sempre.
Particolarmente nell'agricoltura, e nei rapporti dell'uomo con la terra, l'ambiente modifica tutto e domina tutto. Voler prescrivere norme uniformi  ignoranza e presunzione. (Vedi in H. Spencer, La Giustizia, il diritto dell'uomo al proprio ambiente).
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La logica non  mai un mezzo idoneo a raggiungere da sola la verit. Pu servire come l'immaginazione, ma in minor grado di questa a dirigere le ricerche sperimentali, ma non le pu mai sostituire.
Il vero valore della logica sta nella sua grande efficacia dimostrativa di una verit altrimenti raggiunta. Fra due persone che conoscono la stessa cosa ha una grande superiorit quella che la sappia ordinatamente esporre, Hanno ragione quei trattatelli scolastici che insegnano i procedimenti logici alla maniera aristotelica come parte integrante della rettorica.
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Altrettanto  sicuro il miglior ragionamento logico in quanto lo sieno le sue premesse. Ne consegue che le scienze sperimentali potendo accertare le premesse hanno poco bisogno della dialettica, mentre le discipline morali e politiche per le quali ogni premessa  soggetta a qualche riserva, se non  arbitraria del tutto, fanno un uso abbondante della dialettica, ma in tal modo che ognuno ragiona a modo suo per arrivare a conclusioni diverse. Ci si osserva particolarmente in politica.
Fortunatamente le cose hanno una loro logica particolare la quale si burla della nostra e delle nostre. Ma ci accorgiamo del concatenamento logico degli avvenimenti quando sono ormai compiuti.
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Non mi sembra sieno state sufficientemente avvertite certe affinit fra la pedagogia e la politica. La prima si fonda pi sulla psicologia individuale: la seconda sulla psicologia collettiva; ma vi sono analogie stupende fra l'anima dei fanciulli e quella delle masse. L'uomo politico, nel senso superiore della parola, non  che un educatore di popoli.
Persino nei procedimenti didattici c' somiglianza fra l'una e l'altra cosa. Il metodo intuitivo, buono pel docente, lo  del paro per il giornalista o il deputato. Il metodo dogmatico, o catechetico, serve di schiva fatica a ognun d'essi.
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Erra profondamente chi crede che la potenza della Chiesa cattolica, e d'ogni altra religione, consista nel prestigio dei suoi dogmi. La maggior parte dei credenti e praticanti si occupa assai poco dei dogmi e li conosce poco e male.
La forza delle religioni sta tutta nella loro esperienza dell'animo umano. La stessa elaborazione dei differenti dogmi, lunga e laboriosa, sembra essere determinata da cure particolari, secondo le condizioni dei tempi, per tenere raccolte le anime dei credenti e volgerle ad un fine.  disumano cercarne sempre un fine disonesto, antisociale: per lo pi l'intenzione era giustificabile, sovente buona e generosa, anche se chi agiva era un vescovo, un pontefice, un concilio.
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 facile comprendere perch gli uomini si ostinino tanto nei loro pregiudizi e preconcetti.

Poich le cose stanno in un eterno divenire, e la conoscenza delle stesse  relativa, e soggetta a infinite rettifiche, l'uomo deve o rinunziare a pensare o attaccarsi a quelle date nozioni che con fatica ha potuto trarre insieme. Difendere le sue idee ricevute come difende il suo capitale, per non doverlo rifare o starne senza.
Ma c' la grande categoria di coloro che sono interessati a che i preconcetti dei loro amici non cambino, perch avrebbero danno del cambiamento, e c' molti ancora che hanno bisogno che non cambino i preconcetti dei loro avversari, per non dover modificare, direi, il loro piano strategico.
Perci la maggior parte delle contese umane si basa sul falso.
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Non basta che la civilt apporti agli uomini delle ricchezze, degli agi, dei godimenti materiali e spirituali.
Essa dovrebbe poter dar loro, insieme con il maggior godimento della vita, una maggior tolleranza dei propri mali, un maggior amore pei suoi simili.
 quello che la nostra civilt occidentale non sa fare. Al contrario essa opera in senso opposto. Per un appetito che soddisfa ne suscita due. Educa alla insofferenza, all'esosit, al nervosismo.
Per lenire e sopprimere il dolore fisico ha ben trovato dei mezzi miracolosi di anestesia: ma pel dolore morale, cosa? Il morfinismo, forse?
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Hanno scoperto, nella Rhodesia, un nuovo cranio, o scheletro d'uomo primitivo, che dovrebbe risalire a 100 mila anni fa. Gi ricomincia, un po' pi circospetta di prima, la grande polemica sull'origine scimiana dell'umanit. Ebbene, supponiamo che questa venga perfettamente dimostrata. Che per ci? St. Agostino, S. Tomaso avevano gi revocato in dubbio se tutto ci che la Bibbiaa racconta sulla creazione sia da prendersi alla lettera. Leone XIII e Pio X hanno gi risposto che no. Solo la verit morale che le scritture contengono  rivelazione: il resto  trama del racconto. D'altra parte Mazzini ci insegna che la rivelazione di Dio  continua. Egli si manifesta ai popoli secondo il loro grado di sviluppo. Allora questa rivelazione pu ben essere cominciata dal pitecoide ed essere ancora aperta ed identificarsi con lo Spirito Santo...
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Santa Bottega fu definita la Chiesa cattolica, e ne ha tutte le apparenze. Va bene. Ma e coloro che vivono dello sfruttamento della nuova fede socialista insegnando dogmi a cui essi non credono, o credonvi fino a nuovo ordine? Ma e tutta la trib dei giornalisti, dei deputati e simili, che sfruttano un partito e sono secondo la convenienza nazionalisti, internazionalisti, protezionisti, liberisti o radicali, tutti cotestoro, dico, che fanno di diverso dei preti bottegai?
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Fu ieri di notte. Due automobili lanciate a grande velocit s'incontrarono. Si erano scorte entrambe a molta distanza: cercarono di evitarsi, ma per la falsa manovra d'una d'esse, andarono proprio ad investirsi sul margine di una piazza larghissima. Come fu?
Ambedue gli autisti dichiarano essere stati abbagliati dalla luce eccessiva dei fanali dell'altro.
Gi... la luce eccessiva che abbaglia e l'investimento. Credo non succeda solo alle automobili.
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Era Romeo Manzoni all'estremo delle sue sofferenze fisiche e morali. Sentiva la morte venire mentre la vita intellettuale ardeva in lui nella massima intensit. Un giorno mi disse, dopo aver aspirato molto ossigeno dall'apparecchio: Vedi, io filosofo e stoico dovrei metter fine a questa mia tragedia e saprei bene come fare! Perch non obbedisco al dettame della mia mente? Devo confessarlo: malgrado noi, c' in noi un fondo di cristianesimo.
La cristianit ci contorna e ci tiene. L'abbiamo succhiata nel latte, l'abbiamo aspirata nelle lettere, nell'arte, nella vita quotidiana. La nostra vittoria sar quella dei nostri pronipoti: intanto la serviamo, a nostro malgrado.
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Virgilio Rossel, se non erro, dice in uno dei suoi scritti parlando a nome degli scrittori d'ogni grado, uomini pubblici ed educatori. "Nous avons tous charge d'mes". Non si poteva dir meglio. Tutti coloro che sono letti ed ascoltati da altri che ci fanno caso, sono tutti in cura d'anime. I giornalisti pi di tutti dovrebbero sentire l'immensa responsabilit che pesa su di loro, per la loro opera effimera. Ma che dire di coloro che avendo un grande ingegno artistico o letterario possono con un libro, con un capitolo, con una frase, avvelenare l'anima di una generazione?
"Se il tuo occhio d scandalo al tuo prossimo strappalo!".

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Il concetto di religione nel senso etimologico della parola,  legame fra gli uomini.  la prima elementare affermazione di principio sociale del consorzio civile. Ecco ci che dell'idea religiosa deve essere conservato. L'epoca presente non parla agli uomini che di diritti; dopo l'affermazione dei diritti individuali venne quella dei diritti nazionali, poi dei diritti di classe. Di doveri chi parla? Di subordinazione del singolo al bene di tutti chi ragiona? Appena se si riconosca il dovere del servizio militare e quello anche pi popolare del pagare le imposte. Forte cemento per una societ!
Quanta sapienza pratica nell'esercizio della spontanea rinuncia ad un desiderio, come omaggio ad un ordine superiore, transumano! Peccato che sia clericale!... o meglio che cos si possa chiamare.
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La ragione dell'incapacit in cui si trovarono i socialisti durante la guerra, e dopo la guerra, di realizzare alcun serio risultato, malgrado le migliori congiunture, consiste tutta in ci, ch'essi da mezzo secolo non avevano fatto altro che negare ogni dovere, esautorando ogni valore morale. Crebbero cos una generazione di egoisti, di declamatori, di odiatori, incapaci di grandi sacrifici e di nobili sentimenti.
Hanno tanto convinto le masse che c' una sola questione, quella del ventre, che quando si tratt di farsi fare un buco nel ventre hanno voltato le terga a pochi fascisti.
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Forse il secreto del facile successo del fascismo consiste tutto nell'aver esso saputo riaffermare con estrema energia i valori morali, mettendo in prima linea la patria.  credibile che l'organismo sociale ne sentisse ormai un bisogno imperioso, cosi che del fascismo ha accettato tutto in blocco senza discutere, senza distinguere.
Una nazione che aveva avuto mezzo milione di morti doveva pur essere disposta a credere che non fossero proprio morti da minchioni, senza scopo o per uno scopo ignobile!...
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 umano che i poveri rimproverino ai ricchi la loro superbia; umano che i mediocri d'ingegno s'adontino della preponderanza dell'ingegno altrui.  odioso che i ricchi rinfaccino ai poveri la loro miseria. Ma perch dunque dovrebbe essere concesso ai ricchi d'ingegno di spregiare i mediocri per la loro mediocrit?
La bont e la rettitudine in chi  povero di beni d'intelletto, o d'istruzione, dovrebbe essere argomento di ammirazione per i filosofi.
Conosco una specie particolare di ignoranti.
Quelli che in luogo di una parola sono sempre pronti a trovarne due o tre, oltre a una dozzina di tropi e di traslati, per dire la stessa cosa, ma che della cosa stessa ignorano l'essenza e la qualit.
...
Ho letto negli ultimi tempi diversi scritti filosofici francesi intenti a dimostrare che la creazione, l'evoluzione, la vita organica, ecc., non hanno e non possono avere nessuna coscienza di s, nessuna finalit. Il semplice concetto di finalit mette in furore gli pseudo positivisti, cos che ingiuriano Socrate, Platone e perfino Bacone, trattandoli di pazzi e d'idioti.
Sarebbe interessante di sapere se fra i pitocchi non ci fu mai contesa per sapere se il cranio dell'uomo contiene soltanto materia od anche un'anima, e se quella materia sia cosciente di s, o sia del tutto incosciente.
SULLA DEMOCRAZIA
Il sistema democratico sembra inseparabile dal pericolo delle fazioni. Ci  risaputo. Ma sembra essere confermato dagli ultimi eventi che la fazione diventa potente e travolgente solo quando lo Stato  in discredito e i cittadini hanno maggior fiducia nella fazione che nel Governo. Cos  ora in Italia (fascismo), cos fu in Isvizzera al tempo dei Corpi franchi.  a questa condizione che a un partito riesce utilmente una rivoluzione. La rivoluzione  riescita solo quando la fazione trionfante ha ricostituito la fiducia nello Stato.
IL MIO STILE
Mi rimproverate l'asprezza delle mie polemiche, la durezza di certi miei giudizi, di molte mie parole.
Mi rimproverate certe mie tendenze alle vedute d'assieme, ai confronti, ai contrasti, all'analisi dei particolari sfocianti in temerarie generalizzazioni!...
Mi rinfacciate una certa smania di guardare in alto, che prendete per una tendenza al misticismo...
Tanto varrebbe rimproverare al Simano di essere alto, erto, aspro, duro, tagliente...
Tanto varrebbe rimproverare di essere largo, verde e ridente a quell'arco di terra verde popolato di villaggi antichi che va dal monte Erra alle cime di Gorda e digrada dolcemente al fiume del quale per romanticismo mi fu dato il nome.
Tanto varrebbe rimproverare al cielo di Blenio d'essere luminoso ed alla mia valle d'essere dedicata al Sole.
Io sono come sono. Da Corzoneso ad Aquila i nomi del mio paese hanno assonanze classiche. La pietra simanita  primitiva,  di una classe che nessun tagliapietra ha mai potuto levigare.
PARADOXA
I.
Il ne faut pas trop nous chagriner  cause de nos enfants. Riches ou pauvres, doctes ou indoctes, il n'en seront ni plus sages ni plus heureux... Et si l'humanit entire tait parvenue au bout de son essort, si la dcadence doit commencer, voil, ce sera comme quand le bl est mr; sa paille se sche, et cela est bien. (24 juillet 1915, aprs une anne de guerre).
II
La somma del dolore umano  irriducibile. Il cos detto progresso, diciamo meglio, la scienza e l'educazione, possono lenire le cause di sofferenza, attenuarle e fors'anche sopprimerle, ma quasi automaticamente ne sorgono altre al posto di quelle, come le malattie nuove in luogo delle antiche, e la sensibilit si acuisce a misura che si attutiscono gli stimoli dolorosi. Tutto conduce anzi a credere che col raffinarsi della vita la sofferenza sia sempre maggiore, come maggiore dev'essere nell'uomo civile che nella spugna, nell'invertebrato che nell'albero.
III
Le accuse collettive offendono tutti e non correggono alcuno. Ci si pu osservare ogni giorno nelle famiglie, nei negozi privati, nei rapporti internazionali.
La imputazione di barbarie fatta collettivamente alla Germania, anzi, a tutti i tedeschi, ha veramente scattivato i tedeschi. Ci  nell'ordine naturale.
Lo stesso si potr dire delle imputazioni collettive che i tedeschi muovono ad altrui.
IV
Le coeur a des raisons que la raison ne comprend pas, disse Pascal. E pazienza se finisse l. Ma come volete che la Ragione possa ammettere ci che non comprende? Essa si argomenta allora di trovare cretine ed idiote le ragioni del cuore, di metterle in ridicolo, di attribuirle a impostura, a menzogna, a vigliaccheria.
Le quali cose considerando potete ritenere che una persona intelligente e senza cuore finir sempre per stimare pi le canaglie che i buoni ed avere la bont stessa in gran dispetto.
V
Le donne sono come le frutta.
Le pi belle non sono mai le migliori.
VI
Quando la volpe dice di aver perduto i denti,  certo che briga il posto di custode del pollaio.
I fatti pi patenti nella storia dimostrano l'assoluta infondatezza del nazionalismo culturale per tutto quanto concerne le idee etiche dell'umanit coalizzata. Le fonti della nostra morale, anche a non risalire oltre il Decalogo, sono comuni a tutti i popoli d'oriente e d'occidente, artici ed antartici. In realt il Decalogo sembra essere alla sua volta una sintesi dei concetti etici di religioni e filosofie anteriori, ci che (lungi dall'infirmarla) conferma e aggrava la sua autorit.
Se ora si considera che la Bibbia, e Socrate e Platone, e Aristotile con Pitagora e Archimede, e i padri della Chiesa, e i Riformatori e gli Umanisti hanno professato sentimenti comuni, espressi in tutte le lingue dell'universo; se si pensa che anche l'estetica, anche l'arte, anche la letteratura si sono espresse nel medesimo latino fino quasi al principio del secolo scorso; se non si dimentica che la stessa rivoluzione religiosa, detta la Riforma, e la stessa Rivoluzione francese, cos recente, hanno inspirato pressapoco le medesime istituzioni politiche all'Europa, agli Stati Uniti, all'Argentina, all'Australia ed all'Africa meridionale; se queste verit elementari non si rinnegano per partito preso, diventa irragionevole il parlare di opposizione fra la coltura dei piemontesi, dei francesi, dei renani e degli inglesi.
29 dic. 1928.
 PARTE QUATTORDICESIMA
 Poesia
 Vocazione(167) e(168)
(all'amico G. A.)
Allor che vinta sulle sudate carte
Piego la fronte e assalemi in tra i pensier de l'arte
Lo sgomento del naufrago perso sul vasto mare
E parmi il mio pugnare - vano conato, allor
Vola il mio spirto e adagiasi nelle memorie prime
Quando Lugano accolsemi fanciullo, ed alle opime
Sponde la 've sorridono le fate incantatrici
E il lago e le pendici - veston d'eterni fior.
E te rivedo o placido antico, te che il cuore
Apristi al condiscepolo ch'iva cercando amore
Solo fra tanti estranei, qual pellegrin la via,
E la tua madre pia - e il tuo gradito ostel.
Quelli eran giorni! Unanimi, un reggimento intiero
D'alunni savi e discoli, con ardimento fiero
Noi uscivamo impavidi incontro all'avvenire
Colle pi ingenue mire - nel vergin cervel.
E sognavam dovizie, onor, potenza, affetti;
Primo pensier la patria; l'arte, la scienza, retti
Della virtude i tramiti, e l lontan lontano
Sull'orizzonte umano - una vision d'amor.
Il reggimento impubere ha fatto strada. Quanti
Baciato han gi la polvere gridando: Avanti, avanti!
Quanti feriti, ahi miseri! quanti vigliacchi han volto!
Quanti gli allori han colto - del bellico sudor!
Non io fra quelli. Un impeto sentii nell'arso petto
Fin dai prim'anni, un fremito per entro l'intelletto
Condurmi alle battaglie, ma per diverso calle;
Sdegnai la bassa valle, - e volsi al monte i pi.
Dure cotenne e gelidi venti han le bianche cime.
Ignora il vulgo stolido la volutt sublime
Dell'alte solitudini e dei muti perigli;
Di volpi e di conigli - l pascolo non .
Ed anelando ai vertici bianchi, agli azzurri cieli
Travaglio il fianco giovane ne l'aspra pugna. I steli
Dispaion delle primule, mentre l'armeria appare,
Vede l'immenso mare, - ma non la cima ancor.
E disperando vincere la temeraria impresa
Rist talor, m'accascio, la vista in gi protesa
E rivedo le floride aiuole ed i vigneti
Ed i simposii lieti - e il trionfante amor.
Oh! voi felici, giovani, con me alla pugna usciti!
Le vostre tempie il lauro cinge; pei vostri liti
Una canzon di gioia risuona, il nappo intorno
Vi rasserena il giorno, - che nell'amor s'apr.
Ahi! ma per questo lauro colto da facil pianta,
Voi rinnegaste, o giovani, quell'ambizione santa...
Primo pensier la patria, l'arte, la scienza, il vero...
E il labbro lusinghiero - voti a l'errore offr!
Pi non son stanco. Impavido, torno a pugnar col monte
I ghiacci han dure cotiche, ma han sereno il fronte!
Sotto il pi audace suonano percosse le morene,
Ne le rarse vene, - mi freme alto un desir.
Lass non sono placide aiuole e mirti e fiori,
Lass a fiaccare gli animi non sono i molli amori,
Lass voglio configgere questo vessillo mio
In fra la terra e Dio, - "e stanco ivi perir".
 Vespero
(ode barbara)
Tintinnan con dolci rintocchi de l'avide muche
Le campanelle da la nota argentea.
Con strani solfeggi di voce le brune villane
Chiaman le muche nelle stalle tepide.
Il sole di giugno su l'alta montagna declina
Pallido inerte fra i vaganti cumuli;
Di fresco caduta la neve sui monti disegna
Dei vegetanti l'alto estremo limite.
Il rezzo le nevi han portato. Di fuor colle forche
Mal secco il fien, dei prati a mucchi adunano:
Risuonan da lunge percosse da l'aspro martello
Le molli tempre delle falci lucide,
Ed ecco la vita agitarsi per tutta la valle
Feconda a questa umana schiatta e fervere.
Io nel verde adagiato de' muschi com'agile biscia
A l'ombra dei castani alti e dei frassini
Sto bocconi col bianco libretto davanti e fo versi
Che vo tracciando lento sulle pagine.
Olezzanti d'attorno sui muschi le spighe pendenti
E bianche d'un'ignota graminacea;
Leni rombar pi oltre i boschetti di corili nani
E d'olmi e sorbi e d'olezzanti frutici.
E domando argomento di carmi alla bella natura,
Fiorente Musa il paesaggio invoco.
Queta l'aura. Varcato gi il sole a le spalle del monte,
Ed ecco i nimbi in ciel velare i cumuli.
Come dolce la sera! I fringuelli ed i tordi invisibili
In coro piangon la morente luce!...
Ed io chiedo pur sempre pensieri a la bella natura,
La Musa invoco da la verde chioma.
Pieno  il bosco di versi che attendon la man del poeta
Per inchiodarli sulla carta pallida;
Ahim, vate io non son! Misteriosi gli alati pensieri
La ridda fanno ed in cadenza cantano
A me intorno: ma sordo l'orecchio pur non li comprende:
Le Grazie a me non son propizie. Io medito.
Settembre 1887.
(Da: "Fiori alpini").
 Bolle di sapone
Nella soffitta povera, irraggiata
Dal sol di maggio, galleggiante fuori
Da un rosso mar di tegole, acciecata
Da un baleno di luce e di colori
Siede la bella filatrice stanca.
Al filatoio abbandon la rocca;
Come mughetto la sua guancia  bianca,
 d'oro il crin, garofano la bocca.
Ha impallidito. Un brivido le corse
Le fibre delicate; ecco un sospiro
Incosciente dall'imo animo sorse;
Seguono gli occhi qualche arcan desiro;
Un desiderio strano, inavvertito...
E fissa il guardo verso il ciel lontano
E le sembra aleggiar nell'infinito,
Sente un soffio alitar di transumano.
Bianche greggi le nuvole passanti
Velan l'azzurro dell'eternit.
Passan le nubi effimere, cangianti:
L'eterno azzurro senza fine sta.
Sotto la finestrella, ad un balcone
Un ragazzino nel bicchier intinge
Una cannuccia, e in bolle di sapone
Paziente, un fiato e un'anima costringe.
Ad ogni bolla che il ragazzo esprime
Di fratellini lieto applaude un riso
E l'anima infantil brilla, sublime
Come un riflesso del Divin sorriso.
Passa la folla nella via fangosa,
Passa incessante, ansiosa, affaccendata;
Grida il ragazzo che una prodigiosa
Bolla, leggera, all'aura ha licenziata.
Sale la bolla in un ondeggiamento
D'amore e di pudor cercando il Sole
E a la vergin gentil, nel rapimento,
Appar la vaga iridescente mole...
Appare e al bacio dell'amante scoppia:
Corre a la bella entr'ogni vena un gel;
Il ragazzino il suo lavor raddoppia;
La filatrice pi non guarda il ciel.
Aprile 1891.
(Da: "Fiori alpini").
 Alpenglhen
(Luce zodiacale)
Redimito dalle gelide
Nebbie assorga all'orizzonte
Radante e mite il Sol;
Torni ai paschi opimi il gregge
Il pastore alla sua fonte
Ed al bosco il rusignuol;
Tornin l'albe onde incoronasi
Alta in mezzo a un mar di cime
De' ghiacciai la maest
E il camoscio ai greppi arei
A sfoggiar, re del sublime,
La sua gaia agilit.
Il meriggio ancor d'effluvii
Rieda un alito alle erbette
Odorose ad insidiar,
E a ruggir tremendo il turbine
Mentre guizzan le saette
Le montagne a flagellar.
Ma se ansioso torna l'esule
Al tripudio de suoi monti,
Altro chiede il cuore anel.
Egli vuol la luce gemmea
Via diffusa dai tramonti
Per gli spazi ampi del ciel.
Egli vuole il Sole che adagiasi
Fra le porpore e le rose
Quando stanco muore il d
E il mortal che tanto affannasi
Il pensier volge alle cose
Che non muoiono cos.
Vuole il Sol che ai campi eterei
Manda un raggio ed un saluto
Manda un lungo bacio ancor...
E quei baci al mondo svelano
Il mister dell'Assoluto
Il divino Eterno Amor.
(Da: "Fiori alpini").
 Miraggio
Deh! non diserta il fervido
Cuor che t'accolse nella verde et,
Deh! non sfuggirmi o splendida
Vision suprema d'idalit.
Non senza causa l'arabo
Silente, anelo pel deserto pian
Vede di palme un'asi
E d'ombre fresche un vagheggiar lontan
Non  lusinga. Al termine
De l'orizzonte, de l'Atlante ai pi
La carovana giungere
Spettan le donne con sicura f;
Spettan ridenti i parvoli,
Le mense, l'are ed i promessi amor...
L'asi  questa. O reduce,
Dolce lusinga resse il tuo vigor.
Su l'arse arene giacquero
Taluni.  fato. Forse anch'io cadr.
Ma finch all'uman genere
Un'asi rida, la benedir.
Deh! non deserta il fervido
Cuor che t'accolse nella verde et.
Deh! non sfuggirmi o splendida
Vision d'amore e d'idealit.
Gennaio 1892.
(Da: "Fiori alpini").
 Alla mia bambina
No, poeta non son perch nel verso
Martellinando una sottile idea
Ne traggo un suono armonoso e terso
Che molce i sensi e l'anima ricrea.
No, questo affaticar lungo e diverso
La nostr'alma non  che sente e crea;
 un penoso evocar l'eco disperso
In noi, di morta erudizion febea.
Ma pota sei tu, cara bambina,
Che ai poggi, al cielo, alla campagna stendi
Chiamante e lieta l'infantil manina.
Sorridi amica ad ogni cosa bella
E par che grata a te che la comprendi
Ti risponda dal ciel la rondinella.
Maggio 1892.
(Da: "Fiori alpini").
 Lago di Neuchtel
Largo si stende a l'orizzonte (e pare
Che un vel di nebbia lo ricopra) il lago;
Col grigio cielo si confonde e un mare
sembra. Riflette l'ammorzata imago
D'incerte sponde e come cose arcane
Lumeggian l'alpi tra i vapor, lontane.
Grigio cielo del Giura ove ti vidi
Gi pria d'ora? Fu un sogno? Od  un ricordo
Di vissuta vision che ai dolci lidi
Paterni un velo impose ed un accordo
Cerc fra il ciel troppo sereno e il triste
Fato? Brume giuresi unque vi ho viste!...
Marzo 1902.
(inedita)
 Impressioni di viaggio
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
Dai colli di Turingia irti di abeti
Mi salutan passante i bei castelli.
"Sarien degni di Lei" penso. Dai lieti
Campi della Bavaria agili e snelli
Da l'ombra de' foltissimi querceti
Balzanmi incontro i campanili. In quelli
Ignoti luoghi, pago d'un'aiuola
Vorrei vivere teco e per te sola.
27 aprile 1907
(inedita)
 Per un album
Quand'eri piccina piccina
Veniva alla tua bianca casetta
Lo zio gi vecchio gi vecchio
(Cos ti pareva), o bambina.
Sedeva vicino a mammetta,
Prendevati sopra i ginocchi
E tu ch'eri mesta e soletta
Ridevi col pianto negli occhi.
Ridevi d'un dolce sorriso,
Tacevi, tacevi e guardavi
Con gli occhi soavi soavi,
Que' baffi gi bianchi in quel viso.
Mammetta diceva:  da meno
Gi prima d'avere vissuto;
Gi quando l'avevo nel seno
Pat del mio sogno perduto;
Soffr del materno soffrire,
Succhi col mio latte ogni pena;
Mai vide la gioia serena
Sul labbro materno fiorire!...
Fanciulla, quel tempo  lontano;
Adesso t'arride la vita.
Ma sai? la mia vita  finita.
Che farci? Ci  giusto ed umano!
Sul volto solcato del vecchio
Svanisce qual fiato da specchio
Il riso del tempo vissuto,
La luce d'un sogno perduto.
Berna 1930.
(inedita)
 Per finire
Cenando al "Grand Htel"
Dieci avventori: quattro camerieri.
Gli avventori si chiaman forestieri:
I camerieri paion sacerdoti:
I forestieri paiono i devoti.
Stanno in comune celebrando un rito
Lugubre, lento, contro l'appetito
La morte, un morbo od un altro malanno.
Un'atmosfera di temuto danno
Un silenzio d'angoscia par che domini
Come un fato su dame e gentiluomini.
Io sogno le mondelle e il vino amico
Sotto la cappa del camino antico!
Leponzio Simanita
(Inedita.)
(Uno degli pseudonimi di Brenno Bertoni).
 PARTE QUINDICESIMA
 Epistole ai "giovani giovanissimi"(169)
 I.
Sono lieto di cominciare la serie di queste epistole, da gran tempo pensate e meditate, sotto gli auspici del poeta Francesco Chiesa, rettore del Liceo, il quale pochi giorni or sono dirigeva un ammonimento alla sua scolaresca per l'apertura dell'anno scolastico.
Ammonimento nuovo e salutare che  un segno dei tempi. "Ci fu un periodo una diecina di anni fa, che rendeva l'immagine di un rasserenamento stabile e profondo del cielo sopra la terra. Si pensava: ora la guerra  ben finita: ora la forza del sole ha dissipato gli ultimi nuvoloni della gran tempesta ed il mondo ha rimarginato le sue ferite"... "poi rapidamente la visione svan. Il cielo si  rifatto oscuro; e la poca luce che filtra dalle nubi ci lascia scorgere una terra null'affatto simile ad un panorama dell'et dell'oro, e vie interrotte d'antichi e nuovi ostacoli, e barriere pi che mai alte fra genti e genti, e meno sicuro per tutti il domani, e pi difficile per tutti l'oggi".
Una diecina di anni fa il pessimista ero io, che gi dalle prime notizie sulla pace di Versaglia presagivo un sinistro avvenire per l'Europa balcanizzata, presa fra la minaccia russa e la protezione anche pi pericolosa dell'esotismo americano. Ma forse avevo torto io, praticamente, anche se gli avvenimenti dovessero poscia darmi ragione. Praticamente era forse meglio reggere nella giovent l'ottimismo, perch l'ottimismo  speranza e la speranza  l'ultima dea, ma pur sempre dea.
Forse quegli che allora si manifestava ottimista, nella sua qualit di poeta dissimulava la sua interna inquietudine pensando, con Virgilio, che l'aspetto delle cose pu cambiare dall'uno all'altro istante e che il tempo pu sempre ricondurre le cose al meglio. Ci non impedisce che oggi, in tutto il mondo, sorgano accenti di protesta della giovent d'allora la quale si accorge d'essere stata ingannata. Ci non impedisce che oggi i giovanissimi, i "meno di trent'anni" cerchino di imporre ai meno giovani un diverso concetto della vita e pubblica e privata.
La giovent che apr gli occhi della mente allo scoppiare della guerra, o durante gli anni tumultuosi della pace fino alla bonaccia di Locarno, pu ben dire di essere stata onninamente ingannata. Ingannata sulle cause della guerra dall'una e dall'altra fronte. Ingannata sugli scopi della guerra, ingannata sugli obbiettivi della pace e sulle sue possibilit, ingannata persino sul valore morale della vittoria.
L'inganno universale fu uno solo. Bisognava fare la guerra perch fosse l'ultima guerra; bisognava resistere disperatamente, bisognava vincere a tutti i costi perch fosse l'ultima guerra. L'inganno particolare all'Intesa fu che la pace era il trionfo della civilt sulla barbarie, della democrazia sul despotismo, del diritto sulla iniquit, della generosit sulla mala fede. L'inganno particolare ai Centrali fu ch'essi non furono vinti ma traditi.
Durante la guerra era non solo necessario ma doveroso nutricare lo spirito di resistenza. Se non doveroso era largamente umano. Dopo l'armistizio invece, l'eccitazione degli animi con gli alcaloidi spirituali diventava delittuosa. Si comprende l'acquavite prodigata a inebriare i soldati che dovevano lanciarsi fuori dalle trincee; non si pu perdonare l'ubriacatura delle folle a mezzo delle eroine e degli stupefacenti letterari.
Narra Saverio Nitti come in Inghilterra cadessero le elezioni fra l'armistizio e la firma dei trattati. Al primo ministro occorreva una grande maggioranza. Egli promise al popolo inglese le pi fantastiche soddisfazioni (fare impiccare il Kaiser nella torre di Londra) e le pi fantastiche delle indennit (far pagare dai tedeschi una larga pensione per i caduti, per tutti i feriti, per tutti i combattenti, le loro vedove e i loro figli). Applausi strepitosi! Votazioni plebiscitarie! Ma ci credeva, lui?
In fatto di riparazioni i Francesi non potevano essere posposti agli Inglesi; i Belgi neppure. Ne uscirono tali pretese di riparazioni le cui cifre sorpassavano la ricchezza imponibile, ricchezza mobile e immobile di tutta la Germania dell'anteguerra ed anche tutta la ricchezza imponibile della Francia e del Belgio messe insieme. Ad aiutare la Germania a pagare queste somme favolose le si tolsero tutte le colonie, tutto il naviglio e la pi gran parte del materiale ferroviario; le si chiusero tutti gli sbocchi di esportazione verso i paesi slavi. Rimase aperta ai tedeschi una sola via di scampo: la Rivincita! Tutto ci che c'era da pigliare se lo pigli la Gran Bretagna: alla Francia si lasci la gloria: all'Italia neppure quella!
La pace doveva essere un perenne monumento di Giustizia.
Tale il preambolo del patto della S. d. N., ma con cento sottintesi.
Bisognava anzitutto punire la Russia che aveva tradito. Oggi si sa che fra i combattenti russi (Europei ed Asiatici) non il cinque per cento sapeva perch si combattesse, n contro chi n con chi. Nondimeno bisognava punire il popolo russo per tutte le generazioni presenti, future e futuribili!
Bisognava anzitutto togliergli tutti gli accessi al mare. Ucrania e Georgia dovevano sbarrargli il Mar Nero, Lituania, Lettonia, Curlandia e Finlandia ecc. dovevano bloccargli il mar Baltico. Solo porto aperto quello del Pacifico, Wladiwostok, in bocca al lupo giapponese. Oltre cento milioni di Russi posti fra i ghiacci, il bolscevismo, la schiavit e la morte ! Cose da manicomio o da mercanti di petrolio ! Quei mercanti di petrolio che d'allora in poi si contesero l'impero del mondo compresa l'Abissinia, la Bolivia e il Paraguay.
Per punire la Germania si regalarono quattro milioni di tedeschi alla Polonia oltre a cinque milioni di Ucraini cos che ne risult una Polonia enorme come territorio, paralitica come volont. Per premiare la Serbia la si ingrand e la si gonfi come la rana di Esopo.
In questo bailamme la giovent ingenua ed entusiasta fu ridotta a credere che la Societ delle Nazioni avrebbe garantito la pace perpetua nonch universale; la classe operaia si convinse della accertata inutilit delle spese militari, col cui importo era ormai facile creare, sui due piedi, le assicurazioni integrali contro le malattie, i sinistri, la vecchiaia, la disoccupazione e la morte.
Ora si tratta di svegliare il mondo da questo incanto, da questa visione come disse il Poeta.
 II.
Anche nel tumulto di queste giornate elettorali, cariche di invettive e di eccitamenti, "come la rena quando il turbo spira"; anche nell'ansia di queste settimane di guerra guerreggiata ma non dichiarata, di queste sanzioni internazionali dichiarate ma non effettuate; anche in questo incrudimento di odi vecchi e nuovi e in questo dilagare di frasi fatte, logore come i talleri di Maria Teresa, ma pur sempre buoni finch ci siano dei mercati che li accettano; pu essere opportuno, o giovani, ripigliar fiato pensando a ci ch' avvenuto prima o pu capitare poi, sognando ci che voi potrete fare.
Ci ch' avvenuto, l'ho detto e lo ripeto,  l'avvelenamento degli spiriti e delle coscienze mediante l'uso clinico e l'abuso mercantesco dei cento alcaloidi spirituali che forse la scienza ha inventato ma che solo la politica ha messo in commercio.
Stupefacenti ed eroine atti ad addormentare l'umano dolore, ma che tosto si volgono all'ubriacatura della coscienza e poscia, per reazione, alla eccitabilit dei sensi offesi ed alle erotomanie. Quelle erotomanie letterarie soprattutto che volgono l'amore in mania, fino alla cecit dell'amor patrio, fino alla sovversione dell'amor del prossimo in una sociale criminalit.
Ebbene sar vostro compito, o giovani, di reagire contro queste forme di follia collettiva, oppure voi assisterete alla rivincita del mondo asiatico, alla rivolta del mondo africano, all'apologia della barbarie ed al profetato tramonto di quella civilt umanistica occidentale che, dalle crociate in poi, ha raccolto i frammenti di tutte le anteriori civilt mediterranee, l'ebraica, l'ellenica, la latina e la cristiana; li ha coordinati, li ha rifusi, li ha arricchiti dell'apporto iberico-moresco, della mirabile sintesi compiutasi sul dolce suolo di Francia con la fusione spirituale della gente celtica, latina, bretone, franca, borgunda e normanna; ha irrobustito questa civilt nuova coi conferimenti plurisecolari della severa Inghilterra, della volitiva Germania, della stirpe ungarica e della boema e con tutti questi elementi ha costituito quell'Europa che dall'Alighieri fino ai riformatori, ai gesuiti, agli illuministi, agli enciclopedisti, ai mazziniani, ha onorato un Dio solo, ed ha filosofato in una sola lingua, il latino, quale voce della religione e della cultura.
Uno scrittore italiano del tempo della guerra ha paragonato un tale individuo al leggendario diluvio biblico. Un umorista tedesco, pure del tempo della guerra, ha raffigurato un deserto: nel mezzo del deserto una palma: appiedi della palma due uomini, gli ultimi, accanto alle loro spade con le quali si sono reciprocamente trafitti: sulla palma due scimmie, tristi e pensose, che dicono: e adesso si tratta di ricominciare!
Effetto degli alcaloidi anche questa fantasia?
Sar! Ma a voi giovani tocca la magnifica impresa della guerra di distruzione contro gli alcaloidi della mente!
 III.
Mi ero proposto, o giovani, di lasciar fuori da questa mia serie gli argomenti di tutta fresca attualit, gli episodi che chiamano l'attenzione dall'oggi al domani, per attenermi a ci che ha carattere costante; ma mi accorgo che la vita ha le sue esigenze e che viviamo appunto un periodo di ritmo precipitato. S, gli avvenimenti precipitano, e noi possiamo metter da parte il metodo accademico per seguire quello socratico. La lezione di cose mentre le cose incalzano.
Oggi  la guerra d'Africa che incalza. Guerra singolare, cominciata senza dichiarazione e che in poche settimane ha gi occupato buona parte del territorio supposto nemico senza incontrare grandi resistenze. Invasione accolta e quasi salutata come liberazione se  lecito credere ai comunicati ufficiali, ma che fu non di meno dichiarata aggressiva da un'autorit alquanto discreditata ma pur sempre legittima comech convenzionalmente accettata.
L'avvenimento  scoppiato come fulmine a ciel sereno fra le nazioni che non se l'aspettavano e che ancora sembrano dubitarne. Fatto nuovo nella storia del mondo, del quale n G. B. Vico n Montesquieu non avrebbero creduto alla possibilit futura.
Per un momento la guerra parve l l per scoppiare fra l'Italia e l'Inghilterra, ci che ha potuto impressionare gli amici dell'Italia. Che dico impressionare? Era cosa da spaventare il mondo intiero. Oggi, dopo poche settimane, lo spavento sembra scemato, senza che alcuno possa essere rassicurato per due motivi; primo; perch in Inghilterra sono in corso le elezioni ed i capi politici possono essere indotti (come accadde altre volte) a prendere impegni pazzeschi; secondo perch il Regno Unito d'Inghilterra  anche metropoli di un Impero britannico, il quale si estende alle cinque parti del mondo, ed il suo corpo elettorale, dall'uomo della strada fino all'accademico, pu aver preso alla lettera quella metafora altisonante che  l'universalit dell'impero romano.
Anche in Italia la commozione fu grande, perch il governo si trov a dover mobilitare non solo l'esercito ma la coscienza nazionale che, ad onor del vero, reag come se l'Italia alla sua volta si sentisse aggredita dall'Inghilterra e da tutte le nazioni chiamate ad applicare le sanzioni. Febbre a 40 gradi di una nazione preparata gi da un decennio a vivere pericolosamente! Di questa reazione italiana fa parte (dal nostro punto di vista) anche la reazione inversa di fuorusciti venuta a complicare la questione aggravandola dell'esplosivo rettorico del tradimento...
In questo quadro scenico si svolge a Berna ed a Ginevra l'azione diplomatica di Giuseppe Motta, criticata con eccessiva precipitazione da chi non  in condizioni da poter giudicarne n la difficolt n le conseguenze. La critica  tosto smorzata dal crescente successo ottenuto dalla Svizzera a Ginevra contro due correnti avverse e cozzanti.
Il signor Motta conosce gli ambienti ed i metodi della Societ delle Nazioni, la quale non  una Chiesa di Santi, n quella bolgia infernale che vorrebbe far credere la propaganda radiofonica italiana. L'Abissinia, ad opera dell'Italia stessa, od anche a suo malgrado,  membro della Lega, e la Lega per poco che valga  meglio che niente, soprattutto per i piccoli Stati come il nostro. Motta non ignora i difetti dell'istituzione. Secondo le sue stesse parole, i di lei principi "non sono la predica della montagna" ma proprio in questi frangenti possono essere una Provvidenza.
Intanto si  guadagnato tempo. Intanto la Provvidenza ha assistito ad un'avanzata degli Italiani che nessuno avrebbe supposto fortunata. Intanto le sottomissioni di molti ras (principi dell'Impero nei sistema feudale)  venuta ad infirmare la finzione giuridica della unit dell'Impero ed a fornire la prova provata della sua politica inconsistenza; intanto sono gi occupati vasti territori che in una futura pace, che avvenisse per intervento di terzi, ben difficilmente potranno essere negati all'Italia.
E intanto si afflosciano anche le sanzioni come risulta dalle ultime comunicazioni (fino all'11 novembre) per accordo della stessa Commissione dirigente!
Intanto si svolgono le elezioni inglesi e gi sorgono nella stessa Inghilterra autorevoli voci a raccomandare una maggior comprensione della causa italiana in Africa.
Riferisco dal Journal de Genve di marted 12 corr. sotto la rubrica A proposito del 17 anniversario dell'armistizio, quanto segue:
"Evocando luned mattina il ricordo dell'armistizio e delle sue attinenze con le cose attuali il "Times" scrive:
"Questo giorno di pace deve rendere pi intenso il compianto che l'Italia abbia preferito la via della guerra. Se una maggioranza del suo popolo  pel momento incapace di pensare in altro modo che quello che il suo dittatore le insegna, ci non pu togliere che in Roma e fuori di Roma una lite della popolazione possa considerare la posizione attuale con grave inquietudine.
Si sa che la Gran Bretagna, con gli altri membri della S. d. N.,  disposta a riconoscere le giuste rivendicazioni dell'Italia e che queste rivendicazioni avrebbero potuto essere soddisfatte senza ricorrere alla violenza... Giova sperare che degli Italiani chiaroveggenti usino la loro influenza sul loro capo. La risposta potrebbe essere pi rapida che loro non pensano...".
Dalle quali parole  lecito dedurre che l'opinione britannica non contesta in principio il diritto dell'Italia ad espandersi. Cos non parla un vero nemico!
Intanto d'altra parte la stampa italiana  diventata benevola verso la Svizzera e verso la sua politica ginevrina.
 IV.
O giovanissimi! Voi cui la passione e la pratica dei diporti atletici (sports) ha insegnato la virt della temperanza, quali ubriacature avrebbero funestato la vostra adolescenza quando negli anni ancor vicini infieriva la guerra degli angeli e dei demoni!
Non quella cantata da Milton nel Paradiso Perduto, ma quella che nessun poeta canter mai perch manc d'ogni bellezza, la guerra del quattordici al diciotto, combattuta con le mitragliatrici, coi tanks, coi velivoli e colle sacrosante bugie a getto continuo
Tutto fu bugia in quella guerra ! Bugie sulle sue origini, bugie sulle sue cause e sulle responsabilit di chi vi ebbe parte. Ma poich l'anima umana ha pure, come il corpo, le sue cellule fagociti che la difendono contro le infezioni, si fece largo ricorso agli alcaloidi velenosi che distruggono ogni forza di resistenza con un'ebbrezza simile a quella della cocaina.
Nelle allucinazioni di quelle ebbrezze gli uomini apparvero sotto le forme traslative di angeli bianchi e di diavoli neri. Da Berlino, dove da anni, e da generazioni, l'avvelenamento era preparato, apparvero diavoli i francesi, gli inglesi, gli italiani ed alla fine pi che altri gli americani. La folla e le scuole ne furono eccitate fino al delirio. A Parigi, a Londra ed a Roma erano diavoli neri, colla coda e le corna, i tedeschi, i bulgari, i turchi. Un professore francese, dopo aver dimostrato la inguaribile stupidit dei tedeschi, le cui invenzioni nel campo scientifico e le cui elucubrazioni filosofiche non furono mai altro che plagi, evocava il ricordo lontano della civilt ellenico-micenico-cretese di quattromila anni or sono, civilt distrutta dai dorii: "et bien", concludeva: "qu'est ce que c'tait que les doriens? C'taient des boches!".
La Francia e l'Italia erano le sorelle latine. Neppure era noverata fra le sorelle la Spagna, che ignobilmente si teneva neutra; per contro era sorella adottiva la nobile Inghilterra, madre della democrazia!
Quanti anni sono passati da quei delirii? Adesso son barbari gli inglesi e fra poco vedremo come lo siano poco meno i francesi (se seguono la voce dell'alverniese Laval!) Barbara tutta l'Europa! Ed avr ragione quello scrittore italiano dal nome croato che scrisse il volume L'Italia contro l'Europa.
La demenza dell'occidente aveva gi accennato i suoi caratteri specifici fin dalla met dell'ottocento, col razzismo etnografico. La Germania, dopo aver pensato e scritto in latino per quattro secoli si accorse di essere ariana (bisognerebbe dire rica per evitare un'omonimia), ed essere rica ogni civilt d'occidente, portata in Europa dai "nobili aria padri" dei quali i tedeschi sono i nobili discendenti, i soli non imbastarditi dal sangue semita, etrusco o fenicio...
D'anno in anno il delirio etnico si accese. Si torn per via scientifica alla eresia di Mans, a quel manicheismo che sostenne la doppia natura dell'anima umana, dipendente dai due principi del bene e del male (come nella religione persiana da Ormuz ed Ahrimane). Oggi un giovane germanico, rispettivamente un giovane latino crede se stesso, crede la sua nazione, ispirata dal Signore ed ogni altra dal diavolo, e quel dolce Signore gli comanda d'ammazzare i nemici della sua stirpe.
Il dualismo manicheo ebbe un fiero nemico in Sant'Antonio da Milano che ricondusse il suo vasto dominio alla unit religiosa di fronte all'ariano Teodorico da Verona, re dei goti. Oggi ci si pu domandare se non  ancora dalla chiesa romana che si pu aspettare una energica affermazione della cattolicit che vuol dire l'universalit spirituale. Quando si vede a quale insania arriva il razzismo tedesco col suo cristianesimo tedesco, non si pu reprimere un moto di simpatia per i valorosi che lo respingono come un blasfema!
Angeli o demoni, ordunque, i latini e i germani, con la similitudine degli angoli opposti al vertice. Cosa saranno dunque gli slavi? Il loro nome viene dagli schiavi fatti prigionieri dall'impero romano, ma la loro stirpe come sar definita? Stando solo alla Russia europea le carte ci avvicinano i russi propriamente detti, i finlandesi e i lapponi, etnicamente parenti dei turchi, gli ucraini (che pretendono essere una razza a s), ed i georgiani caucasici. Le carte antiche accusano gli sciti, i sarmati, gli vari e gli unni.
L'unit politica li unisce o li divide maggiormente? Parrebbe che debba unirli; ma allora la cultura o piuttosto le culture avrebbero per effetto di inimicarli, ci che non riesce ad onore della cultura stessa. La santa ignoranza sarebbe la salute invocabile per la santa Russia.
Forse per effetto di queste incertezze, nella guerra passata i russi furono angeli bianchi fino a che fu rotto il loro fronte, e poi diventarono subitamente diavoli neri.
Almeno a Lugano i giornali hanno insegnato cos!
Degli anglosassoni  difficile identificare la stirpe. Per i romani erano bretoni, caledoni ed angli; nel Medioevo vi si superposero i normanni, poi i sassoni: tutto ci nei tempi storici! Ma poi tutti gli inglesi ancora al giorno d'oggi invocano la storia per dire che la Hibernia (Irlanda) appartiene ad un'altra razza inferiore e sostengono da secoli che gli irlandesi sono "incapaci di governarsi da s".
Un anno prima della guerra (1913) Lord Millner (recensito da Pasquale Villari), scriveva un libro: La Nazione e la Guerra dov'era dimostrata la necessit sociale dell'impero britannico perch nel mondo c'erano da trecento a quattrocento milioni di genti "incapaci di governarsi".
Qualche decennio prima un altro inglese (fattosi tedesco per la circostanza), un Chamberleen, dimostr ai suoi cugini di Prussia che tutti i grandi italiani erano di stirpe tedesca. Dante ha dovuto essere tedesco perch tale suona il suo cognome (Allinghier o qualcosa di simile). Leonhard  un nome tedeschissimo anche se chi lo porta  nato a Vinci. A. Manzoni era evidentemente un longobardo e lo stesso Sant'Ambrogio era nato ad Aquisgrana com'egli stesso riconosce.
Ridicolaggini? S, se ci dipendesse dal buon senso. No, se ci appartiene alla Scuola dell'odio di razza, cos caro a coloro che si scandalizzano per l'odio di classe professato dai marxisti!...
Ridicolaggini? S, se non ci fosse sempre chi crede a queste cose. Uno studente rumeno mi spiegava una volta che non Roma ha dato il suo nome alla Rumenia, ma viceversa furono i rumeni a fondar Roma. Enea era seguito da soldati dacii i quali diedero il nome di Roma, col significato di fortezza alla citt che costrussero per ordine del loro duce. Cos il Trilussa si trova essere dacio o forse gepido perch transteverino!
Infinito  il talento degli artisti, dei filologi, degli storiografi nel trovare simili erudizioni che poi i poeti stilizzano ad uso di quella virt civica che  l'odio nazionale.
Oh! Paolo di Tarso, come avevi ragione di insegnare agli apostoli viaggianti che "Dio ha tratto da un sol uomo tutto il genere umano perch popolasse tutta la terra ed ha determinato per ogni nazione i limiti della sua durata e del suo dominio!".
Com'eri moderno scrivendo ai corinzi: "Il fatto  che ci son molte membra ma c' un unico corpo... e se un membro soffre tutte le membra soffrono per lui". Ave, apostolo delle genti!
 V.
La tempesta di recriminazioni sorte sull'atteggiamento aggressivo preso dall'Italia verso l'Impero (?) etiopico e su quello assunto dall'Inghilterra e (a seguito di essa) dalla Societ delle Nazioni, ha avuto la sua ripercussione qui nel Ticino dove ciascuna tendenza politica l'ha pi o meno acconciata ai suoi precedenti ed alle sue contese locali.
Ci  abbastanza consuetudinario perch sia tollerato. Solo si pu deplorare che queste tendenze locali si innestino su quelle del di fuori. Che gli avvenimenti della Penisola abbiano un immediata contraccolpo sulle cose di casa nostra  sempre avvenuto e posso riferirmi al mio opuscolo sulle Influenze italiane, dove gi avverto che di riflesso quelle italiane portavano in casa nostra le reazioni austriache e quelle francesi. Oggi vi si aggiungono quelle del movimento socialista che  internazionale. Ci  pi che sufficiente per farci perdere il senso della misura e quello dell'orientamento. In ogni modo per tale via si scivola alle polemichette e si arriva ad immiserire le questioni pi nobili.
Facciamo uno sforzo per elevarci al di sopra della cronaca quotidiana.
La guerra d'Abissinia, come gi quella di Tripoli, non sar un'epopea in s medesima, ma una scena della pi grande tragedia umana: quella del Mediterraneo, culla di tutte le civilt europee.
Oh buoni scolari di quinta ginnasio che gi siete iniziati ai poeti omerici ed avete imparato i nomi di tre re: Ulisse, Agamennone e Menelao alleati ed associati per la guerra contro Priamo re di Troja per i begli occhi di Elena e le comodit di Paride il bellimbusto!  tempo che i vostri professori vi facciano vedere quanto Ilio fosse prossimo all'Ellesponto ed alla Propontide, che son poi i Dardanelli al Mar Nero. Troja era una citt forte che chiudeva l'entrata del mar d'oriente dove pi secoli prima Giasone si era recato coi suoi argonauti a cercare nella Colchide il toson d'oro. Tutto ci  storia mediterranea. L'Europa in formazione che cerca ad oriente una grande e ricca colonia, appo la quale l'Abissinia d'oggi  un povero deserto.
Il professore che vi spiegher l'Eneide potr poi dirvi in Liceo, che caduta Troja il principe Enea, coi resti del suo esercito and a rifugiarsi a Cartagine, (probabile colonia trojana, secondo Unamuno), e di l organizz la fatale spedizione alle foci del Tevere, il maggior confluente del Mar Tirreno. Da qui il fondamento di Roma che poi alla sua volta conquista Cartagine e fonda quell'Impero romano che sar centro del mondo antico e il punto d'approdo di tutte le civilt asiatiche e della civilt egizia che insieme riunite formeranno una civilt mediterranea con elementi egizii, ellenici, ebraici, assirobabilonesi, persiani, fenici, latini, etruschi, liguri, celti ed iberici.
In questo oceano di afflussi storici scender coll'andare dei secoli la notte di una nuova barbarie, il diluvio universale della trasmigrazione dei popoli; ma sar ancora sull'Adriatico che nascer il regno di San Marco, sar per questo mare che proceder il gran miracolo delle crociate, sar lungo le sponde meridionali del mare internum che proceder, la fiumana dell'islamismo, da oriente ad occidente finch s'infranger contro la fiumana gallo-franca lungo il mare iberico. Quale meraviglia! Non  esagerazione il dire che il Mediterraneo chiude i quattro quinti della storia del pensiero umano. Mediterranea la Bibbia, mediterranea la religione cristiana, mediterraneo il Corano!
Ma secoli e secoli trascorrono. Viene un'epoca in cui l'Europa conquista gli altri continenti. Il primato del mare passa all'Oceano Atlantico ed ora  insidiato dal Pacifico. Il Mediterraneo declina, ma non tramonta. L'umanit si precipita verso lidi assai lontani alla ricerca dell'oro, delle perle e dei diamanti, ma sar ancora il Mediterraneo che conserva e diffonde il tesoro dell'umanesimo filosofico e letterario, il quale val bene tutti gli scrigni del mondo! Un'alba sorge or sono cento anni. La libert greca rinasce, rinasce la libert italiana e ci avverr sotto gli auspici della Britannia.
L'Inghilterra che ha intrapreso la lotta contro la Turchia le porter il primo colpo mortale a Navarino e fomenter le insurrezioni italiane. (Non si dimentichi!) Pi tardi l'Inghilterra occuper l'Egitto onde assicurarsi la via delle Indie e prima offrir all'Italia la comunit della conquista. (L'Italia di Cairoli declin l'invito, ma l'Egitto valeva bene la Somalia e il Tigray; non si dimentichi!).
Ora, per una serie di vicende non imputabili a nessun governo attuale ambe le chiavi dei Mediterraneo sono tenute dall'Inghilterra: Gibilterra e Suez! Ma l'unit d'Italia  compiuta e la sua via trionfale  passata per Solferino: (non si dimentichi neppur questo!)
Or quale importanza pu avere in questo poema la pi eloquente filippica contro le sanzioni famose? Gli inglesi manterranno i loro giudizi sul fascismo come prima, se pur non li aggraveranno. Precisamente l'inverso dell'effetto che fanno in Italia le condanne inglesi, poich gli angoli opposti al vertice sono eguali fra loro. Le sanzioni probabilmente faranno fiasco perch quali sono concepite dal famoso art. 16, esse presuppongono la normalit dei rapporti commerciali fra gli Stati della Lega, mentre gi sono tutti diventati anormali, automaticamente con quel regime di clearing e di contingentamenti che ha invaso tutti gli Stati; ma a che servirebbe far credere agli italiani che qui nel Ticino vi sia tutta una congiura di antipatia verso l'Italia A che servirebbe rinfacciare al proprio vicino di casa di non essere abbastanza entusiasta per questo o quell'ideale? Abbassare il livello morale di una divergenza  quanto volgerla a volgare litigio!
In alto i cuori, come diceva il nonno! L'Italia deve avere le sue colonie, come le deve riavere la Germania. Non basta! L'Italia non pu rimanere in mezzo al Mediterraneo, in una posizione quasi servile di fronte alla Gran Bretagna che vi tiene, oltre Suez e Gibilterra, le fortezze di Malta e gli approdi di Cipro; n di fronte alla Francia.
In quale modo? Non tocca a noi il dettarlo. La via prima indicata da Mussolini fu quella della revisione dei trattati, via abborrita dalla Francia e dall'Inghilterra, ma che  la sola buona, e passa per Ginevra! Inutile esclamare che Mussolini non  l'Italia. Su questo punto delle revisioni necessarie concordano tra loro Saverio Nitti, Gugl. Ferrero e sostanzialmente anche Prezzolini e Carlo Sforza. Via di pace e non di guerra!
 VI.
I giornali svizzeri traboccano di polemiche pro e contro i provvedimenti economici e finanziari che il Governo federale ha preso o chiede di poter prendere per guarire il paese dalla crisi. I periodici ticinesi tengono il record (in italiano dicasi il primato) per l'abbondanza e per la sicurezza dei consigli e dei biasimi. Tutti i partiti si precipitano in questa gara di saggezza e di velocit.
Bisognava fare cos e cos, mentre il Consiglio federale ha fatto tutto l'opposto. Date ascolto a noi che abbiamo il rimedio pronto e infallibile col quale, nel giro di pochi mesi, saremo tutti felici. I cattolici gridano a noi, i moderati gridano a noi, i frontisti a noi, i fascisti a noi, perfino i socialcomunisti ripetono il fiero motto del Duce! Ognuno vuol che si vada dalla sua parte, ma ognuno vuol andare da un'altra parte, in tutte le direzioni della rosa dei venti.
La meccanica insegna che le forze parallele si sommano, e che le forze opposte si elidono a vicenda. Delle forze convergenti o divergenti la meccanica fa degli infiniti parallelogrammi che rompono la testa a voi, studentelli, ora come ai tempi passati, con la sola differenza, che una volta le linee convergenti erano due ed ora sono mille.
Intanto il Consiglio federale non sapr cosa fare, le Commissioni non sanno pi cosa dire; il risultato  che tutti gridano ed imprecano contro il governo. C' ancora qualche ingenuo come me, vecchio solitario, e qualche ingenuo della vostra et che pensa essere ognuno pi o meno nella ragione, o pi o meno nel torto, ma c' una maggioranza di teste chiare che vi assicurano che tutti sono in mala fede. Tutti, meno uno, ossia ciascuno di loro. I maestri di romanit arriveranno fra breve a presumere la mala fede di tutti, a marcio dispetto del diritto romano il quale presume la buona fede fino a prova del contrario.
Vediamo, figliuoli, di raccapezzarci!
In primo luogo, che colpa ha la Svizzera se l'Europa ha il delirio dell'autarchia? La Svizzera  un paese che ha conquistato una invidiata altezza nella industria, a cominciare dal cotonificio (gi da due secoli) per arrivare ai pi perfezionati cronometri come ai maggiori impianti elettrici: successo ch'era dovuto alla indiscutibile superiorit delle sue scuole, dalla primaria alla professionale fino alla politecnica. L'emigrante svizzero ha conquistato in tutto il mondo un prestigio invidiabile e invidiato, grazie alle nostre scuole popolari. Tutto ci andava a pennello finch in Europa e in America dominava il principio delle libert economiche. L'americano comperava l'orologio svizzero perch era il migliore, e basta! Bismarck un sessant'anni fa aveva detto in parlamento che il vino doveva diventare la bevanda nazionale dei tedeschi: la birra quella degli italiani. Napoleone III aprendo l'Esposizione di Parigi nel 1867 aveva potuto dire che la Francia era un paese d'industria del lusso e di agricoltura di lusso. Aveva dunque bisogno d'un'Europa ricca come sua cliente.
Col nazionalismo, coll'imperialismo economico, con la gran guerra che fu una guerra economica, una guerra di predominio imperialista (e non altrimenti) ogni stato, ogni impero, compreso l'Impero repubblicano dei yankee, fu condotto, non tanto da una sua volont cosciente quanto da una inesorabile logica delle cose, al regime economico del protezionismo dapprima, poi all'autarchia, neologismo del dopoguerra che vorrebbe significare che ogni stato debba ingegnarsi di bastare a se stesso, vivere delle sue risorse, a valorizzare le quali la prima regola deve essere quella di rovinare il vicino.
L'autarchia ha ispirato la funesta pace di Versaglia. L'Inghilterra ha voluto rovinare la Germania sul mare; la triade industriale Francia, Belgio e Inghilterra ha voluto rovinarla industrialmente; il binomio coloniale Inghilterra e Francia ha voluto rovinarla colonialmente; l'alta finanza, anonima e perci irresponsabile e invulnerabile, ha stimato di sua convenienza di proletarizzare la Germania e la Russia insieme.
Che colpa ne ha la Svizzera se l'Europa  caduta in un regime economico di banditismo, se essa non pu pi vendere, se non potendo pi vendere non pu pi produrre, se le sue finanze sono decadute, se le sue banche sono minorate, se i suoi operai sono disoccupati?
E che vale darne la colpa a Schulthess pi che a Musy, od a Musy pi che a Schulthess ? Chi li ha veduti davvicino al lavoro sa che l'uno  un avvedutissimo finanziere e l'altro un fortissimo economista. Hanno sbagliato? O  l'Europa che sbaglia? L'Europa che  sulla cattiva via, l'Europa che rischia di diventare una colonia degli Stati Uniti, o un feudo degli asiatici dell'Estremo oriente?
I nostri governanti, i nostri capi, non meritano n l'odio n il disprezzo dei supponenti, anche se questi sieno di buona fede come tutti gli incoscienti. Essi hanno fatto quello che hanno potuto. Decipimus specie recti.
Io non credo che un Grimm eletto al posto di uno Stucki avrebbe fatto molto meglio n peggio di questi. Ma soprattutto  iniquo accusare di malafede i nostri guidatori. Piuttosto saranno in mala fede coloro che assicurano di avere in tasca la ricetta, il metodo, il piano, per uscire dalla crisi al passo di corsa.
Dalla crisi si sar usciti quando la Germania e l'Italia potranno ancora liberamente scambiare i loro prodotti, poich gli uni sono complementari agli altri per legge di natura, e quando noi potremo liberamente commerciare con l'una e con l'altra.
 VII.
Quando io vi scrivevo, o giovani, la penultima di queste lettere, la IV, tutta l'Europa fremeva di speranze. Ogni amico della pace si rallegrava per l'opera pacificatrice del ministro inglese Hoare e di quello francese Laval. Le loro proposte avrebbero raccolto se non l'adesione almeno la presa in esame dei due belligeranti. La Commissione della famosa Lega ginevrina avrebbe fatto il resto.
Chi avrebbe avuto il coraggio di mandare a picco tante speranze, di affrontare i pericoli di una nuova conflagrazione europea o forse mondiale? Si voleva essere ottimisti. Dopo pochi giorni le speranze, ecco, sono cadute. Siamo nel pi tetro pessimismo.
Le ultime notizie sono: (ultime fino a domani; quando queste righe esciranno stampate, le notizie potranno essere molto peggiori), il Giappone si appresta ad occupare qualche altra provincia della Cina: la Russia sovietica apparecchia una spedizione verso la Cina; gli Stati Uniti mobilitano la flotta per impedire che il Giappone diventi di colpo il padrone dell'Oceano Pacifico (quanta ironia nel nome!). Gli amici dell'Italia chiedono ancora una volta: ma cosa fa dunque questa Societ delle Nazioni? Perch non interviene con le sue sanzioni nel Grande Oceano come  intervenuta nel breve Mediterraneo?
Quanta ingenuit in queste domande!
La Societ non interviene perch, con la miglior buona volont, non pu far nulla!
Non interviene perch gli Stati Uniti hanno rifiutato di omologare la pace proposta dal loro Presidente. Assente la Repubblica americana, il Giappone se ne  potuto andare indisturbato. Adesso che son passati i due anni dalle sue dimissioni,  fuori di portata delle sanzioni; non  pi legato da quel patto che solo aveva accettato nella previsione che gli Americani lo accettassero.
Quando la Svizzera ha aderito al patto i suoi capi tenevano per certo che gli Stati Uniti si sarebbero fatti pregare ma non avrebbero osato rinnegare l'opera di Wilson.
Perch invece la rinnegarono? Quelli che lo volessero sapere possono provare a leggere il volume di Guglielmo Ferrero: La Tragedia della Pace (1923). Lo stesso grande scrittore dir loro che i cos detti esperti, i quali durante le trattative di pace assistevano i diplomatici delle Potenze, non erano che i mandatari dei grandi trust dell'acciaio, del carbone e del petrolio... Io non posso dir nulla di mio. Posso solo testimoniare che prima della guerra i fautori della tesi britannica stampavano qui nel Ticino (in Pagine Libere) che la Germania industriale era virtualmente fallita per l'abuso che aveva fatto del credito. Ricordo benissimo che fin dal principio della guerra dissero che la Germania avrebbe certamente perduto perch non aveva n danaro n credito. Ricordo che si diceva e si credeva come Vangelo che, arrestato sulla Marna il primo attacco tedesco, l'impresa era fallita per mancanza di numerario. Ricordo che quando la Germania pubblic e strombett il successo del suo primo prestito di guerra la nostra stampa grid al bluff; che quando vant il successo del secondo prestito non si grid pi al bluff ma addirittura alla truffa.
La Germania era bloccata ed affamata, non aveva pi di che mangiare, ogni derrata era sostituita con un ersatz (e questo era verissimo) e che avrebbe necessariamente vinto chi avrebbe avuto l'ultimo miliardo. Ricordo che firmato l'armistizio le trattative di pace fra i vincitori, ad esclusione dei vinti, durarono un secolo perch le nazioni vincitrici si disputavano la pelle dell'orso tedesco, poi si rimpaciarono su queste basi: togliere alla Germania tutte le colonie, chiuderle tutti gli sbocchi commerciali nel prossimo Oriente, renderla insolvibile e domandarle un numero infinito di miliardi cos che non potendoli mai pagare rimanesse assoggettata in perpetuo.
La Germania proletarizzata apparve come il fine della guerra. Tanto che nella nuova. repubblica di Weimar nessun partito borghese accett di condividere il potere. La repubblica socialista non spavent per nulla gli alleati: anzi! quando la Germania cominci con l'inflazione a manifestare la propria insolvenza la stampa ebbe per consegna di dire che "se in Germania le casse dello Stato son vuote les caisses prives regorgent d'or". Al pubblico si fece credere che l'inflazione era solo una frode per non pagare le riparazioni, ma che i tedeschi non vi avrebbero perduto un solo centesimo. Io sentii declamare queste assurdit da un giornalista greco in un caff di Lugano e la cosa era conforme ad una parola d'ordine diffusa ad Atene come a Montevideo, come a Bordeaux, come a Londra!
Gli Americani, che erano intervenuti nella guerra per assicurarsi del ricupero dei loro crediti di forniture, capirono il latino e si ritirarono lasciando l'Europa nell'imbarazzo.
Ritirandosi l'America la Societ delle Nazioni rimaneva impotente fuori d'Europa.
L'aggiunta che vi si fece dei molti Stati e staterelli dell'America meridionale e centrale e di quelli dell'Africa come la Liberia furono un modo di darla a bere, un modo soprattutto di consolidare gli Stati satelliti che la Francia e l'Inghilterra si erano assicurati sul Danubio, sul Baltico e nei Balcani, fabbricati in serie come le salsicce.
In questi mercanteggiamenti vi fu uno stato manifestamente derubato, spogliato e proletarizzato, e fu l'Ungheria. Quell'Ungheria che per quattro secoli aveva tenuto indietro i Turchi. Vi fu uno stato arricchito indebitamente di territori e territori: la Rumenia; ma la Rumenia aveva il Petrolio. Scrivo colla P majuscola, intenzionalmente.
Quando i paesi spogliati cominciarono a invocare la revisione dei trattati l'Italia, cio Mussolini, non esit ad appoggiare la Revisione.
Ma  forse troppo tardi.
Le pi precise informazioni che ci vengono dall'Estremo Oriente suonano nel senso che i Giapponesi considerano l'Europa come una massa fallimentare.
Forse aspettano il momento per rilevare l'attivo e il passivo?
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8.
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Ho parlato nella mia precedente epistola del libro del Ferrero: La Tragedia della Pace. Questo titolo deve essere meditato.
Tragedia vera c' solo quando due sentimenti rispettabili vengono a conflitto: quando c' la fatalit, come nell'Edipo di Eschilo, come nello Amleto di Sheakspeare. Amleto, compiendo la strage non suscita l'orrore ma la commozione del pubblico. Bruto che uccide Cesare non  una canaglia che ammazza un galantuomo. Cesare  un semidio dell'antichit, egli incarna un destino: Bruto  mosso non da invidia, non da livore, n d'altra men che nobile passione, ma dall'amore della Repubblica. Bruto incarna la gloria della Roma che finisce, Cesare quella di un impero che comincia.
L'ultima guerra fu originata dal fattaccio di Serajevo. Altro fattaccio l'assassinio di Jean Jaurs a Parigi, ad opera di un pazzo ma quasi certamente a suggestione di un diplomatico straniero. La follia che avvelena la dinastia di Russia  un brutto episodio clinico: il viaggio di Poincar a Pietroburgo  un antipatico intrigo; l'aggressione del Belgio  un fatto teppistico, primo episodio di una serie d'atti teppistici, voluti dallo stato maggiore tedesco, brutalmente perpetrati nei territori invasi. Ma dietro questi fattacci c' la tragedia, c' il fato, in quanto i governi dei grandi stati dispotici si trovano in quel momento nelle mani di tiranni (uso la parola nel suo significato dottrinale) tocchi nel cervello. Pazza tutta la famiglia imperiale di Russia e pazza da manicomio. Pazzo criminale il Sultano rosso, dalle mani grondanti di sangue. Affetto da megalomania l'imperatore di Germania. Affetto di degenerazione senile il portatore della Corona d'Absburgo dopo che inesplicabili eventi tragici hanno ucciso precocemente i due arciduchi a favore dei quali avrebbe potuto e voluto abdicare. La corona di Serbia sulla testa successivamente di tre sovrani mentecatti, primo tra i quali quel Re Milan che era arrivato fino ad impegnare scettro e corona ai suoi creditori di Parigi, ad insaputa dei suoi ministri.
Ed ecco la tragedia! Ecco il nucleo tragico, il complex come dice la psicologia moderna, che mette il mondo a ferro e fuoco mentre i governi democratici dei paesi latini giocano da venti anni l'altalena democratica facendo una crisi di gabinetto ad ogni volgere di stagione.
La guerra  la guerra! Questa banalissima sentenza stata invocata dai belligeranti per giustificare tutti gli orrori, non  ancora tragedia in se stessa, ma eccoci al secondo elemento tragico: proprio dei nostri tempi di raffinata civilt. I progressi della tecnica hanno meccanizzato la guerra e l'hanno resa sempre pi bestiale a misura che si diffondeva la civilt stessa.
Noi leggiamo ancora oggi i canti di Omero sulla guerra di Troja: essi entusiasmarono greci e romani, gli uomini del Rinascimento e gli adolescenti dell'et nostra. Tutta la letteratura eroica dell'occidente europeo  intessuta di carmi sulle guerre di Carlomagno e sulle Crociate.
Tutte le maestre delle scuole moderne (intendo moderne di trenta anni or sono) attestavano l'entusiasmo delle ragazze per l'eroe Napoleone... Tutti i contadini analfabeti del Regno d'Italia, ancora cinquant'anni fa, celebravano i colpi di spada e di lancia di Guerino detto il Meschino... Ma quale poeta presente o futuro canter mai i gas asfissianti apparsi la prima volta nella guerra boera, n l'affondamento delle navi di viaggiatori operato per mezzo dei sottomarini? Chi avr il coraggio d'invocare le divine Muse per cantare l'avvelenamento dei pozzi, i bacteri per diffondere le epidemie?
Pi tragico ancora  quell'avvelenamento degli spiriti. del quale vi ho gi parlato, o giovani. La trahison des clercs di Luciano Benda rimane la tesi pi significativa del grande francese contemporaneo. La prima epoca del Rinascimento, quella in cui vissero gli scolastici parigini contemporanei di Abelardo e gli eruditi fiorentini dei tempi di Dante, aveva chiamato chierici tutti gli intellettuali, tutti quelli che ora noi diremmo il ceto degli uomini colti, e costoro vivevano secondo quel pensiero che Voltaire rivolgeva al suo amico inglese: "Voi siete inglese ed io sono nato in Francia, ma tutti coloro che coltivano le arti sono concittadini".
Concittadini della citt degli studi: la civitas intesa nel senso di Agostino che fu il primo filosofo della cristianit. Citt dentro la quale la citt forte, irta di torri, non  che la necessaria difesa contro la barbarie. Oggi questa citt colta  minacciata di dissolvimento come quelle metropoli delle culture antiche sulle quali Volnay medit le sue Ruine, al risvolto dei due ultimi secoli. In questo, egregi giovani, io consento appieno con quanto scriveva sul "Guardista", uno di questi giorni, una penna che non teme le verit dolorose. Siamo ad un declino della coltura!
La coltura che si spezza, che si frammenta in colture singole, inimicate, anelanti ciascuna alla prevalenza sulle altre, prevalenza da ottenersi con le forze distruttive. Forze distruttive che sono fornite dalle scienze tecniche, al canto dei poeti dell'odio.
Odio di classe: odio di razza, odio di partito! Empia religione dell'odio, insegnata come un culto nelle scuole, nella stampa, nei comizi: con le sue liturgie di nuovo conio delle quali la croce dalle braccia spezzate  la pi goffa ma non la sola.
Alla guerra tragica era logico seguisse una tragica pace. Vi furono chiamati coloro stessi che erano stati chiamati per la violenza del loro carattere a finire la guerra, come Giorgio Clemenceau. Questo  un dramma quasi ricorrente: gli uomini pi indicati a far la guerra sono per ci i meno indicati per la pace. Il Bonaparte ottenne sempre paci instabili; precarie! Solo Giulio Cesare fece eccezione. Clemenceau era soprannominato il Tigre, George Lloyd  sempre stato uomo violento ed aggressivo. Erano i due antesignani della pace, mentre una fila di Stati nuovi dovevano tutto chiedere da loro: libert, territori e soldi.
Per questi Stati l'atto di nascita era contemporaneo a quello di carenza di beni. L'Italia era rappresentata da due nobilissime figure di gentiluomini, ma esautorati perch in casa loro covava la rivoluzione. Questi i personaggi, insieme con l'americano che era il mandatario dei creditori. Situazione da tragedia dunque, aggravata dallo scoppiare della rivoluzione a Mosca. Il solo accordo possibile all'infuori di quello di proletarizzare la Germania e la Russia, fu quello di escludere i vinti dalle trattative.
Un secolo prima c'era stato a Vienna un celebre congresso della pace, dove il vinto, la Francia, rappresentata dal vinto ministro Talleyrand, trattava a tu per tu con Metternich... Quante frasi rettoriche abbiamo letto e sentito noi giovani contro quella pace che pur dur oltre vent'anni, fino al 1848!
Quale vantaggio abbia avuto l'Italia dalla pace di Versaglia  subito detto. Fu esclusa dal riparto delle colonie, e questo  il meno perch le colonie sono meno necessarie di quanto si crede.
La Germania ne fece senza per tutto il periodo bismarkiano che fu quello della sua massima prosperit! L'Italia si trov aver perso nella Germania proletarizzata il migliore e il pi sicuro dei suoi clienti. Si trov essere arricchita dell'odio dei tedeschi che prima della guerra erano i suoi alleati; credette aver conseguito una fruttuosa vittoria sopra l'Austria e l'Ungheria e si accorse di aver vinto a profitto di tutti fuorch di se stessa. Il premio di aver salvato l'esercito serbo fu quello di trovarsi inimicata in perpetuo con la Serbia, suo naturale sbocco di espansione industriale, commerciale e culturale. Frutto della sua occupazione di Fiume risult essere la rovina del porto di Trieste. Serbia, Jugoslavia, Montenegro, Polonia, Cecoslovacchia divennero una lega di stati vassalli della Francia; una intesa costituita a contrastare all'Italia il predominio dell'Adriatico!
Tragedia vera questa, perch l'Italia deve in gran parte questi danni ai suoi letterati, ai suoi Marinetti, ai suoi Principi di Montevenoso e ai suoi secoli di tradizione rettorica.
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FINE.
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Note al testo.
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(1) Il Codice del 1883 - cos il Bertoni in alcune note autobibliografiche inedite - "era un adattamento del vecchio C.C. del 1837, al nuovo C.F.O. entrato in vigore nel 1882 mentre io stavo facendo la mia pratica d'avvocato, presso mio padre, a Lottigna. Il Tribunale di Blenio faceva allora cinque o sei sentenze all'anno; mi concedeva allora il tempo per lo studio teorico; feci, per il "Repertorio" (1883) una serie di osservazioni critiche su quell'adattamento che era riuscito alquanto affrettato... L'opuscolo fu seguito da un'appendice: Ancora alcuni appunti, ecc. Questa seconda critica era assai pi acerba nella forma. Era appena apparsa nel "Repertorio" quando io mi presentai a fare i miei esami di Stato per ottenere la patente d'avvocato...".
(2) Prolusione del prof. dr. Brenno Bertoni al Corso di "diritto ticinese" all'Universit di Berna, detta l'11 giugno 1921 (Lugano, Tipografia Luganese Sanvito e Ci. - 1921). Il Bertoni tenne la cattedra di Berna dal 1921 al 1928.
(3) L'Autore allude alla Costituente ticinese del 1921.
(4) Il progetto di Costituzione che qui riproduciamo venne pubblicato nel vol. I dell'opera: Le Istituzioni svizzere nel diritto pubblico e privato della Confederazione e dei Cantoni, di B. Bertoni e A. O. Olivetti, uscita a Torino (Unione Tipografico-Editrice), con la nota che segue: "Il presente progetto, che qui viene per la prima volta pubblicato,  opera dell'avv. Brenno Bertoni, il quale ha presentato al Gran Consiglio la proposta generica della revisione integrale della Costituente".
 Decisa, nel 1921, dal popolo del Ticino, la convocazione della Costituente, l'on. Bertoni ripubblic il progetto (v. opuscolo uscito per cura della Societ Arti Grafiche Veladini e C., munendolo della prefazione che segue:
 "Nell'imminenza della Costituente trovo opportuno di lasciar ristampare questo mio progetto di Costituzione, preparato gi da oltre 20 anni e ritoccato secondo l'esperienza degli ultimi tempi.
 Il suo scopo non  altro se non quello di dare un'idea esatta di ci che deve essere il contenuto di una Costituzione cantonale moderna e completa. Diverse cose che ora sono regolate solo per legge trovano nel progetto la loro base costituzionale; diverse altre di secondaria importanza vengono stralciate dalla Costituzione e devolute alla legge.
 Si pu essere di diversa opinione sopra taluna delle soluzioni da me proposte.
 Non sempre esse rispondono alla mia aspirazione finale; piuttosto ho creduto di dover fare diverse concessioni all'opinione comune.
 In generale ho avuto di mira la possibilit di un accordo di tutti i beni intenzionati liquidando, per cos dire, certe onerose eredit del passato, specialmente in materia confessionale e scolastica.
 Sopra alcuni punti prevedo una lotta pi intensa.
 Nella contesa dei distretti tendo ad una soluzione intermedia: le opportune semplificazioni amministrative, rispettando per la storia e la geografia ed evitando in pari tempo i soliti disinganni dell'accentramento burocratico.
 Prendo posizione contro il Circondario unico perch lo credo opera di una fantasia politica di dilettanti, senza fondamento nel passato, senza esempio d'altri paesi; una ideologia romantica senza contenuto di realt.
 Proporzionalista della prima ora, prendo posizione contro il governo proporzionale.
 Poich nessun partito dispone pi della maggioranza assoluta, l'artificio della proporzionalit applicata al governo diventa inutile e dannoso.
 Inutile perch per forza di cose i governi futuri saranno governi misti.
 Dannoso perch la proporzionalit  incompatibile con la competenza degli eletti ai dicasteri che dovranno dirigere.
 Propongo dunque la nomina del governo a maggioranza assoluta.
 Nessuno avendo la maggioranza da solo ed occorrendo la maggioranza a tutti i candidati, i partiti dovranno intendersi per un governo misto il quale allora, e solo allora, potr essere scelto secondo il criterio della competenza.
 Nel complesso ho cercato di dare al testo costituzionale un valore per cos dire educativo. Il cittadino deve trovare nella legge fondamentale dello Stato non soltanto l'enunciazione di realt attuali, ma possibilmente la ragione delle stesse, e la direttiva per ci che sar la realt del domani. Che ci sia riescito  altra cosa". B. B.
(5) Risulta mancante l'Art. 39. [Nota per l'edizione elettronica Manuzio].
(6) L'opuscolo che contiene le "tre letture" (A. Salvioni e C. - Bellinzona - 1932) reca la seguente dedica: "Alla giovent ticinese - a chi lavora e a chi governa - a tutti coloro che vogliono uscire dalle pastoie rettoriche e consentono di guardarsi intorno".
 Le tre conferenze vennero tenute a Locarno, nel luglio del 1932, al Corso integrativo per i docenti di Scuola maggiore, organizzato dal Dipartimento di Pubblica Educazione.
 Le note a pie' di pagina sono di Brenno Bertoni.
(7) Adolfo Gnter, nella sua possente opera sulla Societ Montanara ("Die Alpenlndische Gesellschaft", Jena 1930), arriva, dopo una impervia analisi del problema, a questa conclusione:
 "Se ed in quanto si possa considerare una razza come "apportatrice" di determinate particolarit e funzioni sociali, queste sarebbero sempre alterabili dall'accumulazione delle razze. Una teorica del razzismo dovrebbe essere cercata in questa direzione, che darebbe anche il giusto valore della protostoria, e cio: non tanto la funzione "statica" delle razze, quanto la funzione "dinamica" della loro mescolanza, avrebbe un valore decisivo. La nostra ragionata e ferma persuasione  che dal punto di vista della sociologia applicata non esistono razze pure; che non pu trattarsi che di miscele di razze in diverse proporzioni; ma che anche a queste pu attribuirsi una notevole importanza". - (Op. cit. p. 182 a 196). Vedi anche Angelo Mosso, "La fisiologia dell'Uomo sulle Alpi" e "La Democrazia nella Religione e nella Scienza", capitolo III.
(8) Da una canzone popolare russa.
(9) Sulla influenza delle sovranit episcopali di Milano e di Como nella formazione dei Comuni ticinesi, vedi il citato Carlo Meyer e, pi estesamente, il profondo studio di Paolo Schaefer: "Il Sotto Ceneri nel Medio Evo".
(10) Le analisi chimiche degli ultimi tempi hanno classificato le terre ticinesi in globo come le pi povere della Svizzera.
(11) Si consideri la quasi contemporaneit (1200-1213) dei titoli d'acquisto di Olivone, Leontica, Ponto-Valentino ed Aquila. (Documenti di Blenio e Leventina del C. Meyer).
(12)  proprio nell'anno stesso che la leggendaria "contessa grassa" degli Aldoni (?) di Milano, fece donazione del feudo di Tesserete alla chiesa di Santo Stefano Per il riscatto dei suoi figli, i quali ne avevano ucciso il sacerdote. L'anno dell'uccisione  rimasto ignoto, ma sar di un periodo di prosperit ghibellina. Caduto il Cesare bisognava fare i conti con l'oste. La contessa madre don i beni alla parrocchia, ma riservati i diritti di alpe che spettavano ai comuni. Ci avveniva alla fine dell'undecimo secolo, cento anni prima del Giuramento di Torre, centotrenta prima della compera di Olivone.  dunque lecito credere che i diritti d'alpe sieno di remota antichit.
(13) Una delle cause di questa paralisi  il terrore del litigio. Quante scriteriate declamazioni sono state fatte sopra la litigiosit dei patriziati. Sfido io! La loro conterminazione, i loro diritti, risultano sovente da pergamene medioevali in latino, scritte da notai che talvolta ignoravano lingua e consuetudini del paese, con termini giuridici dell'epoca feudale oggi di significato incerto. Il peggio fu che la giurisprudenza del nostro Tribunale d'Appello, ispirata da criteri austriaci o francesi, dichiar "cause civili" una quantit. di contestazioni ch'erano in realt di diritto pubblico. Donde cause interminabili e rovinose, giudicate a controsenso, delle quali potrei indicarne una diecina solo in Val di Blenio. Oggi per terrore del litigio si rinuncia fra altro ad ogni miglioria del suolo, come spiego nel mio libro "Dal Generoso all'Adula." (1931).
(14) Nel Circolo di Hinterrhein oltre il colle del Bernardino, composto di cinque comuni, si ignora l'imposta comunale. I proventi dei boschi e dei pascoli bastano a tutte le spese di assistenza, delle scuole, ecc. Ma vedere che boschi, che pascoli, che ordine!
(15) In pi parti del Cantone dei Grigioni ho potuto osservare come sieno custodite le capre, anche in condizioni analoghe alle nostre. Lo stesso ho osservato nelle regioni vallesane di Entremont e Val d'Illiez. Da noi il problema  di scarso interesse. Una volta ho voluto parlarne in Gran Consiglio che saran forse trent'anni fa... Ho dovuto smettere perch tutti si erano messi a chiacchierare. Oh, se avessi parlato dei quozienti elettorali!
(16) Merita un cenno speciale la Scuola dei Somaschi in Lugano, fondata per decreto di popolo. Vi si insegnavano le matematiche, l'architettura e la filosofia. Prima ancora che la citt di Como avesse un Seminario ecclesiastico si insegnavano a Lugano la teologia morale e la dogmatica. Gli Statuti di Lugano sanzionano per gli studenti le immunit accademiche che si usavano allora nelle citt universitarie.  dunque lecito credere che molti fossero i maggiorenni studenti a Lugano. Vero  che dopo la Cisalpina e dopo Napoleone l'Istituto e l'ordine cui apparteneva fossero impoveriti. All'epoca della secolarizzazione la decadenza era grande, ma, alla fine del secolo 18 la illustre famiglia dei Beccaria di Milano mandava a studiare a Lugano il giovinetto Alessandro Manzoni...
(17) La questione dei gesuiti pi che religiosa o filosofica fu essenzialmente politica. Ci che loro fu fatale  l'avvento della democrazia e la decadenza della sovranit per diritto divino. Eccellenti nell'insegnamento, essi opinarono doversi istruire le classi dirigenti, a bene dominare. In Italia come in Isvizzera, non compresero le ragioni dell'unit nazionale e l'oppugnarono. Gioberti che li avvers fieramente era ottimo cattolico. Ma nulla di politico  eterno.
(18) Esempio tipico il nobile, ricco e sapiente C.V. Bonstetten, bernese, che fu l'anima del movimento rivoluzionario elvetico prima del 1797 ed ebbe l'anima straziata dall'invasione francese.
(19) In altri miei scritti ho messo in rilievo l'origine e la evoluzione dei partiti politici ticinesi, cosidetti "storici". Il principio conservativo e quello progressista od evolutivo corrispondono al contrasto fra le forze statiche e le dinamiche, il cui equilibrio regge l'universo: l'uno  la condizione dell'altro. Alle origini della nostra repubblica le due forze politiche contrastanti in Europa erano l'Austria, asserta erede del Sacro romano impero e in ogni caso cittadella della Controriforma, e d'altra parte la Francia della rivoluzione e del Bonaparte. Per necessit di cose le forze conservatrici si polarizzano sopra Vienna, le liberali sopra Parigi. La rettorica, sollecita raccoglitrice di frasi ad effetto, si appropri le formule di una Plebe intellettuale. Noi abbiamo soventemente perduto il nostro centro di gravit, la nostra tradizione. Molti dei nostri pi belli ingegni furono travolti dalle bufere e sradicati dal suolo nativo.
 La voce di richiamo dovrebbe essere: ritrovare noi stessi; il rispetto di noi stessi.
(20) Discorso tenuto dall'on. Bertoni a Chiasso il 1 agosto 1931.
(21) Discorso pronunziato dall'on. Bertoni a Basilea, il 5 ottobre 1930, celebrandosi il conferimento del "gran premio" di letteratura svizzera al romanziere Jacopo Schaffner.
 Vedi Dovere dell'11 ottobre 1930.
(22) Discorso pronunziato dall'on. Bertoni a Zurigo, il 26 febbraio 1916, in occasione della festa annuale degli studenti ticinesi.
(23) Discorso pronunziato nel mese di luglio del 1929 in occasione del Tiro federale di Bellinzona.
(24) Articolo pubblicato nella "Cronaca Ticinese" di Buenos-Aires, salvo errore nel 1937.
(25) Dal "Dovere" del 1. agosto 1928.
(26) Dagli "Annali universitari svizzeri" 1920-1921.
(27) Segue, negli "Annali", il testo della mozione presentata al Consiglio degli Stati dagli on. Brenno Bertoni ed Emilio Bossi, nella tornata del 9 giugno 1920, testo che qui riproduciamo: "Il Consiglio Federale  invitato a prendere l'iniziativa in favore di una convenzione universitaria con l'Italia allo scopo di permettere ai giovani svizzeri di lingua italiana di fare o completare i loro studi accademici nella loro lingua materna senza pregiudizio della loro carriera professionale in Isvizzera. -  parimente invitato ad esaminare se non convenga riformare il regolamento 29 novembre 1912 sugli esami federali d'arti sanitarie nel senso degli art. 67, 68 e 71 del Regolamento 2 luglio 1880". Firmati Bertoni, Rossi.
(28) Cos l'on. Bertoni in una lettera ad Emilio Rava - ora dottore di leggi e avvocato, gi presidente della "Federazione goliardica ticinese" - in data 1. dicembre 1920.
(29) Da una lettera dell'on. Bertoni al Dipartimento della Pubblica Educazione, pubblicata nel "Dovere" del 30 maggio 1931.
(30) Dall'Antologia: Scrittori della Svizzera italiana, vol. II, Scrittori e oratori politici. - Introduzione dettata da Brenno Bertoni (da pag. 627 a pag. 676).
(31) Dall'articolo: Sull'insegnamento delle lingue morte come mezzo pi proprio a sviluppare le qualit morali dei discenti, pubblicato nella Revue scientifique suisse del 1882.
 Di questo articolo il Bertoni cos parla nelle sue note autobibliografiche: "Come fu? come non fu? Allora la Tipografia Mariotta di Locarno, oggi scomparsa, aveva impreso a pubblicare una Revue scientifique suisse, diretta da Mos Bertoni il quale gi preparava il suo esodo dal Ticino... Di questa pubblicazione non  rimasta traccia... Io scrissi l'articolo pedagogico sopra citato perch ne avevo un buon motivo. Non avevo studiato latino (di greco allora non si discorreva). Non l'avevo studiato perch al Ginnasio mi ero inscritto, a Lugano, nel 1874, nel Corso industriale, come allora chiamavasi. Deciso mio fratello a prendere la via dei mari, fu deciso in pari tempo che io tentassi almeno di diventare avvocato per continuare lo studio paterno... A buon conto mi tenni al corrente della pedagogia, cos incoraggiato dai due pedagogisti d'allora: Giuseppe Curti e Agostino Mona, cos che pi tardi potei assumere, per due anni, la direzione dell'Educatore della Svizzera italiana....
 Ma nel frattempo era sorta in Europa la grande controversia ch' accennata nell'opuscolo. Era insorto, in Inghilterra, Erberto Spencer, contro il dogma della necessit del greco e del latino. La sua opinione nettamente positivista che le scienze naturali fossero la migliore introduzione alla scienza in genere mi conquise, e scrissi l'opuscolo ispirato dalla commedia di Molire: Les femmes savantes...
 La tesi, checch si dica,  ancora di piena attualit..."
(32) Dalla conferenza: Sulla riforma dell'insegnamento primario tenuta a Bellinzona nel 1888.
 Ecco, in sunto, le riforme che il Bertoni propugnava nella detta conferenza:
 "Doversi in primo luogo adattare la scuola alla realt ed ai bisogni pratici della vita, e coltivarvi a tal fine i lavori manuali, tanto pi che l'economia ticinese trae largo profitto dall'emigrazione della sua mano d'opera. Cito (v. le gi ricordate note bibliografiche) una frase: "Ho visto in una scuola una povera maestra insegnare l'abici a 75 scolari senza tabelle scolastiche; non ho visto quasi mai un pallottoliere, mai un alfabetiere mobile, mai una tabella con figure, mai un museo oggettivo per lezioni di cose. Quante scuole, nelle nostre campagne, possiedono almeno i quadri murali per l'insegnamento oggettivo? Forse quattro a forse cinque in tutto il Cantone...
 Dall'insegnamento passavo ai maestri, male pagati... Chiedevo, tra altro, che ai maestri fosse aperta una via: prima la scuola elementare, poi la maggiore, poi eventualmente l'ispettorato... Sostenevo essere necessario che gli ispettori venissero cercati nell'insegnamento, uno per cento scuole al pi e che ai medesimi venisse affidato l'incarico di tenere i corsi di ripetizione per i docenti.... Protestavo da ultimo contro l'insegnamento della civica, il quale, secondo l'unico testo vigente, definiva, per es., la libert di coscienza quale "indipendenza da Dio e dal Dovere" libert "di non avere coscienza e di fare tutto ci che pu volere una volont brutale senza rendere conto del fatto..."
 La conferenza, nel corso della quale il Bertoni critic aspramente la scuola normale, l'ispettorato, l'indirizzo del pubblico insegnamento dell'epoca, ecc., venne tenuta "con l'intervento di diversi conservatori di tendenza giobertiana", e suscit, nel Cantone, un vivo dibattito.
(33) Dalla conferenza su Le relazioni svizzero-Italiane e la questione nazionale nel Ticino tenuta il 17 dicembre 1912 a Lugano sotto gli auspici della Societ svizzera dei commercianti.
(34) Il brano  tolto da un lungo studio di Brenno Bertoni, pubblicato nell'Almanacco del popolo ticinese del 1885, dal titolo: "Sopra alcuni caratteri sociali del Cantone Ticino". Intorno al detto studio l'Autore, in alcune sue note inedite, cos si esprime: "...concepito e schizzato gi da studente, circa nell'anno 1881, o gi prima. Vi si manifesta la tendenza all'astrazione, alle idee generali, alla ricerca delle cause prime..."
(35) Recensione dei volumi: Testimonia temporum di Giuseppe Motta. - Istituto Editoriale Ticinese, Lugano-Bellinzona - 1931 e 1936. - Il terzo volume dei discorsi e degli scritti del Motta  uscito nel 1941.
 Dal Dovere del 30 dicembre 1936.
(36) Recensione dei volumi: Testimonia temporum di Giuseppe Motta. Dal Dovere del 4 gennaio 1937.
(37) Recensione dei volumi: Testimonia temporum di Giuseppe Motta. Dal Dovere dell'8 gennaio 1937.
(38) Conferenza tenuta a Lugano, Bellinzona, Biasca, Locarno e Chiasso, nel 1936, sotto gli auspici della Scuola ticinese di cultura italiana.
 Nella copia dell'opuscolo ove  stampata la conferenza, e che ci sta sotto occhio, Brenno Bertoni ha scritto, a matita: Mio capolavoro e mio testamento.
(39) Proprio di questi giorni si annuncia dall'osservatorio di Harward, in America, la scoperta, dietro la via Lattea di 50.000 stelle nuove, cinquantamila mondi dunque, lontane novemila miliardi di chilometri da noi. Calcolando la velocit della luce i raggi percepiti dall'astronomo scopritore sono partiti di l all'epoca degli ittiosauri. (La nota figura nell'opuscolo del Bertoni).
(40) Registra infatti, il Panzini, nel suo Dizionario moderno (5. edizione).
 Laico: da Laos = popolo: dunque popolare secolare, il contrario di ecclesiastico.
 [...] significherebbe scuola elementare in cui fosse vietato l'insegnamento religioso: Scuola secondaria cui fosse dato il carattere laico, cio areligioso come oggi si dice. La parola "areligioso" significa letteralmente senza religione, ma siccome per la Chiesa cattolica non ci pu essere salvezza fuori della religione, e nell'uso popolare si dice "senza religione" nel senso di scostumato, ne consegue quasi automaticamente, per reazione, che la parola "areligiosa" prenda il senso di "antireligiosa". (La nota figura nell'opuscolo del Bertoni).
(41) Discorso tenuto a Bellinzona, nell'aula del Gran Consiglio, nel novembre del 1937 in occasione del centesimo anniversario di fondazione della Societ Demopedeutica, nel centesimo anniversario di organizzazione dei Corsi di metodica e nel centesimo anniversario di pubblicazione della "Svizzera italiana" di Stefano Franscini.
(42) Dal discorso tenuto dall'on. Bertoni a Lugano il 6 gennaio 1921, in occasione della cerimonia di inaugurazione del monumento a Carlo Battaglini.
 Le note a pie' di pagina sono di Brenno Bertoni e figurano nell'opuscolo: Commemorazione di Carlo Battaglini ecc. (Lugano, Tipografia Luganese Sanvito e C., 1921).
(43) La sua orazione funebre, detta dal pergamo di S. Antonio in Lugano per il vescovo Luvini, era stata una rivelazione ed un trionfo.
(44) Allora si soleva far la lezione di catechismo anche agli adulti.
(45) Autore, nel 1832, di un progetto di Costituzione federale liberaleggiante. Da Ginevra il Rossi pass a Parigi dove fu fatto "pari di Francia", e da Parigi a Roma, quale ministro del Governo liberale di Pio IX, nel 1847, dove fu pugnalato.
(46) Autore della Dmocratie en Suisse e del trattato delle Garanties constitutionnelles che diedero fondamento alle aspirazioni dell'epoca.
(47) Organizzata da Mazzini nel 1834. Doveva consistere in due spedizioni, da Lione e da Ginevra. A quest'ultima partecipava personalmente Mazzini, ed era condotta dal generale Ramorino. Doveva scendere in Piemonte e proclamarvi la Repubblica, liberando gli innumerevoli carcerati politici. Vi prese parte anche Antonio Gabrini.
(48) Corse voce che a persuadere suo padre, il quale voleva far di lui un sacerdote, appendesse a un albero la sua tonaca, impagliata e incappellata dal tricorno, e vi sparasse dentro a bersaglio.
(49) Capo del Governo solettese, radicale ardente, membro del primo Consiglio Federale, protettore ed ammiratore del grande Ligure.
(50) Mazzini aveva fondato, nel 1832, a Marsiglia, la " Giovine Italia", il cui programma si differenziava dalla vecchia Carboneria in quanto questa era federativa ed egli era unitarista; si staccava dal giacobinismo in quanto questo era accentratore e burocratico (qualit che furono tosto fatte proprie dai Governi reazionari) ed egli voleva delle larghe autonomie municipali, tipo svizzero; si staccava dal socialismo di Babeuff in quanto riconosceva la propriet individuale come base dell'ordinamento economico; aveva di comune con la massoneria le teorie umanitarie, l'aborrimento delle conquiste, il principio di eguaglianza di tutti i popoli e di tutte le razze...
(51) La lettera  del dicembre, e come si vede presuppone una anteriore conoscenza, probabilmente da Milano. "Siete a Ginevra - siete fra studenti - bisogna dunque giovare alla causa: gli studenti sono dappertutto il corpo sacro della libert, del progresso...; germi cacciati sul terreno della giovent fruttano di certo. La giovent delle scuole  uno dei pi potenti elementi della Giovine Europa..." Seguono alcune considerazioni sull'indirizzo politico, alcune delle quali in relazione con le riforme che in quel tempo erano in dibattito in Isvizzera.
(52) Vi furono, fra altro, delle splendide carabine acquistate nel Belgio, con l'appoggio finanziario dei fratelli Ciani. Quando i nostri si batterono con gli Austriaci sul lago di Como si accorsero tosto che le loro carabine colpivano, mentre cadevano nel lago, davanti le loro barche, le palle morte dei nemici.
(53) Era sorto nel 1835 da una trasformazione dell'Osservatore del Ceresio redatto da Pietro Peri. Vi collaborarono dapprima Peri e Battaglini. Col 1836 assume un deciso contegno di opposizione che preludia alla rivoluzione prossima. Dal 1840 vi prende attiva
  parte Ambrogio Bertoni.
(54) La Tipografia Elvetica di Capolago ha un monumento, una letteratura ed... una leggenda. Non minore certo, per importanza politica, fu la tipografia Ruggia. anch'essa sostenuta dai Ciani. Stamp molte opere classiche italiane e quelle di molti economisti, in specie tutte le opere di Melchiorre Gioia. Non si sa manco pi dove fosse la sua sede... Strane ingiustizie della fama!
(55) Vedi: Onoranze funebri a Filippo Ciani e Onoranze funebri a Giacomo Ciani (Libreria Patria. dep. di B. Bertoni). Vedi anche: Teste e figure, medaglioni pubblicati da Romeo Manzoni nel giornale L'Azione degli anni 1906 e 1907.
(56) Articolo pubblicato nella "Cronaca Ticinese"di Buenos-Aires, anno 1936.
(57) Discorso pronunziato dall'on. Bertoni a Minusio il 26 settembre 1937. - (V. Dovere del 27 settembre del medesimo anno).
(58) Dal Dovere dei 4 novembre 1937.
(59) Dall'"Educatore" del marzo 1936.
(60) Introduzione di Brenno Bertoni al volumetto: Antonio Soldini in arte e in politica (Lugano, Tipografia, Luganese, 1932) pubblicato in occasione dell'80.mo compleanno dello scultore e patriotta Antonio Soldini.
(61) Si intende: del processo di Zurigo contro i settembristi ticinesi, che si svolse dal 29 giugno al 14 luglio 1891, e si concluse con l'assoluzione del Soldini e di diciannove coimputati (tra i quali Rinaldo Simen, Romeo Manzoni, Curzio Curti, Brenno Bertoni, Germano Bruni, Demetrio Camuzzi e Pietro Ronchetti) e con la condanna, in contumacia, di Angelo Castioni.
(62) Dal discorso pronunziato dall'on. Bertoni, a Breno, nel maggio del 1926, in commemorazione di Oreste Gallacchi, pubblicato in opuscolo col titolo Il problema economico e morale del villaggio ticinese (Tip. Luganese Sanvito e C., 1932).
(63) Inedite.
(64) Regare una pianta significa abbatterla.
(65) Nel Franscini (Svizzera italiana, vol. I) si legge: "Tra noi il cretino o idiota chiamasi nar, forse dal tedesco Narr, stolto, stolido, demente".
(66) Vedi: Ferdinando Fontana - Antologia Meneghina (Colombi e C., Bellinzona - 1899, un vol., e Libreria editrice milanese, Milano, 1915, due vol.).
(67) Vedi anche: Gino Giulini - Arcobaleno di vita gioconda, circoli e ritrovi milanesi dalle origini ai nostri giorni (Milano, Libreria Bocca, 1934).
(68) Anda (v. Franscini, op. cit.) ha significato di zia (meda de' milanesi e amita de' Latini): e fant, fanta, rispettivamente quello di ragazzo e ragazza.
 Nel Franscini si trovano anche le informazioni seguenti: "In alcune terre della Riviera, sulla destra del Ticino, odesi matt per ragazzo, mattogn per ragazzaccio, mattel per ragazzetto, matta per ragazza. E quasi dirimpetto, sulla sinistra, a Biasca, un pol  un ragazzo, e una pola  una ragazza. In alcuni luoghi di Leventina si dice un canaia e una canaia per un fanciullo e una fanciulla: i fanc, i creat, per i bamboli, e anche, in genere, i figliuoli. In generale, tos, tous, tosa, tousa, si usano, lombardamente, per ragazzo e ragazza..."
 A Isone i ragazzi si chiamano balltt.
(69) Da una intervista concessa dall'on. Bertoni al dr. prof. Pio Ortelli, inviato della Radio, il 1 ottobre 1938.
(70) Lettura fatta alla Radio (Studio di Lugano) nel 1931.
(71) Dalla "Piccola Rivista Ticinese" del 1. novembre 1899 e dall'"Educatore" del dicembre 1922.
(72) Si tratta di Giacomo Bertoni, divenuto poi professore alla Universit di Pavia e all'Accademia navale di Livorno.
(73) Lettura tenuta dall'on. Bertoni alla Radio (Studio di Lugano) nel 1938.
(74) Lettura tenuta alla Radio (Studio di Lugano) nel 1937.
(75) Pagine inedite.
(76) Pagine inedite.
(77) Dal periodico "Ticino", organo della "Pro Ticino", del 15 dicembre 1936 (conferenza letta alla Radio, studio di Lugano).
(78) Discorso pronunziato al Consiglio nazionale nella seduta del 12 dicembre 1916.
(79) Si tratta della mozione Micheli (Ginevra) per l'aumento del numero dei Consiglieri federali.
 V. Dovere del 14 dicembre 1916.
(80) Discorso pronunziato dall'on. Bertoni al Consiglio nazionale nella seduta del 13 febbraio 1918.
(81) Si tratta di Scherrer-Fllemann, gi esponente del gruppo democratico sociale delle Camere Federali.
(82) Si trattava del dr. J. Kppeli, direttore della Divisione federale dell'Agricoltnra, ora capo dei Servizi dell'Economia di guerra.
(83) Dal Dovere del 14 giugno 1928.
(84) Relazione presentata dall'on. Bertoni al Consiglio degli Stati, nel dicembre del 1932.
(85) Dichiarazione fatta dall'on. Bertoni al Consiglio degli Stati in occasione del dibattito sull'entrata in materia relativa al disegno di nuovo Codice penale svizzero.
(86) Vedi Dovere del 28 marzo 1931.
(87) Dal Dovere,, del 2 e del 3 novembre 1933.
 Da "Influenze italiane nella stampa ticinese", studio dell'on. Dr. Brenno Bertoni apparso nel volume del giubileo della "Stampa svizzera - 1883-19330". (Ristampa particolare, in deposito presso la Libreria A. Arnold, Lugano).
 Le note a pie' di pagina sono di Brenno Bertoni.
(88) Il fatto  attestato dal Manzoni negli Esuli italiani (pag. 40), e da Atto Vannucci, in Martiri della Libert italiana, ivi citato.
(89) L'allusione ai trattati vigenti si riferisce alla clausola di neutralit della Svizzera contenuta nel Trattato di Vienna. Giova richiamare la tesi delle Potenze che la neutralit escludesse il diritto di asilo dei rifugiati politici. La Svizzera contestava quella interpretazione, ma giudice della controversia era la spada!
(90) Intenzionalmente tralasciamo la piccola ondata di profughi che negli anni 1873-1874 accompagn o segu Michele Bakunin a Locarno, per la scarsa ripercussione che ebbe nella vita ticinese. Ebbe per centro la Baronata, un'arida villa sullo scoglio fra Minusio e Tenero, contigua alla storica Roccabella.
 Italiano di marca ci fu solo Carlo Cafiero, ricco pugliese, passato dal misticismo del Seminario a quello del nihilismo moscovita.
 Degno di nota che quegli anarchici, come pi tardi il principe Kropotkin a Locarno, non molestarono minimamente i nostri governi invocando il diritto di asilo. Erano mirabilmente logici, quei puri! Non riconoscendo la legittimit di alcun governo si rifiutavano di domandare protezione ad alcuno di essi.
 Bakunin fu poscia a Lugano nel 1874, e si accontent di essere il pi ascoltato pancacciere del Caff Terreni in Piazza Riforma (ora Caff Olimpia). Si ascoltava parlare quell'incomparabile sofista come si ascolta il flauto dell'incantatore di serpenti e lo si osserva con meravigliata curiosit. Discepoli ticinesi ne ebbe uno solo (Carlo Salvioni) destinato ad alti fastigi de l'autre ct de la barrire. Ma uno che lo deve aver "bevuto" ascoltandolo e riportandone qualche influenza, non politica ma letteraria, fu senza dubbio l'avvocato Giovanni Airoldi che, scrisse poscia Il Signor Repubblica e il periodico mezzo letterario e mezzo burlesco che intitol appunto Il Pancacciere.
(91) Da un articolo di B. Bertoni pubblicato nel "Dovere" del 9 maggio 1936.
(92) Discorso pronunziato dall'on. Bertoni nel 1929 al Consiglio degli Stati in occasione del dibattito riguardante la riforma del regime dell'alcool.
(93) Discorso pronunziato dall'on. Bertoni a Zurigo il 16 maggio 1930, in occasione dell'apertura della Stazione di esperimenti idraulici annessa alla Scuola politecnica federale.
(94) Dalla conferenza di Brenno Bertoni su Le relazioni svizzero-italiane e la questione nazionale nel Ticino, tenuta a Lugano il 17 dicembre 1912 sotto gli auspici della "Societ svizzera dei commercianti".
(95) Da una lettera di B. Bertoni pubblicata nel "Dovere", del 16 dicembre 1937.
(96) Da una conferenza tenuta dall'on. Brenno Bertoni a Mendrisio il 24 novembre 1932.
(97) Discorso pronunciato dall'on. Bertoni al Consiglio nazionale nella tornata del 20 giugno 1915.
(98) Dal "Dovere" del 21 giugno 1915.
(99) Discorso pronunciato dall'on. B. Bertoni al Consiglio degli Stati nel marzo 1932. (Dal "Dovere" del 18 marzo 1932).
(100) Discorso pronunciato al Consiglio nazionale dall'on. Bertoni nella seduta dell'8 aprile 1915.
(101) Dal "Dovere".
(102) Facciamo seguire, in sunto, la risposta data dal cons. fed. Mller all'on. Bertoni ed ai confirmatari della mozione:
 Mller, consigliere federale e capo del Dipartimento federale di Giustizia e Polizia, dichiara che il Consiglio federale accoglie con benevolenza la mozione, della quale riconosce la grande importanza. Sgraziatamente non pu pronunciarsi sopra le questioni speciali trattate dal signor Bertoni, perch il segretario dell'Ufficio del Registro fondiario che era incaricato dell'esame approfondito della mozione  stato chiamato in servizio militare. D'altra parte la questione dovr essere studiata in collaborazione col Dipartimento dell'Agricoltura. Egli sarebbe lieto se si confermasse che lo scopo dei mozionanti  compatibile con la economia del bilancio: teme per esattamente il contrario, cio che si avr una maggiore spesa. In ogni modo qualche cosa bisogna fare per le localit interessate. Quanto alla questione accessoria trattata dal signor Bertoni, egli  pure disposto a studiare come si possano ridurre le spese previste per il Catasto nelle regioni elevate e proporzionarle meglio al valore reale del terreno.
(103) Discorso pronunziato, in francese, dall'on Bertoni al Consiglio degli Stati, nella tornata del 6 ottobre 1926. Il discorso venne pubblicato nel "Dovere" dell'8 ottobre del medesimo anno. La traduzione  opera della Redazione del quotidiano bellinzonese.
(104) Dal volume di Brenno Bertoni: Dal Generoso all'Adula, con prefazione di Giuseppe Motta. - Bellinzona, Istituto Editoriale Ticinese, 1932.
(105) Letture fatte alla "Radio" (studio di Lugano) nel 1938.
(106) Pubblicata nel numero del 1 agosto 1938 della "Cronaca Ticinese" di Buenos-Aires.
(107) Letta alla Radio di Lugano il 30 aprile 1938.
(108) Dal "Dovere" del 3 gennaio 1925.
(109) Pagine inedite. Lavoro preparato tra il 1930 e il 1932. Le note al capitolo sono tutte di Brenno Bertoni.
(110) Sulle ragioni formative del feudalismo facciamo nostre la tesi di Fustel de Coulange. Esso non nacque n per ragione di conquista n per volere di legislatori. Fu una formazione spontanea e necessaria fra la decadenza degli imperi d'oriente e d'occidente e la lenta avanzata dei barbari.
(111) Sulla scarsa penetrazione longobarda vedi E. Pometta, op. cit. pag. 9. Il sac. Monti invece, in Giuramento dl Torre pagina 82, propende per una penetrazione assai maggiore. Noi pensiamo che solo il Mendrisiotto e Locarno sieno stati longobardizzati.
(112)  per un errore assai diffuso che la nascita dei comuni sia un fatto esclusivo della storia d'Italia. Contemporaneamente con la lega lombarda l'imperatore Barbarossa riconosceva a Costanza una lega anseatica. La Camera inglese dei deputati porta ancora adesso il nome di Camera dei comuni e risale al XIV secolo. Nelle Fiandre, nella Spagna ed in Francia i Comuni ebbero grande parte nella formazione economica e sociale del tardo medioevo. Nei Pirenei gli antichi fueros permangono tuttod una rivendicazione contro l'accentramento politico ed amministrativo della Spagna e della Francia. I fueros persistettero in Ispagna fino al 1833. Il loro nome  da forum, nome latino di una istituzione che ovvero  romana od  connaturale alla vita sociale di tutte le montagne. Pare che i beduini della Siria abbiano degli usi analoghi a quelli dei nostri patriziati.
(113) Se lo spazio e la natura di quest'opera lo permettessero, vorrei qui indugiarmi sopra un tesi pi ardita che si va manifestando in diverse parti ortodosse e men che ortodosse. Il comune medioevale con le sue elezioni popolari, con le sue giurisdizioni sarebbe nato addirittura dalla parrocchia. La democrazia sarebbe figlia primogenita della Chiesa che nei primi secoli si costitu a reggimento popolare. Certo  che la Chiesa favor in pi luoghi i comuni.  di Chteaubriand la sentenza: "L'glise avait tout  craindre des grands et rien des communes".
(114) Il diritto feudale, ch'era barbarico malgrado traesse le sue origini gi dall'epoca bizantina, considerava la giurisdizione come un attributo della propriet terriera e l'uomo che lavorava la terra come un accessorio della propriet la quale veniva ceduta "coi buoi e coi villani". Ci era inconciliabile col diritto romano e pi ancora coi principi fondamentali del Cristianesimo nei rapporti fra l'uomo singolo e l'autorit.
 Ogni autorit procede da Dio, insegnano San Paolo e Sant'Agostino, ma ogni uomo  figlio di Dio e l'anima dello schiavo di fronte al Padre  eguale a quella di Cesare. C'era in questa affermazione di principio il germe della futura rivendicazione, dover essere gli uomini eguali davanti la legge.
(115) La preistoria, risalendo all'Italia prima della dominazione romana, ha stabilito come il transito attraverso i valichi alpini si praticasse in epoche ancora pi remote. Vedi E. Pometta, Moti di libert, ecc. pag. 6 a 7. Lo stesso autore menziona a pag. 11 un trattato del XIII secolo fra le repubbliche di Milano e di Como e quelli di Blenio e Leventina allo stesso oggetto. Soprattutto poi sulla impartanza politico-militare dei valichi vedi in ispecie i Moti di Libert pag. 50.
 Il Pometta dimostra nel succitato opuscolo, pag. 11 e 12, ed in tutte le sue opere il parallelismo d'interessi che avevano fra loro le vallate settentrionali e le meridionali, da Como a Basilea. Esso ravvisa nei passaggi alpini le ragioni fondamentali della lega svizzera come delle leghe retiche. Si tratta di un fattore costante di solidariet politiche che si mantiene dalle epoche preistoriche fino alla costruzione delle ferrovie.
 Concorda C. Meyer, citato da E. Pometta in Moti di Libert, pag. 38.
(116) Pagine inedite. Lavoro preparato tra il 1930 e il 1932. Le note figurano nel manoscritto dell'on. Bertoni.
(117) Vi  una tendenza germanistica a riferire il nostro comun grande alla Thalmark e il Comune piccolo alla Dorfmark allemannica. Non mi sembra che sia provato un qualsiasi rapporto di dipendenza, mentre  possibile che le istituzioni nostre e d'oltralpe abbiano una fonte comune, romana, o forse pi antica. Del resto queste forme di accentramento e decentramento sembrano essere connaturate alla pastorizia ed all'economia naturale delle regioni montane.
(118) Vedansi, in proposito: Cesare Cant, Storia della Diocesi di Como; Angelo Baroffio, Dei paesi e delle terre, ecc.; Sac. A. Monti, Il Ticino intorno al 1000; Eligio Pometta, La Guerra di Giornico; Emilio Bont, La Leventina nel Quattrocento.
(119) Tipico il caso tra Leontica ed Olivone. La vicinanza olivonese aveva anticamente venduto a Leontica l'alpe di Stabio nuovo, in Val Bovarina, cio il diritto di caricarlo con cento mucche.
 Col tempo nacque contesa se si dovessero intendere cento vacche da latte senza gli sterli, o compresi gli sterli. I giudici di Blenio avevano deciso secondo la consuetudine locale, senza gli sterli. Appello alla Camera ducale e piati a Milano con avvocati e con giudici che naturalmente nulla capivano della controversia. La camera ducale domanda il parere di un signorotto di Bellinzona. Il parere e la sentenza furono, dopo chiss che spese, che fosse concesso a quei di Leontica di caricare l'alpe con tante bestie che corrispondessero ad unam calderam! Scherzo di cattiva lega che ai giudici parve forse un riflesso della sapienza di Salomone. Che dico parve? A un uomo di citt pu parere ancora adesso.
(120) Pagine inedite. Lavoro preparato tra il 1930 e il 1932. Il manoscritto del Bertoni reca note, redatte da Emilio Bont, che nel corso del capitolo verranno contrassegnate con due asterischi (**).
(121) **Non risulta che la Leventina avesse, neppure prima del 1755, un Capitano generale proprio.
(122) Voltaire, dopo avere comperato l'ufficio di bailli di Ferney, pubblica un opuscolo in cui taccia di scandaloso e di simoniaco questo mercato. Gli risponde Montesquieu, l'autore dell'"Esprit des Lois", che ci sia di diritto naturale. Beaumarchais fa rispondere da un giudice a cui rimproverano di aver comperato la sua carica: " vero: il re doveva regalarmela!".
(123) **La pratica non era generale. Si pu dire che solo i piccoli Cantoni democratici vendessero la carica di balivo (Uri, Svitto, Unterwalden, Zugo e Glarona).
 La vendita degli uffici  nella storia un fatto assai pi generale di quanto si pensi. Oltre il classico esempio della Francia, la quale concedeva, dietro compenso, anche le pi alte e delicate cariche (come quella di giudice nei "parlamenti"), dev'essere ricordato che:
 - Nel 1251 il Comune di Milano decise di vendere gli uffici;
 - La reazione di Gregorio VII (XI secolo) contro la simonia ebbe luogo soprattutto perch l'Imperatore, e tutti i sovrani, concedevano dietro compenso i vescovadi e gli arcivescovadi;
 - I duchi di Milano vendevano normalmente l'ufficio di podest nella campagna; e sapeva di straordinario la concessione gratis o in dono (questo favore l'ebbe, per es., il marito di quella Marliani che per istromento fu impegnata, consenziente il marito stesso, ad aver solo commercio carnale col duca Galeazzo Maria Sforza);
 - Anche sugli uffici ecclesiastici gli economi ducali percepivano una provvigione. Il far dello scandalo su questo punto testimonia di una mentalit pi da donnetta che da storico.
(124) ** certo per la Leventina (ve n'era uno per l'Alta, uno per la Media e uno per la Bassa valle - cio uno in ciascuna faccia).
(125) ** forse da rilevare il fatto che i Cantoni, pur valendosi dei lumi degli ecclesiastici nei processi di stregoneria, non vollero funzionasse da noi il Tribunale della inquisizione religiosa (eppure c'era a Como!).
(126) Il manoscritto del Bertoni reca le seguenti note dettate dall'ora defunto sac. Antonio Monti:
 I) Credo che non seminario ma collegio si chiamasse l'istituto di Ascona; non so, se in qualche tempo si appellasse anche Seminario. Vegga Lei! Non so se gli studenti vestissero l'abito clericale; forse alcuni; pare invece che a Pollegio fosse in uso l'abito talare e quindi fosse vero seminario.
 II) I Cantoni indussero in ultimo i Padri Somaschi a tenere una cattedra di Teologia. Il Cons. di Stato F. Lepori (sessione di maggio del 1841) disse: "Gi in Lugano fino al 1800 esistette una scuola di Teologia dogmatica e morale frequentata da gran numero di chierici".
 Vedi l'opuscolo di Gius. Curti che conferma e precisa.
(127) Pagine inedite. Capitolo preparato nel 1930.
(128) Prologo ad un lavoro di vasta mole che avrebbe dovuto comprendere la trattazione completa della materia costituzionale riguardante il periodo dall'Elvetica al 1830 ed oltre, e che  rimasto allo stato di abbozzo.
(129) Dal Corriere del Ticino, numero del 31 ottobre 1918.
(130) Da "Cenni storici sulla valle di Blenio", conferenza tenuta dall'on. Bertoni nel settembre del 1900 in occasione dei IV centenario dell'annessione di Blenio alla Svizzera. (v. B. Bertoni, "Cenni storici" ecc., Bellinzona, Stab. Tip. El. Em. Colombi & C., Bellinzona, 1901). Le note a pi di pagina sono opera del Bertoni.
(131) In soli 26 anni (1458-1484) la citt di Lugano cambia pi o meno violentemente dieci volte di signoria! (Franscini).
(132) Quando fu smantellato il castello di Serravalle? I blocchi di muratura che si trovano proiettati a qualche distanza indicano si sia fatto saltare colle mine, probabilmente dopo il 1500.
(133) E dopo il 1513 Appenzello.
(134) Sarebbe prezzo dell'opera il trovare da quando Prugiasco cominci ad essere leventinese: se dalle origini cio o per avventura dalla prima conquista del 1478.
(135) I tre Giurati tenevano le chiavi della cassa di ferro in cui si custodivano i documenti della Comunit. Il Landvogt non li poteva consultare che in caso di bisogno ed alla continua presenza dei tre Giurati. Valesse solo questa prescrizione come simbolo, era il simbolo di una considerevole autonomia.
(136) Le 3 "facce" corrispondevano agli attuali 3 circoli.
(137) Si ribell una volta la Leventina, ma cos a torto che il leventinese Franscini dice non poter non arrossire al solo pensarvi. La repressione della rivolta fu senza alcun bisogno feroce (2 giugno 1755). Alla decapitazione degli istigatori, sulla piazza di Faido, fu presente l'intero contingente bleniese in armi.
(138) Solo nel 1837, cio 34 anni dopo la sua costituzione, riesc al Ticino di abolire gli antichi statuti distrettuali e di darsi un codice civile. La costituzione del 1830 promise un sistema unico di pesi e misure, ma la legge rimase lettera morta, finch venne il sistema federale dopo il 1848.
(139) Uno dei pi grandi compiti delle Diete del XVI secolo fu il regolamento del regime dei baliaggi sottoposti a cantoni di diversa confessione religiosa.
(140) A chi avesse vaghezza di contestare anche questa data non riescirebbe impossibile il farlo appoggiandosi alla poco nota Costituzione del 1802.
(141) Da Le istituzioni svizzere nel diritto pubblico e privato della Confederazione e dei Cantoni, di Brenno Bertoni e Angelo Oliviero Olivetti, vol. I. (Torino, unione Tipografica Editrice, 1903, due vol.).
(142) Da Le istituzioni svizzere nel diritto pubblico e privato della Confederazione e dei Cantoni, di Brenno Bertoni e Angelo Oliviero Olivetti, vol. I. (Torino, Unione Tipografica Editrice, 1903, due vol.).
(143) Questo lavoro, di mirabile ardimento, fu in fatto compiuto nel 1805, aere Italico, come leggesi in una roccia della famosa galleria di Gondo. (v. Bertoni e Olivetti, Istituzioni svizzere).
(144) Eligio Pometta. - Il Cantone Ticino e l'Austria negli anni 1854-1855 - Lugano, Tipografia Luganese Sanvito & C. 1927. - Le note a pi di pagina sono di Brenno Bertoni.
(145) Comune, comunit od universit dicevasi allora la vallata: Vicinanze erano chiamate i comuni attuali. Sopravvivono il Comune Grande di Onsernone ed altri pochi. Il distretto attuale di Lugano era diviso in quattro pievi.
(146) Vedi il nuovo documento del 1686, pubblicato da Fausto Pedrotta in Archivio Storico sulla Comunit di Val Verzasca. Esso d la misura della autonomia di cui godevano i governi locali.
(147) Cos nelle Quattro Prefetture comuni erano supposte 12 appellazioni che poi vennero ridotte a tre in caso di sentenze concordi! Di queste 12 sovranit 7 erano cattoliche e 5 protestanti; cagione di reciproca diffidenza. Ad ogni ricorso contro qualche progressista novit la Dieta decideva che si stesse all'antico praticato!
(148) Sul modo della protezione, sui suoi moventi e sui suoi mezzi, vedi Sacco di Roma, Carlo V il tedesco impone alla cattolica Spagna latina un suo cattolicismo dinastico, cupo e feroce. Esutora il clero spagnolo rimasto nazionale e guelfo sostituendolo con gli ordini monastici capitanati da provinciali stranieri. Scompare il clerigo e compare il fraite. Vedi Blasco Ibanez, La Catedral e Perez Galdos, Gloria.
(149) Alla fine del XVIII secolo arrivava ancora fino alle porte di Lugano, cos che nessun prato poteva essere cintato!
(150) Leggere l'opuscolo (anonimo) di Stefano Franscini: Semplici verit ai Ticinesi sulle finanze, stampato l'anno 1855, reperibile alla Libreria Patria.
(151) L'ordine dei gesuiti era siffattamente infatuato per Casa d'Austria che ancora dopo il 1880 la Civilt Cattolica non rifiniva di versare sarcasmii sull'Italia una e sui suoi fondatori. Tipo rappresentativo del gesuita austrolatra, italofobo e peraltro sincero e buono il Padre Bresciani, nei suoi fantastici romanzi.
(152) Vedi progetto di Costituzione federale preparato dal Sonderbund con l'appoggio francese ed austriaco in Democrazia anno 1854, pag. 201, ed anche Democrazia 1852, pag. 659. Confr. Burckhardt, Commentario della C. F., articoli 8, 9.
(153) Vedasi in La Presse Suisse (Libreria Patria) la mia monografia sulla Stampa ticinese.
(154) Lo stesso clero delle Tre Valli dimostrava, fondandosi sui decreti del Concilio di Trento, che il Collegio era propriet delle Tre Valli. Se questo era vero,  probabile l'opinione giuridica che il Cantone ne fosse il successore in diritto.
(155) Vent'anni dopo era in piena effervescenza l'antimilitarismo radicale-socialistoide. In entrambe queste fasi, la ispirazione veniva dall'estero. Il reggimento ticinese fin per avere ufficiali di lingua tedesca!
(156) Confronta Burckhardt, Commentario, art. 9, pag. 121, 122.
(157) Vedi in Democrazia (anno 1853) la relazione sulla sottoscrizione ticinese per la separazione diocesana, con un Vicario diocesano ticinese aggiunto ad una Diocesi svizzera (pag. 1263).
(158) Fu solo pi tardi che nel campo liberale matur l'idea della Separazione. La legge cant. del 1886 in certo senso  appunto separatista. Fu un grave errore dello Stoppani e dei suoi amici l'averla combattuta sul terreno della Legge del 1855. Vide meglio Achille Borella che fin d'allora preconizz la separazione nel senso moderno. In queste cose  appunto disastrosa, dall'una e dall'altra parte politica, la mancanza di metodo e di dottrina, il dir di no solo perch gli altri dicono di s.
(159) Devo fare una lodevole eccezione per l'opuscolo del sig. Antonio Galli: Bilancio e Collaborazione (1925).  un opuscolo polemico anch'esso, ma almeno rispetta la mente del lettore.
(160) Ho deposto alla Libreria Patria un voluminoso incarto sopra le questioni ferroviarie ticinesi anteriori all'avvenuta costruzione del Gottardo.
(161) La lettera dell'on. Bertoni, che riproduciamo, costituisce una risposta alla seguente lettera, scritta dallo storico milanese Rinaldo Caddeo, al medesimo on. Bertoni, in data 21 agosto 1936:
 Illustre consigliere,
 Ho gustato molto la Sua lettera, cos densa di idee e cos sprizzante di spirito polemico. Per quanto il periodo anteriore all' '89 sia fuori del mio campo di studi, pure mi interesserebbe leggere l'opuscolo al quale Ella si riferisce.
 Incomincio a dubitare che i tre clubs luganesi potessero essere delle logge. Se cos fosse stato, non si potrebbe dedurre altro se non che fossero filiazioni lombarde o francesi. Ma ogni notizia in proposito manca, e perci nulla di preciso si pu dire. Uscir presto presso Mondadori il I volume delle memorie inedite del conte Gorani: chi sa che non vi si possa trovare qualche indicazione in merito, dati i provati rapporti che egli ebbe con l'abate Vanelli. Le sono grato della gentile offerta di comunicarmi in lettura, le opere del Boos e i fascicoli dell'Alpina, che Le restituir al Pi presto.
 Il Ciani appartenne alla Carboneria ed alla Giovine Italia, ma non mi risulta che abbia appartenuto ad altre societ segrete. Mi consta invece che egli nel 1838 costitu un'associazione locale che aveva per iscopo di difendere la Riforma e di fomentare moti insurrezionali in Lombardia e Piemonte, e che era in relazione coi Partiti democratici della Francia e del Belgio. All'associazione di Lugano appartenevano, oltre ai fratelli Ciani, Luvini, che ne era presidente, Stoppani, che ne era cassiere, Martinoni (o Martignoni), Galli, G. B. Pioda il giovane, Pellanda. Queste due associazioni comunicavano a mezzo di Matti e Soldini di Chiasso con un'altra associazione di Como i cui membri pi influenti erano Giovio, Ciceri, Bianchi e Sacchi. A Bruxelles vi era pure un'associazione di Ticinesi che teneva le sue riunioni nel Caf des Trois Suisses in Place de la Monnaie, e che aveva per presidente onorario il Luvini e per segretario pure onorario il Ciani.  importante rilevare che questo caff svizzero del 1840 era ancora in vita o Bruxelles nel 1858, era di propriet di un tale Bighenti ed aveva per cameriere un Giuseppe Giorgi, ticinese, fratello del padrone di un altro Caff svizzero di Londra, Via Tichborn, e che nei due caff si tram in parte il complotto per l'assassinio di Napoleone III, come si pu vedere nel mio volume: "L'attentato di Orsini". Se si potesse penetrare nella vita segreta del Ciani si avrebbe la spiegazione di molti fatti ticinesi e italiani che ancora sono poco noti o non si comprendono, ma purtroppo le sue carte si possono considerare distrutte o disperse, comprese quelle del Gabrini (figlio naturale e non nipote di Giacomo) che ho cercato invano per mare e per terra. Un altro figlio del Ciani, Giovanni, nato a Milano da un'Angela Grandini e domiciliato a Lugano, partecip alla rivoluzione belga del 1830 e prest servizio in quell'esercito con altri ticinesi: Vincenzo Barella, Benedetto Burgi, Giuseppe Ghiringhelli di Bellinzona, di Vittorio, Luigi Gobelli pure di Bellinzona, Vittorio Lurati di Giov. di Lugano, Pier Alessandro Minazio di Chiasso, Antonio Taglioretti di Agostino, di Lugano, medico.
 Ma io Le parlo di cose di poco interesse, e Le chiedo scusa del tempo che Le faccio perdere.
 La ringrazio delle pubblicazioni, che attendo con desiderio, e La prego di disporre di me per qualunque cosa potesse occorrerLe in Milano.
 Cordiali saluti dal Suo dev.mo
 Rinaldo Caddeo.
(162) La Societ ticinese dei Carabinieri venne fondata non nel 1838, ma nel 1832.
 Oltre ad Ambrogio Bertoni appartennero alla "Giovine Italia" Carlo Battaglini, il col. Luvini e forse il gen. Arcioni.
 In epoca anteriore vi furono dei Ticinesi che appartennero all'organizzazione dei Carbonari.
(163) Si tratta del quotidiano "L'Azione", organo dell'Estrema sinistra liberale, diretto da Emilio Bossi (v. raccolta dell'anno 1907).
(164) Il Ghisleri deposit il materiale consegnatogli dal Manzoni, presso il "Museo degli Esuli" istituito pochi anni dopo a Como. Ora il materiale medesimo si trova presso il Museo del Risorgimento di Milano.
(165) Dallo studio: Influenze italiane nella stampa ticinese pubblicato in Die Schwelzer Presse, volume del 1933, e in opuscolo a parte (editore A. Arnold, Lugano).
(166) Pagine inedite.
(167) Dal volumetto di versi: "Fiori alpini".
(168) Fiori alpini, versi giovanili, pubblicati nel 1892 dall'editore Carlo Colombi di Bellinzona, con una notevole prefazione di Alfredo Pioda.
 Ecco in qual modo il Bertoni ne parla nella sua auto-bibliografia, inedita e incompleta:
 "....La serie di quei versi risaliva alle prime illusioni dell'adolescenza...
 Il carme: Vocazione  dedicato a Giovanni Anastasi, compagno di scuola dell'autore.
 ...Nell'ode barbara di Vespero e nella pietosa elegia Nel cimitero di Bellinzona, il di dei morti del 1889, in opposizione alle analisi del sentimento religioso che allora erano non solo di moda, ma quasi di precetto, riconducevo i riti e la loro origine alla
 "sacra del cadavere venerazion perenne"
 cio al culto dei morti".
 Il volume di versi: Fiori alpini era stato preceduto da una rivistina del medesimo titolo pubblicata come appendice letteraria del quotidiano politico: La Riforma.
 Ricordiamo che sotto il titolo: Strenna poetica ticinese il Bertoni pubblic, nel 1897-1898, due volumi di versi di autori ticinesi.
 Dalla prefazione al primo volume della Strenna, dettata dal Bertoni, togliamo i passi che seguono:
 "Perch nessuno aveva raccolto, finora, l'idea di pubblicare una Strenna poetica ticinese?
 Per due buone ragioni. La prima  che il nostro paese viveva da tanti anni sotto l'incubo della politica. L'acerbit della lotta era tale che ci tenevamo separati in due campi eternamente avversi, sempre sospettosi, sempre ringhiosi, sempre con l'arma al pugno. Come poteva allignare schietto senso di poesia? Come potevano gli uomini avvicinarsi, ed intraprendere una comune impresa che richiede serenit grande di anima e di orizzonte?
 Dicono che i generali delle guerricciuole dell'America del Sud, quando s'avvicina il nemico comandino al loro drappello: Cara feroz! Noi, quando qualcuno dei nostri faceva una birbonata artistica (e n'ho fatto parecchie anch'io) per solidariet di partito gridavamo: bravo!, ma se correva voce che ci fosse qualche cosa di buono dall'altra parte, lo spirito settario c'imponeva subito di far la ciera brusca. Cara feroz!
 Queste condizioni sono cessate? Cessate affatto, no, ma sono diminuite di molto (non per virt nostra, ma per virt delle cose). Si comincia ad avvicinarci, a conoscerci, ad apprezzarci, anche attraverso quella tal siepe. Avvicinati che siamo, arriviamo talvolta a poter parlare filosoficamente della patria nostra, delle sue miserie, delle piccinerie della vita politica, e persino a ridere dei nostri rispettivi errori. C'est le commencement de la sagesse!
 L'altra buona ragione e che non si sarebbe facilmente trovato l'editore.
 Pour faire un livre, ami lecteur,
Il faut avantout un auteur,
 cantava il vecchio e simpatico Marc-Monnier, ma
 L'editeur, ft-il Hachette
S'il veut dner  la fourchette
Doit avoir un acheteur.
 E bisognava trovare tutti i compratori di qua dalla siepe: di l sarebbe stato difficile contarne un centinaio.
 I miei editori ebbero il coraggio di dirmi di s, ed io li ammiro. Li ammiro ancor pi che i versi della Strenna.
 [Il primo volume della Strenna usc, coi tipi dello Stabilimento d'arti grafiche Carlo Colombi di Bellinzona, nel 1897: il secondo, sempre coi tipi del Colombi, nel 1898. La preparazione dei due volumi venne curata da Brenno Bertoni.
 La Strenna pubblic versi di Alfredo Pioda, Rina Viglezio-Vanoni, Francesco Chiesa, Giov. B. Buzzi, Eligio, Daniele e Giuseppe Pometta, Cesare Mola, Giovanni Anastasi, Gino da Porta (prof. Luigi Bazzi), Angelo Nessi, Brenno e Luigi Bertoni, Carlo Bianchetti, Lucio Mari, Angiolo Cabrini, Serafino Biondi, Mons. Angelo Abbondio, Guglielmo Camponovo, Martino Giorgetti e canonico Pietro Vegezzi, poeti allora viventi, e riesum versi dell'abate Riva (Rosmano Lapiteio), vissuto verso la fine del secolo XVIII, di Angelo Somazzi, Sebastiano Beroldingen, Plinio Bolla, Bartolomeo Varenna e Paolo Pellanda.]
 Il pubblico dir se hanno avuto buon naso!
 Che cosa dir il colto pubblico vedendo comparire a braccetto i due vecchi avversari politici Somazzi e Beroldingen? Vedendo affratellati nel medesimo volume Carlo Bianchetti e Gino da Porta, i fratelli Pometta e Francesco Chiesa?
 Da questo contegno del pubblico dipenderanno le sorti presenti e future della Strenna. Gli editori hanno sperato, ed io con loro che il pubblico sapr apprezzare l'alto valore del principio: In arte libertas, ed appogger la pubblicazione della Strenna, comperandola, non fosse altro che per il futuro bene che se ne pu presagire...".
(169) Articoli usciti nel quotidiano di Bellinzona: "Il Dovere", dal 15 ottobre 1935 al gennaio 1936.
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FINE.